24 February 2014

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Il Linguaggio degli Alberi

 

Italia1

(La Fotografia Incontra la Parola)

12 gennaio 201 Camogli 1 ORA

Per VEDERE l’album fotografico di questa Iniziativa cliccare su:

http://www.flickr.com/photos/progettogeum/

 

L’album è costantemente AGGIORNATO.

     30 settembre 2016

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26 August 2016

PAESAGGI VERBALI. LA POESIA DI EMMANUELLE MALHAPPE

Category: poesia — admin @ 11:00 pm

bandiera-francese1

27 luglio 2016 Emmanuelle 2

Emmanuelle Malhappe, senza arabeschi verbali, ci porta subito dinnanzi all’estrema opacità del vivere, dove anche l’emozione è diventata cosa tra le cose.

Amore, gelosia, disamore, i sentimenti di tutti che qui rovistano i gomitoli del tempo, a frasi rotte, a parate verbali, mentre sul fondo s’immagina un  interlocutore invisibile: l’altro, con i suoi silenzi frequenti e punitivi, carezze affrettate, il non detto – rovinosi vortici di non detto – che distrugge gli esseri.

Emmanuelle cerca tra la parola i segreti dell’indicibile. Anche se in apparenza le poesie sono articolate come una autobiografia, come un’agglutinazione discorsiva, si ritrova nei versi della scrittrice francese che molto lotta con l’inchiostro (“stasera è deciso faccio la pelle alle parole”), una grande solitudine nera che il suo lavoro di psicanalista le avrà fatto incontrare attraverso le coppie in analisi che si amano, si odiano, si parlano del più e del meno con la vita abbarbicata dietro le pareti, si lasciano senza apparenza di dolore o con urla strazianti ma poi confidano le loro ambasce e i loro sogni in attesa di giorni migliori.

Eppure tra i versi, s’intravede ancora la vita su un altro piano: che circola e beve a qualunque sorgente, con l’energia bastarda prodotta dalla gelosia che fa perdere la ragione, che ama l’odore del sangue, che genera l’infame insonnia dell’ossessione e della vendetta. Può essere tutto questo, la vita: l’abbaglio che stordisce o l’energia che rigenera “Ma tengo nelle mie mani, fiera e pacificata, la mela rosso fuoco della conoscenza”.

Ed è sempre lei che ci fa a brandelli, ci smonta e rimonta, ci insegna a camminare sulle acque in attesa della quiete.

                                                        Nota e traduzione di Viviane Ciampi

Emmanuelle-Malhappe

 

Emmanuelle Malhappe vive nel sud della Francia, a Montpellier. È psicanalista, poeta, autrice, il che implica per lei un altro modo d’interrogare il rapporto con il linguaggio. Scrive racconti e poesie pubblicati in riviste. Ha ricevuto il premio del racconto Gaston Bessette per la sua raccolta di notizie La solitude des cygnes. Partecipa all’avventura dei libri poveri dove s’incontrano poeti pittori, illustratori e scrittori. Ha pubblicato una edizione de Jeu de l’amour et du hasard di Marivaux (Ed. Flammarion). Opera come animatrice in vari laboratori di scrittura e festival internazionali.  I testi qui tradotti sono inediti.

 

 

14 June 2016

La parola alla luce – Mostra fotografica nell’ambito del Festival Internazionale di Poesia di Genova 2016 – Atrio Palazzo Ducale

Category: poesia — admin @ 1:06 pm

Italia1

a cura dell’Associazione Fotografica Acf Francesco Leoni

La parola alla luce – Laddove Poesia e Fotografia danzano insieme

Talvolta accade che arti diverse tra loro  – e perciò autonome – come Fotografia e Poesia, prendano un sentiero comune per entrare in un dialogo fitto e prolifico. Da questi incontri possono nascere libri d’artisti rari e preziosi o mostre come quella dei fotografi raggruppati attorno al noto studio Francesco Leoni, artista che fu per molti anni il fotografo di punta di Genova ma la cui arte arrivò ben al di là dei confini della nostra città. Pur se arti indipendenti – come già detto poc’anzi – questi due linguaggi lavorano sulla precisione, la composizione  e l’interpretazione delle immagini. Ogni fotografo ha scelto le poesie inserite nella grande antologia dei vent’anni del Festival di Poesia di Genova dal titolo Venti di Poesia (Ed. Liberodiscrivere, Genova 2015), “adottando” la poesia di un poeta approdato al festival e reinterpretandola nel linguaggio della fotografia.

Felice l’accrochage, con la scelta delle poesie rigorosamente in nero su bianco come se la parola uscisse da uno scrigno, e azzeccato il luogo della mostra sita nell’atrio del Palazzo Ducale, nel cuore pulsante della Genova culturale, come a dare il benvenuto agli spettatori del Festival di Poesia, il più longevo d’Italia.

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Il fotografo Carlo Accerboni ha scelto Il paradiso è brutto dell’amato poeta Tonino Guerra entrando con grande empatia nel mondo animale, di animali sofferenti (cani con protesi, gatti ammaccati) e mostrando inaspettatamente le sagome di giraffe – spesso relegate al divertimento umano negli zoo – dipinte sui muri del museo di Storia Naturale di Genova come potessero proteggerli tutti.

Ma irrompe anche il volto di Marylin stampata su un sacchetto della spesa, ex brutto anatroccolo, splendente e con la sua maschera dell’eterno sorriso che emerge dal rivolo del tempo e della narrazione.

Sul tema della poesia Van Gogh si è liberato dal suo orecchio di Eduard Harents, Accerboni si addentra in una composizione de l’homme à l’oreille coupée incorporando temi cari al pittore come se potessero entrare interamente nello sguardo.

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Alfredo Caridi ha “adottato” la poesia La donna dalle lacrime dolci di Claudio Pozzani dove rivela un ritratto di donna alquanto tormentata, con espressione di rara sensibilità, fragile e smarrita davanti ad uno specchio opaco di vapore. Ed è come se i pensieri sorgessero tutti insieme dal fondo della fotografia.

Infine non è passato inosservato il quasi nudo di schiena di una donna non più giovanissima con collier di perle trasparenti  in cui ogni perla rappresenta – o potrebbe rappresentare – una lacrima.

Di ottimo impatto anche le foto in dialogo con la poesia di Simon Armitage Il mio pezzo forte che stupisce e  ripercorre i punti salienti della sua vita e lotta contro qualsiasi tentativo suicidario.

Nel terzo lavoro il fotografo si mette a tu per tu con la poesia di Claudio Pozzani  Vengo a portarti una poesia di Neruda e col poeta galoppa in immagini al cuore stesso della poesia.

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Lino Cannizzaro si è immerso nella poesia Le linee di Raoul Montanari esplorandone le infinite geometrie, linee immaginarie che tracciamo coi nostri passi, con le nostre vite – si passa anche sotto il frastuono di un fonoassorbente autostradale – accendendo a sorpresa il rigoroso bianco e nero con una sottile lingua di fuoco, una sorte di precipitato di luce che traversa l’umanità.

Infine ha sviscerato A volte penso del grande poeta colombiano Alvaro Mutis sull’inutilità della parola e dell’umane passioni degli uomini crudeli e avidi di potere che portano sciagure, ma accenna anche all’importanza del silenzio che – in fondo – è già linguaggio.

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Marina Padrenostro, in atmosfere cupe da film di Hitchcock interpreta la poesia disperata e ironica del Portoricano Pedro Pietri Salve, Benvenuti al telefono amico psichiatrico che incarna così bene le fragilità psicologiche degli umani e tutto ruota attorno al telefono – quei bei telefoni d’una volta dove s’infilavano le dita nei buchi e ti davano il tempo di pensare – come unico protagonista. Nessuno può dire se le mani che s’indovinano tremanti, avranno il coraggio di comporre quel numero della salvezza.

Punta poi la luce sulla poesia performativa e umanitaria del poeta-rapper Frankie Hi – Ngr, nella sua poesia ritmata e cantata Elefante. Qui, le fotografie di Marina hanno colto i segnali di un’umanità in crisi.

Sceglie anche Pietà per la nazione di Ferlinghetti uno degli ultimi poeti della Beat Generation, e ci dona tre foto di strada con l’ umanità ordinaria sorpresa nella sua “tigna” di vivere.

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Carolina Cuneo è avvinta da La pietra della follia di Fernando Arrabal, che sconvolse una serata del Ducale allora chiamata “Genovantanove” al Festival. Qui propone la follia di chi cammina sull’orlo dell’abisso tra siringhe e lavandini sporchi.

Poi s’impregna dei versi della raffinata Jolanda Insana (“spacca la melagrana” recita l’incipit) e della melagrana che riesce a “schiacciare e succhiare la frescura rubina” con foto di grande impatto realistico e di seducente ambiguità concettuale. I grani della vita, dell’intera vita, sono così esposti lì, belli e tremendi come il sangue che schizza ogni giorno per mano spietata sul corpo delle donne ma anche come rossi rubini d’umanità.

Infine si addentra nell’omaggio a Genova – dedicata a Giorgio Caproni – di Donatella Bisutti e propone una Genova “città poetica” e meditativa qui trasfigurata, “alta severa tutta scale”, che tanto ci fa pensare alle antiche illustrazioni della Torre di Babele, il che si addice a una Donatella Bisutti, non solo poeta ma anche traduttrice.

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Antonio di Pace si lascia pervadere dalla poesia La strada di Roberto Mussapi e la interpreta come rotta, come teatro di tutte le combinazioni, con Eros e Thanatos che giocano a scacchi. Il fotografo ha davanti a sé una strada immaginata con ombre che s’aggirano, come “ingoiatrice” di morti e esseri vaganti in procinto di esserlo, e la “consustanzialità con gli affogati”. I suoi scatti parlano soprattutto del resto di ciò che non si può raccontare, o meglio, di quello che – come dice Mussapi – sarebbe lungo da raccontare.

Come altro tema, quasi un innesto del primo, inserisce EXIT di Mauro Macario e si cala perfettamente nello spirito di questo poeta anarchico e “intranquillo” esegeta di Leo Ferré e sogna una società a misura d’uomo, dove la vita ti accolga con dolcezza e ostinazione.

L’ultima poesia analizzata da di Pace: Dio è artificiale di John Giorno, poeta scomodo della Beat Generation e qui la realtà è frantumata come in un caleidoscopio con riferimenti all’indomani delle stragi e al Dio Absconditus.

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Tina Fiorenza indaga la poesia di Claudio Pozzani (più volte  citato in questa mostra) La donna dalle lacrime dolci, convocando i toni delicati, ali di farfalla, evitando scossoni, provocazioni. Decide di vincere la pesantezza, gli inverni definitivi. I sentimenti più delicati sono visti attraverso una inebriante fuliggine. Ogni tono smorzato. L’emozione è insieme temporale e spaziale e le cose, seppur minime sono portate da un flusso che passa attraverso i gesti, le mani, le labbra.

La sua scelta va anche  nella direzione del poeta Joy Harjo e della sua Città di fuoco, e la “traduce” nella sua pelle di città godereccia e tormentata, lontana dalla saggezza e dalla pace delle cose, tra lussuria e magie d’amore in un teatro di idoli effimeri e fantasmi smarriti dietro le tende di stanze anonime.

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Dania Marchesi esplora La pietra della follia, dell’estroso e irriverente Fernando Arrabal, il poeta-drammaturgo di Melilla,  inventore del Teatro Panico. Il suo è un  mondo sarcastico di “organi in movimento” dove i corpi non si animano, si anemizzano disseminando i loro pezzi appena retti da un elastico. Avevano camminato, sonnambuli sull’orlo dell’abisso sperando che qualcuno li avrebbe aiutati a non farsi ingoiare.

Dania s’immerge anche nel mondo del poeta statunitense Andrew Zawacki con la poesia Corona e con le sue inquietanti bambole spaventate o livide  esplora tutte le sfaccettature dell’io.

Non senza ironia, ci prepara all’ascolto e alla visione de la Filastrocca dei librai scatenati di Bruno Tognolini, dove il libro – anche quello della narrazione dei miti – viene sdrammatizzato, stuprato, messo in scena perché il libro è/dovrebbe essere fruibile per tutti,  in qualunque situazione. In ciascuno di noi esiste un libro sperando che non sia – in futuro – un proibito frutto della conoscenza.

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Emanuela Maura entra in empatia con i versi della poetessa siriana rifugiatasi in Francia dopo mille peripezie: Maram al-Masri. Ma i versi che dialogano con le fotografie appartengono al primo periodo di Maram: quando quest’ultima scriveva poesie d’amore erotico nella spensieratezza (da quando il suo paese è entrato in guerra ha scelto poesie di stampo militante). “Lo voglio caldo e profondo” recita l’incipit della bella siriana ed è già tutto un programma. La fotografa interpreta cotanto erotismo con formati di piccole dimensioni da guardare quasi dal buco della serratura (cromatismi sapienti, dal giallo all’ocra). Semplici mormorii di corpi dove il fuoco delle movenze si mette in gioco. Tripudio, poi, scorrendo con lo sguardo verso il rettangolini, più alti. L’aria del Ducale si surriscalda. Colui che passa (le Regardeur) si avvicina. Aggiusta gli occhiali ed è festa per gli occhi.

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Paola Leoni mette in luce le Cicatrici ispirandosi ai versi quasi infantili ma per niente innocenti di Vivian Lamarque e si lascia abitare da questa – in apparenza – minuta poesia attraverso scatti che organizzano il pessimismo con un sorriso e lasciano apparire le strisce bianche dell’inquietudine. Perché il timore della nostra finitudine è anche fatta di queste piccole cuciture, di queste fastidiose slabbrature. Il tempo segna la nostra somiglianza. E lo sa Paola, che in pochi fotogrammi ritrova i corpi negli stessi mormorii imploranti dei corpi.

In un secondo momento, La fotografa si è lasciata sedurre dalla metafisica dei treni in Questa fermata è l’ultima di Grazia Apisa Gloria e ci fa sognare con questi treni “flou”, poiché opaca è la nostra vera destinazione. Treni che si tuffano nell’ignoto passando da squallide stazioni di provincia con il loro delirio ferroviario, sospinti da una forza misteriosa e si nutrono dell’ angoscia, del mal di vivere, dell’apprensione, dell’attesa di qualcuno o della trepidazione del viaggiatore nel nulla. Ma il paesaggio che sfila negli occhi di una viaggiatrice trasognata contiene l’attimo.

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Bianca Pirisino si è soffermata sulla poesia di P.J. Harwey Where it begin lasciata in lingua inglese, facendo un tuffo nel vuoto delle grandi città e le sue fotografie sono come scenografie “teatranti” nel senso più alto del termine, dove tutto si compone si ricompone si dissolve e lo sguardo vede quel che c’è da vedere, ossia quel che germina, che pullula e prolifera. Qui è adesso. Dove tutto comincia e può finire.

Infine, la fotografa rende un doveroso omaggio allo sfortunato Livornese Piero Ciampi (1934/ 1980), uno dei pochi cantautori che si possono fregiare del titolo di poeta della canzone. Il vino, è la canzone-poesia scelta da Bianca, di stampo baudelairiano, prendendo il punto di vista dell’io narrante con i suoi sofferti annebbiamenti  e visionarie intuizioni.

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Rossella Sommariva analizza Madre Terra poesia di Mend Ooyo e ci porta il sentimento del luogo con scatti che mettono in scena i disastri infiniti compiuti dalla mano dell’uomo. Asettica aria asciutta su campi ingialliti, frigoriferi abbandonati e cumuli di spazzatura perché non c’è un occhio al centro della Terra per rimproverarci. Ma tutto muore del nostro stare immobili. Eppure un mondo migliore è possibile, deve essere possibile, pare dirci.

La Sommariva  si prende cura anche della poesia di Vincenzo Costantino Le case che insegna a tenerci strette le nostre belle malinconie come fossero silenziose entità che albergano nelle stanze, quella malinconia non ben definita – la saudade, per dirla come i Portoghesi –  la  compagna superstite dei nostri dormiveglia, talvolta foriera di processi pre-creativi se abbinata all’otium.

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 Tutti i fotografi del gruppo Foto Studio Leoni hanno avuto quel grande appetito di scoprire con occhi “lavati”, con occhi da poeta la parola da cui sono stati intrisi e hanno toccato la polisemia  del verso, prima, lasciandosi andare al piacere dei tentativi, poi andando fino in fondo alla loro ricerca (alcuni mi hanno confessato di aver tenuto per mesi la poesia in tasca per lasciarsene penetrare!) diventando quindi essi stessi “critici” e “traduttori” del poeta scelto. E tutto è arrivato, ben percettibile con la luce – seppure a tratti claustrale – che pian piano saliva dall’opacità fino alla giubilazione dell’improvviso scintillio della vita. Così lo spettatore si fa parte integrante di questa avventura poetica e fotografica e può dare inizio al viaggio dell’anima, scardinando le barriere, il filo spinato, le serrature del mondo.

 

 

                                             Nota di Viviane Ciampi

 

 

 

 

 

 

 

13 May 2016

Il futuro è un campo incolto – Alessio Brandolini

Category: poesia — admin @ 11:30 pm

Italia1

    Foto Alessio Brandolini

Alessio Brandolini

è nato nel 1958 a Frascati e ha trascorso i suoi primi vent’anni a Monte Còmpatri. Vive a Roma, dove si è laureato in Lettere moderne. Ha pubblicato le raccolte poetiche: L’alba a piazza Navona (in 7 poeti del Premio Montale, 1992); Divisori orientali (2002, Premio “Alfonso Gatto Opera prima”); Poesie della terra (2004, poi anche in spagnolo Poemas de la tierra, 2004, 2ª edizione 2014); Il male inconsapevole (2005); Mappe colombiane (2007), poi anche in versione spagnola Mapas colombianos (Colombia 2015); Tevere in fiamme (2008, Premio “Sandro Penna”); Il fiume nel mare (2010, Finalista Premio “Camaiore”) e Nello sguardo del lupo (2014). Nel 2016 è uscita la sua prima antologia poetica italiana: Il futuro è un campo incolto (1992-2014).

Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e pubblicati su riviste italiane e straniere. In Costa Rica sono state pubblicate le antologie poetiche: En el ojo del lobo (2009), Desde otro planeta (2014) e in Colombia Llamo desde otro planeta (2016), tutte con la traduzione di Martha Canfield. Dal 2003 al 2013 ha fatto parte del gruppo “I Libri In Testa”.

Nel 2013 ha pubblicato il libro di racconti brevi Un bosco nel muro (Empirìa).

Traduce dallo spagnolo e dal 2006 coordina «Fili d’aquilone», rivista web di «immagini, idee e Poesia». Nel 2011 ha fondato la casa editrice Edizioni Fili d’Aquilone.

www.alessiobrandolini.it

Brandolini Frontale

 

 

 

                                     Il futuro è un campo incolto – Alessio Brandolini

 

Il futuro è un campo incolto è l’ultimo libro di poesie di Alessio Brandolini ma soprattutto la sua prima antologia italiana la quale traccia un percorso che ha inizio nel 1992 fino ad arrivare al 2014. L’opera quindi è di grande aiuto per aver un quadro di quanto questo poeta schivo e non appartenente a scuole o a correnti, ha saputo regalarci in anni di scrittura.

Ma leggiamo alcuni versi iniziali dell’autore:

 

 

Piccolo il cielo

appuntamento tra le nuvole

davanti al bar San Pietro.

Poi la bici da corsa

spericolatamente

più veloci in discesa.

Senza mani né freni

né manubrio né ruote.

Già dagli esordi, dunque, il nostro poeta, lungi da concedere descrizioni distaccate ci fa entrare a piene mani  con la bicicletta da corsa nella vita – appunto –  per rimanere in fusione perenne con essa. E lo fa con stile chiaro, alieno da artifici letterari, da deliberati disincanti, partendo da fatti reali prima di arrivare a lampi di stupefacente visionarietà. Lo fa con un io che fa capolino, s’infiltra si ritrae e si scompone. Nel suo tessuto verbale non manca la solitudine di una città caotica – Roma – così poco a misura d’uomo  – seppur nella sua maestosa bellezza, seppur nelle sue manciate di progresso e di regresso, dottamente citata durante tutto l’arco delle sillogi che attraversano il libro – teatro di drammi e faticosi andirivieni. Vi troviamo tutti gli elementi della disposizione meditativa che caratterizzeranno, negli anni, la poetica di Brandolini: l’attenzione alle piccole cose, la compenetrazione con gli eventi naturali, il disabilitarsi dalle ossessioni del lusso, l’agonizzare della civiltà, l’angustia quotidiana del mondo che si degrada, l’amore che ogni giorno va conquistato (molti dei libri sono dedicati alla moglie Laura). Marco Testi, suo prefatore scrive: “Con Il futuro è un campo incolto l’autore offre la possibilità di capire che siamo di fronte a nuove sonde della realtà, che entra nel nuovo senza corteggiarlo, che è parte dell’antico senza esserne schiava o eccessivamente tributaria”.

 

Gli alberi

sono stati abbandonati?

non hanno più nome

sotto la spessa corteccia

c’è solo un buco

un passaggio sbarrato

privo di linfa

un nido di muffa, di tarli.

Per questo fra tre giorni

verranno ad abbatterli.

A terra i frutti

svuotati dai vermi

presi d’assalto

da formiche affamate

da ragni rossi

con la bocca a tenaglia.

Intorno all’albero

il tappeto di foglie

macerate nell’acqua.

In tutto il libro si scorge l’ansimare del tempo, il battito della terra, a tratti morbida, a tratti pesante sotto i passi, che aspira la presenza dell’uomo mentre tanti fragili equilibri si disperdono, scavano l’eterna valle di ciò che si approfondisce, che penetra antichi territori rimasti sotto l’irrigazione dei rivoli delle ore, di ampie arborescenze che avviluppano i timori dell’uomo attraverso i secoli, demoltiplicano i sensi erettili, esaltano i profumi in arrivo dal suolo bagnato.

 

Dura è la terra

per chi semina e nutre

grani di amore

per chi strappa l’ortica.

Un sole giallo

grande-granoturco

oggi ci spia

ci protegge dal buio

dall’acqua sulfurea.

Forse ci stima

magari ci ama.

E allora diciamo

che una sera l’usignolo

cantò su questa pietra.

Nella corrente del fiume (il Tevere) batte l’orologio del tempo con le sue ore tremende e magnifiche dove volteggiano nuove libertà. L’uomo nascerà, si rinnoverà, morrà, forse guarderà la terra con occhi trasparenti da un altro pianeta, o da un altrove e da quel silenzio capirà i sortilegi del vento, quali sono le erbe da estirpare nel campo incolto dell’infanzia, quali i rami da mozzare, quale tessitura hanno i legami d’amore, d’affetto, di fratellanza e d’amicizia. L’uomo – forse – vedrà tutto questo da lassù. Intanto, né vincente né perdente, l’uomo di adesso che – non nascosto in un bunker – se ne sta in viaggio a realizzare i sogni e come ragni e formiche le quali non arretrano davanti al futuro tesse “i suoi felpati giorni”. Il dubbio semmai – sembra dirci Alessio Brandolini – non è tanto come coltivare il campo incolto ma come concimare noi stessi, noi umani, come nutrire la mente in questi giorni di ruggine.

 

E fino all’ultima silloge “Nello sguardo del lupo”, ritroviamo l’assidua ricerca del senso della vita con la presenza della fatalità, senza fronzoli consolatori ma nella stoica accettazione del destino.

[…] Questo ritrarsi nella pelle del lupo per conoscere

per conoscersi e spaventarsi, continua sfida esonerata dallo scontro.

Stressa la ricerca di un proprio spazio, poi per giorni a discuterne nel rifugio.

 

Il lupo, quindi, cristallizza tutte le paure. Ma è anche l’io poetico, spesso nascosto come nella fiaba e come nella vita coi suoi lacci di sangue aggrumato, che semina tracce, sopporta le ferite. L’animale, nella realtà, s’accorge della malevolenza dell’uomo che lo teme e vuol abbatterlo. Ma possiamo leggere nel lupo (senza mai dimenticare che siamo a Roma dove la lupa ha forte presenza simbolica) come nella poesia del periodo romantico di Alfred de Vigny “La mort du loup” l’emblema dell’umanità forte e pura, che non si vende al potere e impara a morire nel silenzio dignitoso. Ma si riconosce anche il mito del cacciatore: “Abbattere la gabbia” “alzi steccati, affili coltelli”. Il lupo è altresì il Maître-loup, l’animale fiero e aristocratico di Jean de la Fontaine, che sa conservare la sua indipendenza e  dice al cane (che considera servitore del padrone) “La libertà è un tesoro” prima di fuggire. Infatti come dice La Fontaine, il lupo fugge ancora…

 

Il futuro è un campo incolto

Antologia poetica Ed. La vita felice, Milano, aprile 2016, €16,00

 

 

Nota di lettura di Viviane Ciampi

                                    

26 April 2016

Loretta Emiri

Category: poesia — admin @ 9:33 pm

Italia1

Locandina Madre Terra

Foto di Loretta Emiri

Copertina libro Loretta Emiri

Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i volumi di racconti Amazzonia portatile e Amazzone in tempo reale (premio speciale della giuria per la Saggistica, del Premio Franz Kafka Italia 2013), il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice degli inediti A passo di tartaruga e Romanzo indigenista, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice. Sui testi appaiono in blogs e riviste on-line, tra cui La macchina sognante, Fili d’aquilone, El ghibli, I giorni e le notti.

Loretta Emiri Opere

Note bio-bibliografiche

25 March 2016

Ænigma – Lorenzo Beccati

Category: poesia — admin @ 10:31 am

Italia1

Lorenzo 4

(foto di Lino Cannizzaro)

Copertina Lorenzo Beccati

 

Lorenzo Beccati, autore di programmi Mediaset (Drive In, Striscia la Notizia, Paperissima) e scrittore
Oggi, venerdì 25 marzo p.v. alle ore 18 – Feltrinelli di Genova
presenta il suo ultimo libro:
Ænigma – Casa editrice “Nord”

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21 March 2016

D’aria e di Terra – di Viviane Ciampi

Category: poesia — admin @ 6:38 pm

Italia1bandiera-francese1

Copertina D'Aria e di terra

Recensione di Marco Ercolani (scrittore, poeta e saggista)

La genesi di queste prose è un documentario che sconvolge l’autrice: case distrutte, sbriciolate, solo una porta d’ingresso in piedi, un cane che cerca qualcosa fra le macerie. L’atto di scrittura del libro nasce da questo shock, che gli attentati parigini del Bataclan rafforzano e amplificano (la prima prosa del libro cita letteralmente la data, 13 novembre 2015). Un libro unico, permeato di scene drammatiche dove però è presente un guizzo di levità nella tragedia; si mescolano il tu, il voi, l’io, dentro una identità plurale che spiazza il lettore e lo soggioga in un incanto verbale. «La memoria dissotterra pietre notturne. È il fuoco che s’intrufola nel pagliaio ad agguantare il dubbio. La mela cade nella cesta del lutto e la notte da sé si scrive». Questi versi evocano una cesta oscura, notturna, ma il fuoco che accenderà il pagliaio e le pietre dissotterrate dalla memoria ci dicono che la morte è un evento che la parola talvolta sconfigge. «La scienza ci avverte il bianco molto bianco s’avvicina strisciando». Dentro questi testi non si acquatta mai il demone della noia, quel calligrafismo tanto frequente nella prosa poetica: il pericolo è scongiurato da improvvise virate di respiro, da sospensioni felici del ritmo. «Mai e poi mai vincerà la tristezza se la vita passa stringendo pietre fra le mani non è più la vita»; «QUIETO E’ IL PIANETA. Che abbia deposto le armi o era spento il televisore? La follia corre in groppa ai cavalli ma oggi non si nota. Si consuma da sé il diario dei giorni. Pochi eremiti vi trovano rifugio prima che accada l’impossibile le nubi si voltano e cambiano colore. E tu che ti sei perso in poche righe di buon umore che cosa chiedevi? Dov’era il tuo posto? Oh le serendipiche scoperte poi!». È famoso il principe di Serendip per aver dato il suo nome a quelle scoperte anomale e casuali (nella scienza, ma non solo) che cambiano il corso delle cose ma senza un progetto razionale precedente, senza una volontà che organizza e dispone. In D’aria e di terra il poeta si comporta proprio come il principe: lascia che le immagini si sbriglino, cavalchino, vadano per conto loro, come dettate, poi prende la parola, cioè le organizza in frasi: ne scaturisce un tono sentenzioso ma capriccioso, mai lirico. Forse Viviane ha presente “il pensiero del tremore” teorizzato da Glissant, un pensiero che non procede per verità assolute ma per sospensioni e divagazioni. «VAI NON TANTO per andare. Vai perché sei tu per il gesto d’abbraccio per capire il tremore». Al poeta resta il compito di “capire il tremore”. In tutto il libro Viviane gioca con gli scarti ritmici, i soprassalti delle immagini, i frammenti brevissimi alternati a frammenti più lunghi. «L’orizzonte è un frammento di poesia in eccedenza»; «Potrebbe qui ora cadere la neve nel momento stesso in cui scrivi la parola neve. Potrebbero le tue dita farsi spazio nel bianco diresti mio dio sono io quel bianco». Ecco che l’esclamazione stupita, quasi impaurita «mio dio sono io quel bianco” viene come mimetizzata nel frammento, non drammatizzata ma fatta scorrere fra le altre parole.
E poi scrive: «LA TERRA GETTATA negli occhi di chi interroga la terra di chi d’un dolore lancinante cerca la ragione. La voce davvero in nessun libro. E poi chi indaga? Chi in questo sonno? Nell’avventura – ridicoli – così poco protetti. Chi interroga le galassie e tanto lo sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha messo ortiche sui sogni? Non rispondermi: la vita!». Il dialogo di Viviane con i fantasmi comprende continui slittamenti fra il dentro e il fuori, dove reale e immaginario si intrecciano, e il dolore cerca sempre l’ironia, il severo dramma il fresco ritmo delle immagini. Grande traduttrice dal francese, Ciampi non dimentica, naturalmente, la lezione dei “poèmes en prose” di René Char. Ma mi azzarderei a dire: il suo tono si distacca da quella classica densità oracolare e improvvisa contrappunti musicali fra sé e il mondo. «NASCITA del reale. Da tempo lo inseguivi. C’è sempre quel pensiero fisso di come definirlo». IL LIBRO LO STESSO scritto da sempre con l’anima – mille vite concesse – che gorgheggia nel primo capitolo poi fragile consumata come un sogno di prigionieri. Tuttavia una colomba un’erba voglio in transito sulla piazza la gioia di domani. Il sapere che tutto ricomincia. Allora accarezzi il passaggio del tempo. Pensi alla dolcezza come a un fatto naturale. Pensi alla dolcezza che non ha fine. Al fatto che da stella stella tornerai». Imprevedibile suite surreale di poemi, il libro è un addestramento alla resistenza, alla libertà, a un gioco verbale che non ignori la tragedia ma resti gioco nel suo semplice esistere. «Un cielo tutto chiodi e tenaglie ti fa ricadere nel grembo d’un giorno modesto. In sogno giochi con la lepre». E la lepre ha la provvidenziale capacità di guizzare, di sfuggire, come fa questo libro, che non si arrende alla definizione del critico ma sorprende e illumina la fantasia del lettore vero. «Hai ragione i segnali sono numerosi lampeggia la tua testa tanto vale poggiarla sui cuscini quando manca uno sguardo d’umanità vera».

 *

Recensione di Marco Furia (poeta, critico d’arte e redattore della rivista Anterem) apparsa sul sito La Recherche.it

“D’aria e di terra” è una raccolta di brevi prose dall’intensa valenza poetica: evidentemente per Viviane Ciampi, che ne è l’autrice, i generi letterari sono da considerarsi fisionomie linguistiche tra loro non disgiunte.

Così, ad esempio, la sequenza

 

“Chiama la gioia abbraccia il silenzio incolla i

cocci della parola senza orpelli costruisci una storia lontana dalle

fiamme delle guerre tra cani. Qualcosa. La riparazione. Un’ipotesi.”

 

rende chiara testimonianza di come chiedersi che cosa sia prosa e che cosa sia poesia nasconda un rischio di fraintendimento.

Meglio domandarsi, invece, quando diciamo (o pensiamo) di trovarci a contatto con un brano di prosa o uno di poesia.

Particella disgiuntiva, quella “o”, che, nel caso in esame, appare ingiustificata poiché i due generi vivono l’uno nell’altro.

Forma e contenuto, parola e significato divengono ampio e diffuso senso, fecondo suggerimento di un indicibile al quale consapevoli cenni possono in qualche modo riferirsi.

Suggerimento, certo, perché quel quid che, a ben vedere, non abita oltre ma dentro la lingua, quel quid non assoggettabile ad alcuna grammatica, può tuttavia essere avvertito quale assidua presenza.

La pronuncia

 

“E improvvisammo la forma del

tempo e la freccia del tempo e il senso e la fortuna e

c’improvvisammo noi da soli danzatori sulla scacchiera”,

 

con il suo incipit dal sapore espressionista, mostra che il suddetto suggerire per cenni, assimilabile al gesto, costituisce un’importante modalità espressiva del e nel mondo.

Un mondo di cui, ovviamente, fa parte la stessa autrice: Viviane, lungi dal chiamarsi fuori, dall’osservare da lontano, si colloca ben dentro, si scopre fatta “D’aria e di terra”, riconoscendosi non in una fusione generica con quanto la circonda, bensì nelle vivide collocazioni in cui viene di volta in volta a trovarsi.

Il suo dire, insomma, è già essere.

Domande quali

 

“Chi interroga le galassie e tanto lo

sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha

messo ortiche nei sogni?”

 

non pretendono risposta, poiché, cosmiche ed esistenziali, sono consce della loro natura di fruttuoso atteggiamento.

Un brano musicale, certo, è composto dalle singole note tracciate sul pentagramma, nondimeno la melodia che ascoltiamo è quella scrittura con qualcosa in più.

Così le parole di Viviane superano la loro mera valenza identificativa e, lungi dal combinarsi in accostamenti sterili, rivelano come gli esseri umani partecipino, in maniera precipua del continuo farsi (e modificarsi) di costellazioni espressive.

Non è facile, davvero, scrivere la vita: la nostra autrice ci riesce per via di una scrittura semplice e, nello stesso tempo, complessa, frammentaria eppure completa, integra.

E nemmeno è facile fotografare il mondo, come fa Lino Cannizzaro con la sua copertina.

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11 March 2016

Franca Fioravanti – Teatro delle Nuvole – Genova

Category: poesia — admin @ 11:36 pm

Italia1

Franca Fioravanti

Franca Fioravanti, regista pedagoga del Teatro delle Nuvole, nell’ambito del Festival Internazionale del Cortometraggio, La Spezia Short Movie Awards,

ha ricevuto la menzione speciale per il tema sociale affrontato nel video Paesaggi:

Menzione speciale a “Paesaggi”, per aver portato la libertà dell’arte all’interno del carcere e per averci ricordato che la funzione della detenzione non è mai punitiva; che un processo globale di reinserimento è in grado di incrementare la

sicurezza. E che anche attraverso l’arte passa il riscatto dell’anima.

Il video Paesaggi è la trasposizione dell’esperienza vissuta durante il laboratorio teatrale condotto da Franca Fioravanti nel carcere di Chiavari.

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24 February 2016

Corpo mio – Lucia Ravera

Category: poesia — admin @ 10:33 pm

Italia1

 

 

  Foto R M T

Nota biografica

Lucia Ravera nasce nel 1970. Studi classici, una laurea in letteratura russa, vive alle porte di Milano. Giornalista pubblicista, è attualmente responsabile dell’Ufficio stampa e della comunicazione di un Ente pubblico. Svolge attività di copywriter free lance, ha insegnato in scuole secondarie di primo e secondo grado e partecipato alla redazione di riviste di critica letteraria.

Con Ugo Mursia Editore ha pubblicato nel gennaio 2008 il suo primo romanzo: La storia finisce qui.

Nel 2012 con Giuliano Ladolfi Editore ha pubblicato il saggio: Le ragazze della scrittura. Oltre i tabù, la letteratura contemporanea femminile in Italia.

Corpo mio è il suo terzo libro.

Copertina R M T

 

Nota di lettura 

In una delle prime conversazioni con Lucia Ravera, l’autrice di Corpo mio, raccontai un episodio accaduto al centro antiviolenza dove lavoravo. Un giovane transessuale si era rivolto allo sportello. L’operatrice di turno l’aveva accolto e ascoltato a lungo, ma si era ritrovata a indirizzarlo ad altri servizi dopo avergli chiesto il documento di identità, dato che il genere maschile risultante all’anagrafe non consentiva da regolamento di prenderlo in carico. Nati dal movimento per le donne i centri antiviolenza sono rivolti ad utenza esclusivamente femminile. Non ci fu molto da commentare, io e Lucia ci riconoscemmo reciprocamente nello stesso smarrimento, e nel pensiero delle incongruenze e dei paradossi di una cultura democratica ammalata di stupidità e burocrazia.

Tutto questo per anticipare che Corpo mio è un romanzo sul tema dell’identità, e che Lucia ha saputo custodire e restituire quell’emblematico episodio. Il racconto si snoda attraverso tre personaggi, una donna, un uomo e un ragazzo, che si avventurano in modi diversi e intrecciati nella ricerca di un’esperienza del mondo coincidente all’esperienza di sé. Uno di loro resterà nel guado e la sua parabola diventerà lo snodo per gli altri due. La protagonista è apparentemente una moglie, Laura, costretta ad affrontare il distacco dal proprio compagno (anche l’assenza/s’apprende/ha la sua liturgia) in un duplice e incalzante climax, dando inizio così a un processo di espiazione e muta attraverso il quale l’universo degli affetti verrà sconvolto e infine rigenerato. Dico apparentemente poiché la storia è in realtà interamente orchestrata dalla tragedia dell’ antagonista, l’uomo a  lei legato e per tutta la vita e lacerato dall’incapacità di trovare una ricomposizione e una riconciliazione con se stesso. E’ la relazione medesima la protagonista, e simultaneamente il tessuto del libro:

“Che la morte, nella coda di un finale migliore, sradica il peggio della vita. E trattiene il meglio. Perché i vivi possano ricordare.

E riabilitarsi”.

Il tema dell’identità è insomma scandagliato in tre possibili paesaggi intimi. I fondali della perdita e del distacco in cui l’apnea del dolore annienta la percezione di sé e ne prepara l’affioramento; la laguna dell’incertezza nella quale l’esistenza si biforca e sdoppia colludendo con una rarefazione dell’ identità che contraddice la certezza del ruolo; l’oltreoceano della giovinezza, proiettata finalmente fuori dagli schemi, dal moralismo, dagli stereotipi, in un orizzonte impreciso ma fedele alle aurore veraci. Laura, Alberto, Maria.

Il sé autentico esige un coraggio e una temerarietà che nella visione di Lucia Ravera richiamano alla potenza del femminile. Un femminile che non è qualità della donna, ma archetipo ed energia, che ognuno/a può ricontattare, riascoltare, integrare. In questo senso diventa centrale il tema del corpo che sottolinea i processi di trasformazione e percezione di sé nella protagonista. I diversi aggettivi attribuiti al proprio corpo segnano i momenti del cambiamento, gli snodi cruciali, la forma in cui i tessuti cellulari parlano del rapporto di Laura col mondo, dei suoi affronti, delle ferite e delle riconciliazioni.

La scrittura è attraversata da accesi fendenti descrittivi:

“Il cielo lambiccava proiettili d’acqua che scheggiavano come lastre di luce sui parabrezza delle auto in corsa”.

“… sui tavolini storpi una candela consumata garrisce la fiamma nera intorno a un crocicchio di voci e di fumo”.

Uno dei pregi del romanzo è la congruenza delle varianti stilistiche rispetto all’andamento della trama. Il libro è scandito da componimenti in versi che affidano alla scrittura poetica l’inesprimibile gravitare dell’introspezione. La prima parte, nella quale con raffinata sensibilità si attraversa il dolore parossistico del distacco, è accesa da momenti di intenso lirismo. la seconda invece si orienta più nettamente alla narrazione, fluisce in un percorso ascensionale in cui la percezione della realtà si àncora agli accadimenti, ai dialoghi, ai luoghi, restituendo la dolcezza del presente, delle sue possibilità, la frescura delle minute allegrie, la pronuncia ferma dell’ “IO”, e del “NOI”.

                                                                                                                                                     Rossella Maiore Tamponi

*

9 October 2015

Guido Zavanone – LO SCIAME DELLE PAROLE – Poesie di una vita

Category: poesia — admin @ 8:11 pm

Italia1

Foto di Guido Zavanone

Copertina Zavanone

Introduzione 

La vetta

Sono giunto al meriggio alla tua vetta;
ho abbracciato la tua croce nera
che affonda nella terra riarsa
e nel limpido cielo.
Altro segno non vedo o vita; il sole
brucia gli spazi, cancella i sentieri,
arresta i passi,
incide le parole
sulle lapidi bianche delle rocce.
Tutto è allucinante luce,
riverberato cielo,
impietrito silenzio.
Sola ombra alla vetta è la mia ombra immota
sorpresa in quel tuo sole come
un’improvvisa memoria;
e già spero e già tremo
che ad un tuo cenno muova;
e ricominci il tempo.

*

Pianto per un poeta

È la notte e s’inoltra
nel giardino dei morti.
Piano, con la lampada
schermata della luna.
Un cipresso trasale,
sogna d’essere vivo.
Con ghirlande di fiori
prore bianche di marmo
s’apprestano a salpare.
Ma le croci di ferro
spalancano le braccia
d’un destino immutabile.
Tu riposi sereno.
Tu cercavi soltanto
un sorriso e lo trovi
nella foto sbiadita
della lapide accanto.
Che nessuno cammini
se non l’ombra ed il vento.
Qui s’arrestino i passi
del presente che sale
e calpesta il passato.
Anche tu sei trascorso.
Ora il cielo ripiega
l’ali immense, si china
trasognato sul letto
del tuo sonno di pietra.
Ora un vento ripete
la tranquilla armonia
del tuo canto, s’ostina
a negarti alla morte.
Così noi che t’amammo.
Ombra dolce tra l’ombre,
cara polvere degna
d’una vita più vera.

*

Al regista

Non biasimarmi
se recitata la parte
indugio, se ancora mi volgo
a guardare la scena.
Perché dissi poche battute
in fretta,
senza intenderne il senso,
venuto dall’ombra stordito
in questa vampa di luci;
e mi fai cenno di uscire.

*

Il vento

Il vento si scagliò contro gli abeti
col suo azzurro scudiscio
e li udì che gemevano curvando
il vertice al suolo.
Il vento salì rapido il pendio
della montagna solitaria e giunse
all’alta rupe; mormorò dal tempo
un’eco di valanghe.
Il vento si levò nel fermo cielo,
aquila ardente volteggiò su sparse
mandre di nubi, dileguò; lontano
sventolò il mare i suoi vessilli bianchi
risplendenti nel sole.

*
Preghiera
I

Ho ammucchiato trent’anni uno sull’altro
per salire e guardare,
oltre il muro, i Tuoi segni.
Fanciullo nella casa
grande sul fiume,
se nella notte d’improvviso desto
non udivo il canto triste dell’acque,
il cuore in petto mi balzava ed era,
in quel silenzio immenso,
il cuor dell’universo.
O fragore di nubi mi chiamava
alla finestra a contemplare assorto
gli alberi folli di vento e di tenebra
brancolare ululando nella notte,
nei cupi abissi del cielo fuochi
meravigliosi accendersi ed intorno
muover l’ombre giganti delle nubi,
sentivo la presenza
e l’assenza di Te.

*
II

E lungamente ti ho cercato in questa
giovinezza pensosa;
nei silenzi sbiancati dei mattini,
quando in cielo agonizzano le stelle,
pallido sogno all’orizzonte fugge,
velata d’ombra, a mondi altri la luna;
nella luce accecante dei meriggi
se il sole estivo roteando brucia
e speranze e ricordi – abbandonata
la terra avvampa e appare,
per gli spazi infiniti,
ara sacrificale –
nel mortale sconforto dei tramonti,
come trema l’angoscia della notte
e sale dall’effimero all’eterno
il grido «Padre, perché m’abbandoni?»
Il cielo ha pallori improvvisi,
brividi lunghi,
ferite profonde
che grondano sangue;
e ombre che passano e restano
specchiate nel cuore.

*

12 June 2015

Parole Spalancate – 21° Festival Internazionale di Poesia di Genova

Category: poesia — admin @ 7:50 am

Dal 10 al 21 giugno 2015

http://www.festivalpoesia.org/

http://www.festivalpoesia.org/blog/parolespalancate-programma

Voix Vives