25 March 2012

IL LINGUAGGIO DEGLI ALBERI- la fotografia incontra la parola –

Category: fotografia con testo — admin @ 10:25 pm

Accade di camminare per le strade di città o nei sentieri di campagna e di montagna e fare incontri silenziosi difficili da dimenticare. Sono gli incontri con gli alberi che, nel grande libro della natura hanno un ruolo di primo piano. Gli alberi, infatti, pulsano nel segreto delle nostre vite, a patto che sappiamo osservarli, ascoltarli nel loro misterioso “essere”. Allora varrebbe la pena conoscerli per nome, analizzarne le metamorfosi, individuarne la simbologia, toccarli, annusarli (ognuno, come gli umani ha il proprio odore), perché sono portatori di saggezza, per evitare sfocature mentali oppure come semplice esperienza.

Un grande scrittore e pittore come Carlo Levi fece dei veri e propri “ritratti” degli alberi che lo circondavano nella sua villa di Alassio, in particolare ulivi e carrubi. Per Levi, gli alberi erano non solo esteticamente belli da rappresentare ma divennero col tempo i protagonisti della sua opera, in quanto li percepiva come esseri immersi nella palpitazione del mondo.

Allora fece nascere il carrubo-donna, il carrubo-mostro, il carrubo-inferno-paradiso e via alberando…

Così parla l’autore de Il Cristo si è fermato a Eboli: «Ritorno a questi tronchi contorti, rovesciati dal vento, pieni di antiche ferite, con la pelle grigia dei mostri arcaici, dove vivono funghi e insetti, erbe e licheni e gli uccelli nei nidi, e gli squarci del legno rossi di sangue vegetale simulano altre forme costellate di occhi». Gli artisti, i poeti, ci hanno sempre insegnato a vedere le cose, anche le più umili, le quali senza di loro passerebbero inosservate. Questo è il caso del poeta ligure Camillo Sbarbaro che diventò uno dei maggiori conoscitori di licheni di tutti i tempi.

C’è dunque un guardare che va oltre il semplice atto di guardare? C’è un modo di penetrare nelle cose o nelle forme che ci circondano con occhi nuovi, lavati, trasparenti? Se riuscissimo nell’esercizio di flânerie, in quel camminare come sorta di ozio creativo, che ha poco a che fare con la semplice camminata ecologica, ci ritroveremmo a compiere un’esperienza poetica che potrebbe rivelarsi come una sorta di re-invenzione dello sguardo e del reale.

Questo album antologico sarà continuamente aggiornato poiché il flâneur (Lino Cannizzaro) e la flâneuse (la scrivente) scoprono quasi ogni giorno (giorni di pioggia compresi) sentieri scoscesi, boscaglie, parchi, mulattiere con dinastie d’alberi e arbusti saggi e folli, simpatici e scontrosi. Senza contare le sorprese delle piante sottocasa. Perché strano a dirsi, spesso, taluni fiori o piante, bocche roventi d’amore “naturaliter” esistono incolumi, in giardinetti improbabili, laddove ringhiano bussolotti di spazzatura e carte unte di focaccia. Talaltri si fanno erba voglio contentandosi di cedere all’ora estiva, amoreggiando celati alla vista del curioso. La parola dei poeti si è unita alla fotografia  e si fa udire, ben oltre la funzione emotiva, aperta a tutti i transiti vitali.

Viviane Ciampi

Fotografie di Lino Cannizzaro e Viviane Ciampi

Per i versi utilizzati nell’iniziativa “Il Linguaggio degli alberi” si ringraziano le Case Editrici:

Africa World Press, Anterem, Atelier, Autres Temps, Azimut, Bompiani, City Lights Italia, Costa & Nolan, Crocetti, De Ferrari, Einaudi, Empirìa, Estuaire, Feltrinelli, Flammarion, Fondazione Carlo Levi, Frassinelli, Gallimard, Garzanti, Genesi editrice, I Gherigli, Grandi Tascabili Newton, Issimo / Il Vertice, Kowalski, L’arbre à paroles, L’atelier des Brisants, Lanore, Le Castor Astral, Les Dossiers d’Aquitaine, Le Lettere, Le Mani, Leméac, Liberodiscrivere, LietoColle, Mondadori, Noroît, Pagine, POL, Rizzoli, San Marco dei Giustiniani, Scheiwiller, Unes, Viennepierre, Internòs, CFR, Campanotto.

Per vedere l’album fotografico di questa iniziativa clicca su:

 

http://www.flickr.com/photos/progettogeum/

 

 

L’album è costantemente aggiornato.

 

    21 maggio 2012

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Category: amministrazione — admin @ 1:27 am

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24 March 2012

Sàrmede: Le immagini della fantasia

Category: illustrazioni — admin @ 9:30 pm

 

Scuola Internazionale d’illustrazione – 30a Mostra Internazionale d’Illustrazione Stepan Zavrel


È un mondo, quello dell’infanzia, da cui non ci si stacca mai veramente.

Un libro illustrato (sia esso d’azione, d’avventura, favolistico) è sempre un amico fedele che permette di viaggiare con la mente, di scoprire storie meravigliose e palpitanti. Perché da quando il mondo è mondo ognuno ha bisogno di evadere dal quotidiano e di rifugiarsi nel mito, nel racconto fantastico, nella fiaba. Senza contare che per l’immaginazione del bambino, per la sua crescita, la scoperta dell’immagine è importante quanto l’apprendimento di nuove parole.

Ma qualcuno si chiederà come nasce un libro illustrato? Qual è la differenza tra fiaba e favola? Come dialogano due arti diverse quanto l’immagine illustrata e la scrittura? Perché al bambino non è sufficiente leggere un testo scritto in assenza d’immagine? Che cosa significa “illustrare” e in particolare “illustrare per l’infanzia”? Che cosa accade nella mente del bambino che sta guardando un libro illustrato? Quali sono gli strumenti di uno scrittore per ragazzi?

Per ottenere risposta a queste domande occorre recarsi nella città di Sàrmede, in provincia di Treviso che offre ogni anno la possibilità d’imparare il mestiere di illustratore per l’infanzia con docenti e artisti di fama internazionale, convegni, dibattiti  e invita il pubblico (grandi e piccoli) ad assistere a una delle manifestazioni più importanti a livello europeo sull’argomento. Non è un caso, quindi, che Sàrmede si sia meritata l’appellativo di “paese delle fiabe”.

Ma quest’anno l’occasione è ancora più ghiotta perché nella cittadina si festeggerà il trentesimo della Mostra  Internazionale d’Illustrazione per l’infanzia – Le immagini della fantasia (guidata da Leo Pizzol) in uno spazio nuovissimo denominato  Casa della Fantasia dal 28 ottobre 2012 al 20 gennaio 2013 – La Mostra avrà questa volta per tema: “Nel bosco della Baba Jaga, FIABE DALLA RUSSIA”. Gli artisti, come sempre, arriveranno da ogni parte del mondo.

Il libro omonimo uscirà a cura di Franco Cosimo, Panini Editore.

Per maggiori informazioni circa i numerosi laboratori e appuntamenti (che si prolungano anche durante l’anno a Sàrmede o in modo itinerante al di là della Mostra) si consiglia di scrivere a:

info@sarmedemostra.it

www.sarmedemostra.it

Tel.  +39 0438 959582  -  Fax 39 0438 582780

Le illustrazioni qui riprodotte si riferiscono al catalogo  n. 29 Sàrmede 2011  Le Immagini della Fantasia.

Nota di Viviane Ciampi

Illustrazione di Iban Barrenetxea

Illustrazione di Cecilia Varena

Illustrazione di Giuliano Ferri

23 March 2012

Laura Simeoni – Fiabe e leggende del Montello

Category: fiabe e leggende — admin @ 9:52 pm

 

 

 

Laura Simeoni è nata incidentalmente a Treviso il 24 agosto 1962 ma in realtà si sente cittadina del mondo. Giornalista free lance, scrive libri e ama fate, folletti, anguane ed altri esseri misteriosi, che si svelano quando ci si immerge nella natura tra alberi secolari e fiori multicolori. Collabora, tra l’altro, con il quotidiano triveneto “Il Gazzettino” e con la Mostra internazionale d’illustrazione per l’infanzia di Sarmede, battezzato “Il paese della fiaba”. Scrive libri per chi non ha perduto il cuore bambino, ma si occupa anche di temi sociali. Nella collana Ciclamini della casa editrice Santi Quaranta ha pubblicato quattro libri di “Fiabe e leggende” dedicate a: Piave, Montello, Sile (Treviso) e Vicenza. Altri lavori: Fiabe della natura: piccole storie di fiori e animali lungo la Brenta, con acquerelli di Amelia Vargiu. Edizioni curate dal Centro internazionale Civiltà dell’acqua e dalla Provincia di Venezia. Frammenti di Vita a cura dell’Israa, Istituto per i servizi di ricovero e assistenza anziani, edizioni scientifiche Vega, Studioplast: un viaggio lungo 30 anni ed ha realizzato un video/libro dedicato all’antico mestiere del Carbonaio per il Museo etnografico di Zoppè di Cadore (Bl).

 

 

     Un tempo non troppo lontano si credeva che la capacità di meravigliarsi fosse solo appannaggio dei bambini e che, una volta divenuti adulti, dovessero abbandonare questa predisposizione d’animo ritenuta un ostacolo alla vita reale.

       E dire che per Platone, la prima qualità  del filosofo era proprio questa predisposizione…

      Al di là di tutte le teorie, è pur vero che le fiabe e le leggende popolari, risvegliano in noi  –  noi, perduti nella realtà che talvolta ci sta stretta – la voglia di ricreare quel “paradiso minimo, meraviglioso e sognante, nel quale ogni persona desidererebbe abitare”.

     La scrittrice e giornalista Laura Simeoni ravvisa nel Montello, una splendida collina di terra rossa tra la Piave e le Prealpi Venete Orientali, “una piccola utopia silvestre, imago rustica di una terra calda e lucente”. E il fascino della collina deriva anche da una vegetazione di castagni, querce, roveri e acacie che si raccolgono sotto la luce viola di certi tramonti incantati ma ai quali si addicono – si presume – tutti i colori della gamma.

      Il Montello detto anche “piciolo monte”, collina di frutti e di tombe, fu anche teatro di drammi durante i combattimenti del primo conflitto mondiale tra le truppe italiane e quelle austro-ungariche. Questo per la grande storia.

      Per la piccola storia invece, è luogo ideale di gnomi e angioli, folletti e fatine, del terribile Basilisco (che troviamo in molte altre regioni), dei draghi, degli orchi, delle bellissime anguane ‘quasi’ fanciulle dai capelli d’alga che fanno giungere la loro voce melodiosa agli uomini, distratti da ebbrezze solitarie, i quali neanche a dirlo, restano ammaliati da cotanta seduzione.

     Così la scrittrice “elficologa” (per usare un termine coniato dallo scrittore francese Pierre Dubois) fa circolare le sue storie raccolte, immaginiamo, de bouche à oreille, bocche e orecchie degli anziani, formidabili archivi e ormai unici proprietari del ‘sognabile’, i quali avrebbero sempre molto da raccontare se solo ponessimo le buone domande.

       Ella s’inoltra nei labirinti infiniti, nei pozzi, nelle grotte dove scivola l’infanzia che vibra che vorrebbe non finire mai, perché non smette di crescere l’erba-voglio. Ma la Simeoni lo fa con il gusto del superlativo e il candore di chi racconta una storia d’enchantement. Parola schietta e di vertigine. Il lettore – anche adulto –  si riconosce e riconosce i suoi antichi e acuti gridi, di sorpresa e di paura. Si meraviglia e questa meraviglia non sarà mai uno stato d’animo nocivo, anzi, lo porterà a riflettere sul faticoso rapporto tra uomo e natura, sul senso del Sacro, sul bene e sul male, mentre la sua sordità alla bellezza potrebbe soccombere.

      Per fortuna scrittori, studiosi raccoglitori di leggende popolari come Laura Simeoni, ci fanno sperare che le fiabe, le favole, i racconti tramandati, insomma l’influsso combinato di reale e immaginario abbiano ancora lunghi giorni davanti a sé.

Nota di Viviane Ciampi

 

11 March 2012

VI INTRECCERÒ IN ETEREE COLLANE

Category: traduzione — admin @ 1:14 am

 

 

Intervista a Giuseppe Ierolli attorno all’opera di Emily Dickinson

 

Curioso destino quello di Emily Dickinson (1830-1886), nata ad Amherst nel Massachussets da una famiglia  agiata, autrice di un’opera immensa (circa 1800 poesie di cui solo dodici pubblicate, anonime, in vita) e riconosciuta oggi una voce tra le più alte della poesia di tutti i tempi.

Considerata eccentrica dalla ristretta comunità dove abitava (si pensi all’America puritana del tempo) chiamata di volta in volta ‘la santa’, ‘la mistica’, ‘la strega’ ma di certo baciata dalla Musa, Emily visse gran parte della sua esistenza in modo appartato e solitario nella sua stanza tracciando una misteriosa e immaginaria circonferenza infuocata tra lei e il mondo per dedicarsi al suo unico vero amore: la poesia. Questo amore diventò in seguito una passione folle, definitiva, da cui ella seppe trarre versi travolgenti, vertiginosi, di suprema eleganza e metafisico stupore che sono ancora oggi oggetto di studio da parte di traduttori e critici.

Le poesie della ‘dama bianca’ (E.D. vestiva quasi sempre di bianco) furono trovate dalla sorella Lavinia dopo la sua morte, poi consegnate agli editori. Ma come accade per molti artisti geniali, più passa il tempo, più si moltiplicano i lettori.

Ben vengano, quindi, quei traduttori che tentano di decifrarne l’unicità, malgrado le difficoltà che tale lavoro richiede.

Uno di questi è Giuseppe Ierolli che ha dedicato nove anni della sua vita con monomaniaca tenacia all’opera della poeta americana, aggiungendo un corposo apparato di note di lettura. Queste note, per la loro limpidezza sono piccoli diamanti di ‘comprensione’ che dischiudono alcuni codici segreti. Alcuni, non certo tutti, come dev’essere in poesia: “[…] ma in fondo al volume” scrive Ierolli nella sua introduzione al libro Vi intreccerò in eteree collane (Ed. Fili d’aquilone) “ ho aggiunto il viottolo delle note, parallelo e secondario, che non vuole certo ‘spiegare’ i versi della Dickinson, ma solo spiegare il perché delle scelte che ho fatto”.

“I Poeti non accendono che Lumi – / Loro – se ne vanno -  / Gli stoppini che stimolano – / Se di Luce vitale // S’imprimono come fanno i soli – / Ogni Età una Lente / Che dissemina la loro / Circonferenza -” Scrive Emily.

[…] “non a caso una delle parole che ricorre più spesso nei suoi versi, talvolta anche non detta, è circumference” dice ancora Giuseppe Ierolli nell’introduzione, “un perimetro circolare che può essere solo percorso, che non indica mai un traguardo.

Intorno a questa circonferenza mi sono aggirato per trovare una strada parziale da percorrere, e mi sono reso conto che mi sarei perso se non avessi provato a districarmi tra tutti quei fili apparentemente di uguale spessore, cercando di individuarne alcuni da far emergere per una loro qualche peculiarità, per trovare una strada parziale ma riconoscibile”.

  

Traducendola si può dire che hai avuto una “convivenza” di circa nove anni con E.D. ti sarai  fatto un’idea di lei sia come donna sia come poeta…

Potrei definirla, molto succintamente, una donna-poeta, nel senso che la sua ipersensibilità personale, nei rapporti umani ma anche, ovviamente, nei confronti delle emozioni suscitate dalla natura che la circondava, delle domande che si poneva continuamente, le imponeva la scrittura come una sorta di necessità, un modo per cercare di rispondere a se stessa meglio di quanto potesse fare con la sola riflessione intima; ma questa necessità era anche un modo di comunicare con gli altri, come si vede particolarmente nelle lettere (che corredava spessissimo con i suoi versi), e anche di comunicare con chi sarebbe venuto dopo di lei, visto che in molti punti si legge chiaramente la sua incrollabile fiducia nella sopravvivenza della sua poesia, come dice in due versi di una delle sue poesie più famose (“Questa è la mia lettera al Mondo”): “Il suo Messaggio è affidato / A Mani che non posso vedere -”.

Se dovessi parlare in percentuale, quante di queste poesie ti hanno tolto il sonno per difficoltà di traduzione?

Pochissime. O meglio, per pochissime ho incontrato delle difficoltà di traduzione vere e proprie. Per moltissime, invece, avevo a disposizione molte possibilità, e proprio la scelta tra queste possibilità (questo, sì, mi ha tolto di frequente il sonno) era la parte più bella del lavoro.

Hai tradotto confrontandoti di continuo ad altre precedenti traduzioni o tenendole a distanza per non esserne influenzato?

Ho sempre tenuto sulla scrivania tutte le traduzioni italiane che sono riuscito a procurarmi (e nel corso del tempo le ho consultate praticamente tutte). Non ho mai avuto il timore di esserne influenzato, o meglio, il fatto di subire influenze di questo tipo mi faceva semmai piacere. Molto spesso traducevo in un modo, e poi la letture di altre versioni mi conduceva a scelte diverse dalla mia, ma anche diverse, o addirittura opposte, a quella che in quel momento mi stava “influenzando”. L’ho sempre considerato uno stimolo, un approfondimento, un modo per non fossilizzarmi. Il testo originale era il punto fermo, le traduzioni degli altri erano spunti molto utili per capire il viaggio che le parole fanno da una lingua all’altra, un viaggio che ha un punto di partenza ben definito, ma un punto di arrivo sempre sfumato, ondivago, inafferrabile; e conoscere i punti di arrivo degli altri è senz’altro utile per decidere di volta in volta quale debba essere il proprio.

La solitudine, per non dire la reclusione, divenne ad un certo punto della vita di E.D. assoluta necessità del suo lavoro creativo… Vi sono altre spiegazioni a questo misterioso isolamento?

Direi che spiegazioni concrete e verificabili non ce ne sono. Anche considerare la reclusione come una necessità per il suo lavoro creativo può essere sbagliato, perché è una “reclusione” riferibile più o meno agli ultimi vent’anni della sua vita, quando, almeno secondo le ricostruzioni cronologiche delle due edizioni critiche, aveva già scritto circa i due terzi delle poesie che conosciamo. Naturalmente mi sono chiesto molte volte il perché di una scelta così particolare, ma forse la riposta più giusta è nella famosa frase di Socrate: “So di non sapere”; le ragioni possibili sono tante, ma ci dobbiamo rassegnare a non sapere quella vera. In verità, c’è anche un altro mistero nella vita di E.D., l’identità del destinatario di tre lettere, probabilmente mai spedite, ritrovate tra le sue carte dopo la sua morte. Tutte e tre sono indirizzate a un misterioso “Master” che non è mai stato identificato con certezza; anche in questo caso l’unica certezza è l’incertezza.

La metamorfosi di una persona attraverso la poesia è singolare. Forse desta meraviglia o addirittura paura. Come venne percepito questo fatto alla pubblicazione dell’opera?

La prima antologia, curata da una conoscente molto particolare, Mabel Loomis Tood, che era stata anche amante del fratello, e da Thomas Higginson, un critico letterario con il quale ebbe una corrispondenza ventennale di straordinario interesse, fu pubblicata nel 1890, quattro anni dopo la sua morte. Ebbe subito un notevole successo, tanto che seguirono subito dopo altre due antologie con gli stessi curatori. L’impatto fu subito positivo; anche se i curatori avevano ammorbidito molto le asprezze dei suoi versi (la prima edizione critica basata sui manoscritti è del 1955), la novità fu subito percepita, anche se nelle recensioni coeve si legge una sorta di sconcerto, come se i lettori fossero insieme attratti e respinti da quei versi talvolta rarefatti, talvolta talmente densi da togliere il respiro, sempre pieni di immagini inconsuete, tanto da far pensare a una fantasia praticamente inesauribile.

Quale fu il punto più alto della sua produzione creativa?

Difficile dirlo. Dal punto di vista temporale, gli anni in cui scrisse in modo più intenso (sempre tenendo conto della difficoltà di stabilire una cronologia precisa) sono quelli che vanno dal 1861 al 1865, dei quali ci sono rimaste circa mille poesie (più di metà del totale). Per quanto riguarda la qualità, è sempre altissima; molti hanno cercato di individuare dei periodi di eccellenza, ma io preferisco guardare alle sue poesie come a un discorso ininterrotto, una sorta di lungo poema in cui si affollano temi diversi, riflessioni talvolta contraddittorie, domande che attraversano quasi tutta la sua vita All’inizio dell’introduzione all’antologia ho scritto: «Scegliere tra le quasi milleottocento poesie di Emily Dickinson non è facile per un motivo molto semplice: non esiste una poesia per la quale si possa dire “questa si può tralasciare, non aggiunge nulla a quello che già si può trovare in altre”.»; è il giudizio che ritengo più adeguato.

Di lei si disse che era dolce, buona; oppure perversa, cattiva, sarcastica, pervasa da passioni proibite (se consideriamo l’America puritana di allora)  ed anche abitata da voci. Traducendo, si entra nell’intimo di un poeta. E allora chissà quante leggende da sfatare…

Più che da sfatare, direi che sono da prendere con le molle. Il mistero della reclusione, il possibile lesbismo, gli amori veri o presunti, i problemi di nervi, l’amore tardivo per il giudice Lord, per il quale la cognata Susan la accusò di sfacciataggine, sono tutte cose possibili, con probabilità  più o meno alte, ma, come sempre quando abbiamo che fare con personaggi morti da tempo, e sui quali le testimonianze dirette sono scarse o poco attendibili, dobbiamo accontentarci di fare ipotesi e, in definitiva, di leggere quello che hanno scritto, per cercare di capirli nell’intimo più che nelle manifestazioni esteriori.

Nove anni di lavoro attorno a un poeta. Può capitare che il traduttore provi momenti di vuoto o di noia, di fronte a un lavoro che pare non finire mai?

Posso dire che a me non è mai capitato, anzi mi è capitato il contrario. Talvolta non vedevo l’ora di trovare il tempo per rimettermi a tradurre, per risolvere problemi che mi ronzavano in testa, per stupirmi della ricchezza delle parole che avevo di fronte. Ma c’è da dire che io traducevo per mio diletto, senza nessuna costrizione temporale; ovviamente per un traduttore di professione, che di solito non sceglie chi e che cosa tradurre, il discorso può essere molto diverso.

Quali erano le sue ossessioni, i suoi miti?

La sua ossessione principale era sicuramente il desiderio di cogliere il mistero della morte, non tanto in senso metafisico, ma molto concreto: riuscire a capire esattamente che cosa avviene in quell’istante così sfuggente in cui una persona smette di vivere e si consegna al mistero del dopo. Ne abbiamo testimonianza in alcune lettere e poesie, nelle quali si arrovella intimamente, ma fa anche domande a qualcuno che ha assistito a una morte, per sapere, ovviamente senza nessun risultato, se ci sia stato un qualche segno che potesse aiutarla a capire che cosa si prova in quel momento. Per quanto riguarda i suoi miti, c’erano alcuni scrittori (Shakespeare in primis, e poi Dickens, George Eliot, Elizabeth Barrett Browning, Charlotte ed Emily Brontë) e soprattutto la natura, in tutte le sue manifestazioni. Piante, animali, albe, tramonti, tempeste, mari, montagne, vulcani, fiori, sono praticamente onnipresenti nelle sue poesie. Per finire, una piccola annotazione: prima ho parlato della morte, ma forse uno dei versi più belli di E.D., quello che, almeno a me, fa sentire un brivido, fa venire la pelle d’oca, ogni volta che lo leggo o lo penso, è un assoluto inno alla vita, al “giorno” come simbolo della vita contrapposto alla notte-morte. È in una delle sue poesie più famose, quella che inizia con “Good Morning – Midnight” (“Buongiorno – Mezzanotte”); il verso è “You – are not so fair – Midnight -” (Tu- non sei così bella – Mezzanotte”), e viene dopo altri quattro versi memorabili, in cui l’immagine del giorno-vita è il sorgere del sole: “Posso guardare – dai – / Quando è Rosso ad Oriente? / Le Colline – hanno un aspetto – allora – / Che fa traboccare – il Cuore -”.

Come ha fatto una donna solitaria, in fondo autodidatta, a inventare la “modernità” in poesia. Qual è il segreto di tanta veggenza?

Una domanda alla quale è praticamente impossibile rispondere. In una lettera a Higginson del 1862 scrisse: “Per diversi anni, il Dizionario – fu il mio solo compagno” e forse qui si può trovare una delle tante risposte possibili: la sua incessante ricerca della parola giusta, della parola che riuscisse a racchiudere, in un involucro esiguo ma capace di espandersi all’infinito, ciò che in quel momento aveva intenzione di esprimere. Certo, questo sforzo non sarebbe bastato, altrimenti sarebbe sufficiente immergersi in un dizionario per scrivere capolavori, ma quel qualcosa in più che ci vuole per essere un poeta è un mistero che probabilmente nessuno riuscirà mai a svelare.

E.D. non volle mai pubblicare. Se ne conoscono i motivi? Per chi e per cosa scriveva? Per se stessa? Per la posterità?

I primi due versi di una poesia del 1863 sono “Pubblicare – è la Vendita all’Asta / Della Mente dell’Uomo -”, e la poesia si conclude così: “… non ridurre lo Spirito Umano / Al Disonore del Prezzo -”; questa è forse la risposta più semplice, più immediata, visto che viene direttamente da lei. Sul perché scrivesse, e sui destinatari che aveva in mente, ho detto qualcosa nella risposta alla prima domanda. Fu sollecitata più volte a pubblicare qualcosa dalla sua concittadina Helen Hunt Jackson, una scrittrice abbastanza famosa all’epoca, che aveva avuto alcune sue poesie da Higginson, ma fu sempre elusiva e non dette mai il suo consenso. E rifiutò sempre anche i reiterati inviti di Higginson ad andarlo a trovare a Boston, dove l’avrebbe introdotta nei circoli letterari di quella città. Sono interessanti alcune sue parole in una lettera a Higginson, che, all’inizio della loro corrispondenza, l’aveva consigliata di aspettare a pubblicare: “Sorrido quando lei mi suggerisce di aspettare a ‘pubblicare’ – essendo ciò estraneo ai miei pensieri, come il Firmamento a una Pinna – Se la fama mi appartenesse, non potrei sfuggirla – se non fosse così, il giorno più lungo sarebbe quello del mio inseguimento”. Quel “Se la fama mi appartenesse, non potrei sfuggirla” sembra una riflessione sui tempi lunghi che lei probabilmente riteneva ci volessero per rendere evidente la grandezza dei suoi versi, e anche altri accenni, in lettere e poesie, ci fanno capire come rifuggisse da quello che potremmo chiamare l’agone letterario, come se volesse dire: “Io devo solo scrivere, e per ora lo faccio per me stessa e per qualcuno che conosco (i destinatari delle sue lettere); il futuro (le “mani che non conosco” che ho citato prima) deciderà se i miei versi varranno la pena di essere letti.”

Altri traduttori dicono che le poesie di E.D. in apparenza più chiare sono le più difficili da tradurre. Confermi?

Direi di no. Io ho sempre tradotto le sue poesie dopo averle lette più volte e dopo essermi convinto di averne interpretato, a mio modo naturalmente, il senso. È questa la fase che di solito è durata di più; ovviamente le poesie più oscure, quelle dove la sintassi è così frammentata da rendere più difficile interpretare compiutamente il significato, o i diversi significati possibili, di ciascuna parola, sono state quelle che mi hanno dato più problemi. Una volta superata questa fase, la traduzione vera e propria non presentava difficoltà legate alla chiarezza iniziale, ma quelle proprie di ogni traduzione, specialmente in versi.

Perché si sceglie di dedicare molti anni della propria vita (quasi un sacerdozio) a un poeta reputato pressoché intraducibile?

Sulla reputazione di intraducibilità di E.D. non sono affatto d’accordo, O almeno, non la trovo più difficile da tradurre di altri poeti di lingua inglese. Come per tutti i grandi poeti, i versi di E.D. sono ricchissimi di significati, e questo naturalmente aumenta la difficoltà di renderli in un’altra lingua mantenendone la ricchezza. Ma, appunto, è un problema che riguarda la traduzione poetica in generale. Sulla scelta di dedicarle tanto tempo, posso dire che non è stata una scelta voluta fin dall’inizio. Ho cominciato a tradurla perché leggendo i suoi versi mi sono accorto che un approfondimento vero sarei riuscito a raggiungerlo solo sezionandone ogni parola, e quale modo migliore di farlo se non quello di tradurle? Così ho cominciato, e man mano mi sono reso conto di non provare mai noia, di non leggere mai qualcosa di già detto, e questo mi ha fatto andare avanti in modo naturale, senza che mi sia mai chiesto quanto tempo ci sarebbe voluto. È la stessa cosa che mi è capitata nel 2009, quando ho cominciato a tradurre le opere di Jane Austen. Sono passati tre anni e ci sto ancora lavorando; la materia prima è molto diversa, ma l’entusiasmo è lo stesso.

Ti senti più solo adesso, a lavoro ultimato o piuttosto “deliver” come direbbe Emily, parlando della poesia come di un parto…

Direi nessuna delle due cose. Aver tradotto tutto quello che ha scritto mi ha permesso di “immagazzinare” nel mio cervello i suoi versi, ma anche le sue lettere, che non sono meno interessanti; è un lavoro che mi ha arricchito, che mi ha permesso per lungo tempo di “frequentare” una persona morta da più di un secolo, che mi permette di tornare molto spesso sulle sue parole come si fa con quelle di una persona che si conosce o che si è conosciuta. E aver frequentato una persona come lei, anche dopo che l’assiduità si è diradata, non ti fa certo sentire più solo, anzi. Quanto a “deliver”, non ho mai pensato a qualcosa del genere; se di “parto” si può parlare, io non ho mai conosciuto le doglie, ma solo la soddisfazione di essermi addentrato in profondità in un mondo che valeva la pena di conoscere intimamente, un primo passo che mi ha permesso di assaporarne tutti gli ingredienti, o almeno quelli che ho colto, e di trovare anche dopo sapori nuovi, a ogni rilettura.

Intervista di Viviane Ciampi

Giuseppe Ierolli (1953) è nato e vive a Roma. Ha dedicato circa nove anni della sua vita alla traduzione di tutte le poesie e le lettere di Emily Dickinson, disponibili, insieme ai testi originali, nel sito web emilydickinson.it

Vi intreccerò in eteree collane  – Ed. Fili d’aquilone,  Roma 2012 - pagg. 155, € 13

www.efilidaquilone.it

info@efilidaquilone.it

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10 March 2012

Lucetta Frisa – L’emozione dell’aria

Category: poesia — admin @ 8:56 pm

 

 

 

 

La lettura di certi libri, non solo ritempra e rende leggeri, ma somiglia all’ascolto di un concerto di Mozart: le note ci regalano le chiavi che hanno condotto il creatore a inventare un mondo. Questo fenomeno, si sa,  ha a che fare non soltanto con la poetica ma con la mistica.

L’ultimo nato dalla penna della poeta ligure Lucetta Frisa, L’emozione dell’aria (Ed. CFR) va inteso come un libro “non concluso” e non perché contenente al suo interno dei difetti, delle mancanze o delle approssimazioni; piuttosto perché propone un discorso che si prolunga nel tempo, che produce effetti ondulatori nella mente di chi legge, che non può, non deve avere fine essendo un viaggio nella percezione, in un continuum di “voci / voli / fiato / di chi ama o muore”.

Questo “oggetto non identificato”¹ nasconde tra i versi, il motto De la musique avant toute chose e parecchie domande sottese: come funziona la tastiera della sensibilità umana e come si passa dalla pura sensibilità alla coscienza? Come può la scrittura rendere conto dell’emozione musicale? Come cogliere l’intima musica della natura, la musica cosmica? Come immaginare la nota prima e dopo la prima nota? È possibile aprire il corpo della musica per carpirne il segreto, così come certe bambine spaccano o scuciono il corpo delle bambole per capire con quale interno meccanismo cantano, piangono e ridono?

A volte l’effetto è abbagliante: “Si dovrebbe solo obbedire / obbedire a un unico ritmo / bianca linea e nient’altro”.

Sacha Guitry²  parlando del più grande dei musicisti usò una boutade diventata famosa: “Ascoltando Mozart, il silenzio che segue è ancora Mozart”. Ma quando parliamo di silenzio, di che silenzio si tratta?

Lucetta Frisa, sull’argomento ha una visione molto precisa: “Non esiste il silenzio  Risuona anche ciò che è morto / Seme sepolto rifiorisce si farà riascoltare”. Aprendo uno spiraglio del suo laboratorio poetico a Gianmario Lucini, editore e prefatore di questo libro, l’autrice confessa il suo amore per la poesia che “non bara con le parole”, e ancora una volta ce la restituisce autentica: “Dove si va / oltre la verità / si bussa a quelle porte celesti / che non aprono / non possono aprirsi più / perché l’oltre è finito / e tra paradiso e inferno / c’è un millimetro.”

Infatti il lettore si trova di fronte non a un poemetto coeso o “a tesi”, bensì dinnanzi a una meditazione, a tratti interrotta da una mise en écoute o mise en dialogue tra poesia e musica. Due arti che si rispecchiano, per meglio smarrirsi e ritrovarsi, che rendono migliore il presente e (si spera) meno fragile la notte.

A tratti, la poesia pare farsi da parte di fronte alla musica. Forse, perché Frisa, che è anche traduttrice sa bene che la musica, non ha bisogno del traduttore? No, lei crede troppo in quella cosa strabiliante e faticosa chiamata poesia, che deve contenere oltre al pensiero, ritmo, pause, armonia. Ma è consapevole che troppe parole sono gettate nell’aria mentre, in verità, “il nostro destino è risuonare”. Allora come dimenticare che “La musica / desiderio senza parole / annuncia / allude / elude /spacca l’opaco”.

Le voci s’incrociano nello spazio e nel tempo e “spacca l’opaco” ci riporta al famoso verso “Spacca l’allodola  – e troverai la musica” scritto da Emily Dickinson (di cui L.F. fu traduttrice anni addietro).

La creazione, pare indicarci, fluisce allo stesso modo in cui l’aria passa attraverso il flauto per trasformarsi in nota.  E la musica, per chi ha il potere di ascoltarla nella propria lingua interiore, è data come il miglior modo, per un poeta, di affrontare il passaggio, anche se: “Poi ci abbandona / si effonde / ne resta // un po’ nel fiato.” E qui viene ancora in mente Emily Dickinson: “Dying at my music! / Bubble! / Bubble! / Hold me till the Octave‘s run!” (“Morire alla mia musica! / Ribolli ! Ribolli / Tienimi finché l’Ottava corre”).

Andando a ritroso nel percorso poetico di Lucetta Frisa, si osserva come ella oscilli simile a un’altalena tra veglia e sonno, vita e morte, racconti d’infanzia e fughe a perdifiato. La sua musica preferita è e rimane quel metronomo chiamato cuore. In un libro precedente³ scrive: “Respiriamo una nota / prima e dopo un suono grande. / La partitura è questa: / il cuore nel battito ha una regola – / tutto il resto è impromptu.”

Lasciamo allora che la musica riempia l’aria, che insista come culla di giardini interiori, di vegetazioni mentali…

Il poeta (quando poeta è) ne capisce l’assoluta necessità.

Ogni pagina de L’emozione dell’aria comporta non una descrizione musicale (il che farebbe perdere vigore al libro), ma l’esecuzione d’un misterioso spartito (con tutta l’ambiguità che la parola “esecuzione” comporta). Le poesie possono essere lette ascoltando la nostra voce-musica interiore. Oppure, vanno prese come invito alla lettura-ascolto con la musica che spazia da Ravel a Couperin, da Messiaen a Debussy, da Bartòk a Piazzolla, da Coltrane a Monk… Tra l’altro (mi si perdoni l’incursione nella cosiddetta canzonetta) questa larga apertura al Jazz smentisce il raffinato cantautore Paolo Conte che con ironia canta “le donne odiavano il jazz / non si capiva il motivo”.

Il libro obbliga il lettore a porsi una nuova domanda, forse più lieve: per leggere, per creare, occorre il silenzio o è indispensabile la musica? Ognuno darà, immagino, una risposta diversa.

Ciò che importa, in fondo, è il richiamo alla capacità di percepire; una finestra che Frisa spalanca  sull’invisibile: “[…] una stanza d’aria ferma / ha il peso specifico / dell’arabesco vaporoso / che non snida nulla / la mia carezza resta a metà – si crea a cerchio la sua aria / foglia che non va / né su né giù / Dove siete anime dei cieli promessi?”.

Va da sé che nulla della bellezza e della profondità si può riassumere. Ma questo libro abbraccia il respiro ritmico della vita in ogni sequenza, nell’ondeggiare dei versi limpidi e sospesi, come scritti nell’aria.

 

¹ Definizione di Marco Ercolani durante la presentazione del libro.

² Attore, regista, commediografo francese (1885-1957).

³ Ritorno alla spiaggia, Ed. la Vita Felice, Milano 2009.


Nota di Viviane Ciampi

 

Lucetta Frisa - L’emozione dell’aria, Edizioni CFR  2012

 

9 March 2012

Luisella Carretta – I segni del movimento The signs of movement

Category: scienze e arte — admin @ 9:31 pm

 

 

 

Lei è una artista a tutto tondo che non ama gli steccati.

Nell’arco della sua carriera ha voluto che tutte le arti abitassero sotto lo stesso tetto: dalla fotografia al disegno, dalla pittura al collage, dalla performance alle installazioni … e potremmo andare avanti nel narrare le tante esperienze, gli incontri fondamentali (Giorgio Celli in primis), le idee assemblate. Perché così fanno i veri creatori d’oggi: abbattono le pareti, avvicinano le cose solo in apparenza separate.

Senza contare i viaggi, non certo intesi come turismo ma per aprire nuovi interrogativi sulle domande fondamentali, per rinfocolare la vita interiore, “per cambiare punto di vista”, come è scritto in un libro precedente¹.

Questo décloisonnement, in passato era mal visto, ma per fortuna si è capito che le Muse erano sorelle e, non a caso figlie di Mnemosine la dea greca della memoria: “Il nostro bagaglio costituito dalla memoria arcaica doveva rivelarsi e mettersi in contatto con la parte più giovane del nostro cervello”.

Poiché anche la parola ‘artista’ le sta stretta, ecco Luisella Carretta in lunghe  incursioni nel mondo della scienza che negli anni l’hanno portata (tra le altre cose) ad occuparsi del volo degli uccelli, ad osservare, nominare, disegnare e trascrivere, segno dopo segno, forma dopo forma, le trasformazioni di questi voli in concomitanza con quelle edilizie.

Il suo gesto diventa quindi segnalazione di presenze nei cieli appena imbrumati o velati di garza; presenze che vanno vengono, scartano i grattacieli, ci indicano una strada e con le loro sonorità allontanano l’incessante grido della notte.

Ecco che cosa osserva, nel 1990 a proposito di lavori nella zona del ponte Serra a Genova (la città dove risiede) durante i lavori di copertura di alcun tratti del torrente Bisagno:

“Nel corso degli anni, il comportamento dei gabbiani, nel periodo delle migrazioni giornaliere, si è modificato notevolmente poiché il territorio, da loro precedentemente frequentato, aveva mutato, nel tempo, la sua fisionomia […] Dapprima avevo timore che le modificazioni ambientali potessero aver costretto i gabbiani a variare i percorsi a loro svantaggio, costringendoli a cambiare radicalmente i loro itinerari privilegiati. Ho dovuto però constatare con sorpresa, che se modificazioni c’erano, si verificavano principalmente nel numero di passaggi, circa il 70% in meno, e non per le strutture sorte nel frattempo. Le concause erano: il disturbo arrecato dai lavori per la copertura del Bisagno ancora in atto, un lungo periodo di siccità, almeno dall’ottobre ‘89 fino al febbraio ‘90, il greto del torrente quasi asciutto, la temperatura sempre al di sopra delle medie stagionali”. In una sua nota critica, ecco come ne parla l’indimenticabile etologo e poeta Giorgio Celli: “Insomma, Luisella Carretta parte con l’intenzione di esplorare e di fissare sulla carta il volo degli uccelli, ma il suo occhio decifra, al di là della peripezia di quel gabbiano, o di quel rapace, la firma della specie, e fa di questa sigla biologica una espressione.

Eppure, appena qualcuno tenta di farla entrare nella casella dell’ornitologa, eccola seguire il percorso delle api, o quello delle formiche, delle farfalle, degli insetti. I suoi numerosi taccuini sono i mattoni d’esperienza che cementano l’impensabile, l’apparentemente impossibile.

Ma Luisella Carretta (che detto in confidenza m’incuriosisce sempre, anche quando crede di essere in un periodo non particolarmente fecondo, quando non va da nessuna parte – in tutte le accezioni – poiché il suo otium silenzioso prelude sempre a qualcosa d’importante) ha a lungo osservato i suoi simili in modo scientifico e artistico, e forse – aggiungo – per una naturale empatia: “Ho cominciato a tracciare i percorsi delle persone, in auto e a piedi, e poi il loro muoversi in campagna, dove ho scoperto che non sapevano più camminare armonicamente seguendo gli antichi tragitti che i contadini conoscevano da sempre! Ho fatto molti di questi disegni che rivelavano sempre più sprechi di energia nei piccoli spostamenti in auto che si potevano percorrere più facilmente a piedi, ma anche l’armonia del movimento negli spazi pedonali, e poi i meravigliosi tracciati di un gruppo di bambini che giocavano in un parco con una palla”. Durante le prove di uno spettacolo², al Teatro della Corte di Genova, Luisella segue le tracce dei cinque attori che si muovono, incrociandosi di continuo e creando tre direzionalità che arrivano spesso a Emilia, la protagonista. Non le sono estranei neppure i luoghi di dolore come ospedali psichiatrici e manicomi criminali dove incontra uomini e donne che cercano con gli occhi sbarrati “l’altra realtà”.

Potremmo quasi dire che I segni del movimento (Ed. Campanotto), in pagine corredate da raffinati testi e disegni rappresenta la sintesi del percorso di Luisella che “si muove sulla superficie del mondo” seguendo le tracce del vivente, cercando la verità nuda degli esseri e la natura del respiro che li traversa durante l’arco della loro permanenza su questo palcoscenico: “Si aprono porte / lampi di luce / ormai la realtà è sogno / la notte sarà un’apertura / verso altri mondi / ma la salita / ripida e difficile / ritorna / diventa un’impossibilità / ma bisogna osare / oltre ogni limite”.

Nella sua plongée interiore Luisella resta – orecchi e cuore attenti – all’ascolto del mondo, pensa al mondo, alla sua struttura polifonica, come a uno spettacolo incessante e inenarrabile di cui ella si fa testimone imbattendosi – e non per caso – sulle strade della poesia.

 ¹ Il mondo in una valigia – Atelier nomade 2, Campanotto Editore.

 ² L’affare Makropulos, 1993. La regia era di Luca Ronconi, la protagonista Mariangela Melato. Alla fine di due mesi di lavoro, la mostra Il corpo come scrittura  è stata ospitata nel teatro per tutto il periodo delle repliche dello spettacolo.

Nota di  Viviane Ciampi    

Luisella Carretta – I segni del movimento  The signs of movement, Campanotto Editore 2011

    

29 November 2011

Massimo Sannelli – Poesia visiva

Category: poesia visiva — admin @ 9:50 pm

 

 

Foto Giovanni Ruggiero

Biobibliografia

Ha il grande pregio di dimostrare che non esiste  divario tra musica, scrittura, recitazione, arte: questa è l’arte di  Massimo Sannelli.  Dopo aver compiuto studi musicali, Massimo si è dedicato alla Scrittura, sia dal punto di vista degli studi, sia nella sua carriera lavorativa. Si è dunque da sempre occupato di Parole, che in un primo momento sono state esternate mutando da scritte in orali grazie alle  sue attività di teatro, cinema e performance; un ulteriore passo è  stato mutare la parola scritta e orale in Grafica.  Proprio questo avvicinamento alla Grafica ha portato Massimo a creare le opere che ora espone in numerose esposizioni e delle quali una  selezione di grande pregio servirà ad allestire “OPERE 2011”, la sua  personale al Sinergy Art Studio.  Le immagini proposte nascono sul computer, a partire da istantanee di altre immagini (anche in movimento) e da frammenti testuali. Il tutto viene poi elaborato con numerosi passaggi di un programma volutamente  open source. Scrive il critico Matteo Veronesi: “Le poesie visive, o visuali, hanno un effetto davvero straniante, perturbante: materia che prende vita,  che si muove, palpita, respira, pur restando materia informe, hyle, dunque qualcosa di prossimo al nulla: un nulla vibrante, un buio che  resta buio, eppure ha dentro di sé correnti e singulti di luce, come  fosfeni dietro le palpebre serrate. Immagini sensibili del nulla  celato nell’esistente, o dell’esistente che ingloba in sé il nulla, pur mantenendo la sua diveniente maschera.” Parole, poesie, immagini, emozioni, intensità: ecco gli ingredienti di questa incredibile esposizione, aperta al pubblico dal 10 al 23 dicembre 2011, a Roma.

   

 

28 November 2011

Lorenzo Beccati – Niente monete nelle fontane

Category: poesia — admin @ 10:16 am

 

 

Lorezo foto4 Geum

 

È autore di programmi televisivi di grande successo, da Drive In a Lupo solitario, da Odiens a Paperissima e a Striscia la notizia. Ha scritto testi teatrali e sceneggiature cinematografiche. Ha pubblicato: La notte dei commercialisti viventi (Baldini e Castoldi), Storie Tattoo (Lupetti e Fabiani), Delitti d’amore (raccolta Gialli Mondadori), La morte dei comici (Anthelios), Il barbiere di maciste, Il santo che annusava i treni, e i thriller storici Il guaritore di maiali, Il mistero degli incurabili, L’uccisore di seta, tutti per Kowalski Editore. Nel 2010: 74 nani russi (Internòs Edizioni).

INTRODUZIONE

di Viviane Ciampi

 
 

Un poeta deve essere le antenne della sua razza,

più sensibile di una parabolica

Lawrence Ferlinghetti

Ho scelto in esergo i versi dell’irrispettoso e beffardo Lawrence Ferlinghetti per presentare le poesie satiriche di un autore speciale. Dico speciale perché da anni sono lettrice dei libri di Lorenzo Beccati e  malgrado egli abbia scritto un numero cospicuo di romanzi e thriller a fondo storico, un giorno gli feci notare come qua e là, nelle sue prose, si potesse evidenziare il seme della poesia: «In una fredda alba di opale, la terra condensa il suo respiro in nebbia» (incipit di 74 nani russi, Ed. Internòs) e come la  scelta degli eserghi fosse in direzione dei versi e non della prosa. Quindi non rimasi sorpresa quando venni a scoprire che L.B. era un lettore abituale di poesia (cosa ormai più rara delle triglie a Livorno!) e neppure mi meravigliai quando mi parlò – quasi con pudore – delle sue intenzioni di scrivere un libro di poesia satirica. Qualcuno si chiederà come è possibile che un autore di programmi televisivi abituato a lavorare con ritmo di formula 1 possa avere tempo da dedicare alla poesia. Dopo accurata inchiesta degna di Pimain (personaggio da lui inventato ne Il guaritore di Maiali), scoprii il segreto. Il segreto stava nell’insonnia, compagna che rode molti di noi dall’interno, alla pari del punteruolo rosso delle palme; ci rende vulnerabili e nei casi più gravi, creativi. «I poeti lavorano di notte», scriveva Alda Merini. «Che cosa avranno tutti a voler riposare?», fu la frase lanciata in un intervista  dal più longevo dei nostri personaggi politici, a cui tre ore di sonno per notte erano più che sufficienti (no, questa volta il Cavaliere non c’entra. Benché…). Ma Beccati, come il Re Ubu «non ha nessuna tara, né al fegato, né al cuore né ai reni e neppure nelle urine» e perciò può permettersi lo sforzo supremo della poesia. Lo humour permette a Ubu (e al Nostro)  di accedere a una libertà superiore. Ma veniamo alla satira, genere oggi poco frequentato in poesia, mentre molto in auge in chi ci ha preceduto, in particolare i Latini. Dunque, giochiamo in casa. Per la verità,  la satira ha tirato i suoi dardi velenosi in ogni tempo, in ogni salotto, in ogni postribolo, in ogni agorà; ovunque vi fosse da prendere di mira qualcosa o qualcuno – meglio un qualcuno al potere – per metterne in luce le mancanze e fare avanzare le cose. Da Esopo a Orazio, da Lucillio a Giovenale, da Boccaccio a Rabelais, da La Fontaine a Molière, da Gogol a Dickens… l’elenco sarebbe lungo. La satira, attraverso vari procedimenti – la parodia, il pastiche, l’imitazione, la caricatura, l’esasperazione di situazioni, lo svelamento dei cliché, ecc. non esclude quasi mai l’ironia – anch’essa nelle sue varie forme – che è la miglior maniera di esprimere la propria opinione provocando l’intelligenza dell’interlocutore,  e qualche volta la rabbia del destinatario. Sia detto per inciso, perfino Arbasino in un suo verso cita il Gabibbo, il pupazzo fustigatore a cui Beccati, nelle sue mille vite, impresta la voce. Troverete in questo libro, molti spunti di riflessione, malgrado non sia scritto in pelle di dolore. Tuttavia, a leggere tra le righe, qualche capello dovremmo pur strapparcelo. Lorenzo Beccati ci dà sempre l’impressione che ci siamo infilati in un mondo sbagliato. Le sue disavventure sono le nostre. La domanda è: come ci percepiamo? Innocenti o buffoni? Teneri o spietati? Vittime o carnefici? Quel che “funziona” (parola detestabile, lo so, ma tant’è…), quel che funziona meglio – dicevo – nelle sue poesie, sono i versi scritti in forma di anafora. Come se le ripetizioni portate all’esasperazione fossero la continua altalena fra “niente va bene, tutto va bene” di cui abbiamo perfetta consapevolezza. Sotto quell’aria lieve, scanzonata, tragicomica, ci ricorda il Prévert degli inventari  (si prega il lettore d’immaginare un Prévert con la pipa in meno): «Bussano alla porta. / È la morte. / Faccio finta di non essere in casa, / ma se la dà» (Partita a scacchi). Ci apre una visione a suo modo “turistica” del bislacco mondo in cui nuotiamo e spalanca una valigia a doppio fondo (satirico-ironica) dove è nascosta la realtà delle cose: «Mi sono svegliato una mattina / e il mondo era diventato un disco» (Terra). Beccati è un signor G. che non ha trovato lo sciampo. O lo ha trovato ma perde il tappo della bottiglia nel lavandino. Si muove, si dibatte catapultato nella quotidianità tremenda, talvolta, con l’empatia già assaporata nel personaggio di Pimain («Clic. / Si è liberato un letto» (Coma). E tutti gli oggetti, la panoplia del materiale di ricupero sono buoni per essere messi in scena: ventilatori, candele, bustine da tè, bombe atomiche… perché non esiste per l’autore un territorio poetico specifico, con parole da gettare nel parco nazionale della poesia. Lo scritto si gonfia, si moltiplica, si snerva, si riprende, si radicalizza, si ridicolizza come «l’elastico del bungee jumping». E le monete non si tirano nelle fontane. Già. È proibito. Il bambino della copertina – lo stesso Beccati – ci guarda. Avrà ricevuto alla nascita, come vuole tradizione, una monetina d’oro da   tenere lucida tutta la vita, alfine di poterla restituire all’arrivo? E coloro che non hanno avuto monetine in dono? Vi sono sempre quelle rimaste in tasca. Che cosa farne? Ognuno risponda. Dimenticavo: tra i poeti che seppero provocare il sorriso e la rabbia incontriamo il Latino Ovidio. Finì la sua vita in esilio – si sussurra – per misere parole contro l’imperatore Augusto. Pericolosa la scrittura. Pericolosa la poesia. E se in poesia la satira tira? È ancora peggio.

Marco Ercolani – Il diritto di essere opachi

Category: poesia — admin @ 1:25 am

Marco Ercolani (Genova, 1954), scrive racconti apocrifi e vite immaginarie, si occupa di poesia contemporanea e dei rapporti arte/follia. Tra i suoi libri di narrativa: Col favore delle tenebre, Vite dettate, Lezioni di eresia, Il mese dopo l’ultimo, Carte false, Il demone accanto, Taala, Il tempo di Perseo, Discorso contro la morte e A schermo nero. Cura il volume collettivo Tra follia e salute: l’arte come evento. Due i libri di saggi sulla poesia italiana contemporanea: Fuoricanto e Vertigine e misura. Intorno al nodo arte/follia scrive L’opera non perfetta. In coppia con Lucetta Frisa: L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore, Anime strane e Sento le voci. Nel 2010 pubblica il suo primo libro di versi, Il diritto di essere opachi. Con Turno di guardia vince, nello stesso anno, il Premio Montano per la prosa inedita.

Un lungo percorso di ricerca e di vita che attraversa trent’anni si raccoglie in queste pagine de Il diritto di essere opachi di Marco Ercolani, che ci regala (inaspettatamente) un libro di poesia. Autore prolifico e originale, Marco ci ha dato belle prove di narrativa, spesso in linea con la sua scelta di  una scrittura apocrifa, dove la  voce dell’autore diventa  tutt’uno con quella  dello scrittore o poeta in cui si impersonifica. Pensiamo ai molti racconti, editi anche su rivista, e non va dimenticato, tra gli altri, il bellissimo Taala, romanzo visionario e  acutissimo, dove la vita cittadina si infuoca di scene abissali e della certezza di esistenze in perdita, senza alcuna volontà (o possibilità) di fuga. Inoltre voglio citare i recenti libri di saggi critici sulla poesia contemporanea: Fuoricanto del 2000 e, ideale prosecuzione, Vertigine e misura del 2008, dove lo scrittore ligure con intensità e sguardo rabdomantico sa leggere sia autori ormai “classici” degli ultimi vent’anni del secondo Novecento,  sia poeti contemporanei, a  volte voci molto note, altre quasi sconosciute o note solo al ristretto pubblico della poesia: poeti colti sempre nella specificità del loro dettato e in un fitto dialogo con altri scrittori e pensatori cari a Ercolani, i cui libri ha frequentato con passione e assiduità per tutta la vita. La capacità di empatia con il vissuto e di adesione alla tensione intrinseca al linguaggio che è propria di questo autore ci accompagna anche in questo libro di poesia: viaggio sapienziale ed insieme esistenziale, cammino poetico nel buio degli anni, per cercare  là dove l’oscurità è più fitta e tentare di intravedere un bagliore di luce, una direzione di senso ancora possibile. Questa poesia di Ercolani ci offre una scrittura che è insieme visionaria e concreta, simbolica e carnale, per cui  seguiamo l’autore in quello che appare un viaggio che è sogno-incubo, ma a tratti anche viaggio reale, dove il mondo è colto per frammenti, in dettagli minimi o solo in un’eco. Ne Il diritto di essere opachi la poesia, infatti, si fa ricerca per terre e mari di senso e parola, disegnando immagini e offrendoci riflessioni di tono aforismatico, conducendoci via via alla scoperta che “la terra è vuota”, scrive Ercolani in Terra trasparente, evocando la Waste land di Eliot ma in toni e modi del tutto originali, sino a dire con dolorosa certezza : “Desidero tornare dove fioriscono le cose./ Scrivere di notte rubando la vista dei morti./ Scrivere come se tornasse il respiro.” Il poeta ligure, dunque, pare cercare attraverso la scrittura una direzione di senso, pare tentare un approdo al viaggio che conduca a contatto con la realtà concreta,  pur  con  la percezione dolorosa che attorno tutto (o quasi!) è già perduto., sfiorito, seccato,  senza meta. Le parole che leggiamo nei versi di Ercolani, infatti, sono cariche di  tensione:  la voce dice l’allarme, la minaccia che accompagna il protagonista e i suoi compagni di viaggio su una nave (reale e insieme immaginaria) che per tutto il libro si muove nel buio. Infatti, l’area semantica che inerisce al buio e a  tutte le sue varianti è quella che domina  nei versi, e ricorrono con  grande frequenza anche termini ad esso attigui, come: notte, oscurità e ombre, ma anche la dichiarata situazione di  cecità  degli umani – siano essi viaggiatori reali o solo immaginari! – cui si collega la condizione di opacità della vita intera, esplicitata nel titolo stesso della raccolta. A tutto questo buio soffocante (e senza direzione) si affiancano poi la secchezza e aridità del viaggio, ovvero dell’esistenza intera, esplicitate in immagini come quella di una roccia che si para davanti, di una  rupe o del muro che d’improvviso sbarra la via, ma vediamo anche cenere e sabbia ovunque: sono tutti resti di qualcosa che è svanito, che  sta svanendo, logorato dal di dentro, verrebbe da dire, smangiato forse da una frattura che non ha inizio né fine. Un luogo terrestre di perdita e assenza è immagine ricorrente nei testi, seppure si parli di un viaggio per mare : “Guardiamo le navi: sono ferme nella sabbia./ Alzando quelle vele cercando l’acqua/ dove la montagna getta la sua ombra/ non crediamo che sia un abisso/ dove le vele si afflosceranno,/ travolte dalla caduta dei macigni.”, oppure, in un altro testo: “Il mare è ciò che verrà:/ lunare se i naufraghi nuotano,/ nero se non nuotano più.”. E’ come se terra e acqua fossero tutt’uno in questo universo sghembo e  metamorfico di Ercolani – mondo parallelo e insieme realissimo – dove le scene dicono di una realtà per sempre perduta nella sua interezza, eppure essa è irrinunciabile , sempre desiderata, verrebbe da dire, e sempre cercata attraverso la parola. A tutto ciò si  unisce la condizione di inerzia dell’umano, resa dal poeta con l’ immagine di  un andare curvi dei viventi o dell’essere piegati a terra, oppure nell’ esplicita e dichiarata impossibilità  di smettere di scrivere, nota Ercolani, pur  continuando… a tentare  di farlo.

         Il libro si apre con Gerico, un  testo del lontano 1982, che è quasi proemiale e offre al lettore immagini apocalittiche e domande cruciali che connoteranno poi tutta la raccolta, domande come  questa: “Chiusi cancelli e giardini/ la mia mano trascrive il colore degli aranci./ Ma il foglio è stretto, coperto/ da parole notturne./ La luce muore, nella carta,/ come sulle mie dita, scomparsi gli amici,/ cade l’ombra dei rami./ Quando anche io partirò nascerà il dubbio:/ saremo ricordati uomini o pietre?”. La poesia di Marco con intensità drammatica ci mette di fronte a domande esistenziali e, insieme,  abissali a  cui, forse, non è lecito  né possibile rispondere, ma che pure attraversano tutta la raccolta . In L’oro di questa luce, il testo successivo elaborato tra il 1979 e il 1982, leggiamo lo specifico rapporto (doloroso e appassionato) dello scrittore ligure con la parola: “Campi secchi come sassi, vista/ che cade recisa dalle guance./ I suicidi, lontani dalle ombre, nel riverbero dei muri,/ camminano.”, ma il testo si concluderà in modo diverso, in un tono aforismatico, invitando a proseguire il viaggio e la ricerca, nonostante tutto:  “Ci aspettano anni senza parole,/ ore da trascorrere guardando le pietre del mare:/ ma è difficile essere muti/ quando gli uomini esistono ancora,/ quando sui tavoli dei caffè/ ci attendono lettere bianche.”, il che ci richiama a un altro potente distico del poemetto stesso, in cui si legge:  “Le parole che scriviamo/ salvino la nostra vista dallo scempio delle scuri.”. Piano piano ci inoltriamo in una zona che sta sempre più tra l’abisso e l’incubo, ci si perde in il labirintosi scene senza fine, metamorfiche eppure  immobili, ma ogni volta, si viene salvati perché il viaggio … continua, facendosi più fitto di senso, più oscuro nelle scene, ma insieme più consapevole e, anzi, quasi chiaro nel suo intento. In Torre - parola immagine che evoca sia un ricordo babelico, sia l’omonimo simbolo degli Arcani Maggiori – vediamo che il poeta-viaggiatore cerca “voci nel recinto delle frasi”; cerca “parole ariose”, leggiamo, ma è impossibile trovarle. In “ Il diritto di esser opachi” che è un testo cruciale della raccolta, viene detto il conflitto tra realtà e  parola e la tensione al senso che anima  tutto il  viaggio, come si vede in questo invito che il poeta fa la lettore e  a se stesso: “Scrivi fra le cinque e le sei/ quando il foglio smette di essere scuro/quando la carta mostra/ i buchi delle parole. Poi smetti. / I corpi, in fondo alla stanza, / restano corpi ed è saldo, nel buio,/ il diritto di essere opachi.”(…)  e poi,  appena più avanti nel testo, si  dice che “ Ci sono ancora, nel tuo destino,/ lettere da scrivere, fogli/ come muri, violentemente bianchi, / dove le parole tracciate sono lavate via/ dalle regole del pensiero e le frasi, tutte le frasi, / aspettano nere, / col peso dei verbi e dei nomi, / il tuo andar via dalla stanza.”, per affermare infine: “Scrivi fra oggi e domani./ Sai di non morire/ per il tempo in cui la carta /trattiene parole.”, dando così un valore quasi magico e apotropaico alla parola e  al suo inesausto lavorìo. Ma  tutto ciò resta  una sfida impossibile e vana, come si legge in “ Il paradosso dei vivi”,,dove ancora l’autore invitandoci a scrivere  sa bene che poi tutto slitterà nel nulla: “Scrivi su fogli bianchi la lunga ombra / di cose mai viste / non parole e non sillabe / nessuna scelta/ ma sprofondare. / Dopo, quello che resta è soltanto quello.”. Ercolani poeta, dunque, si muove verso la  ricerca di una lingua che colga la vita nel suo darsi, che però sempre ci sfugge, ben sapendo di non potere trovare una parola capace di adesione  totale alla vita ,se non solo per un attimo, per quel tanto che basta per dar senso all’esistenza di quel giorno, in cui colmare lo spazio tra il non senso del reale e la nostra necessità di senso. Tale è il “compito” che  Ercolani si assume (e con lui, credo, ogni autore): nominare la tensione che anima la vita in un viaggio verso la parola,per illudersi così di colmare il vuoto, il silenzio e  l’abisso che ci sovrasta. Per questo la parola poetica è qui agiata, mobile, metamorfica, tragica e insieme sfuggente, come devastata all’interno dall’ avvertire il vuoto in cui è immerso il protagonista e l’umanità intera. Con la racoclta Il diritto di essere opachi acquisiamo la certezza che la vita in sé è opaca, ci sfugge sempre – il che è segno di un’intrinseca sconfitta del  nostro viaggio – ma al contempo vivere è proprio tenere viva la sfida del senso contro il vuoto e il silenzio, tenere  aperte domande inesauste di gioia.  Nelle sezioni finali la poesia  di Marco si fa più franta, si mostra a frammenti  che  si lasciano alle spalle l’afflato  quasi epico  che si leggeva  nei poemetti iniziali e più lontani nel tempo, per farsi  però voce  ancora più mobile e fragile, contemporaneamente, invocazione che ha al suo interno una direzione precisa  di  ricerca che ora si apre alla speranza: nel momento in cui la relazione con l’altro da sé entra nei versi è quasi come se l’incontro (amoroso) potesse sanare la ferita del tragico, portando a intravvedere uno spiraglio di luce, una sorta di lievità (invocata,  forse, più che trovata), forse l’incontro lenirà l’ansia di parola  che  segna  tutto il percorso vitale: “Lo sguardo scintilla / del nostro guardarci / ti bacio più piano / la bocca dentro di te / respìrami senza smettere / questa stanza la inventiamo oscillando / poi trattieni l’aria / chiudi gli occhi / lìberami la testa dai rumori / lìberala dal silenzio / e sprofonda con me nell’equilibrio”. In tutta la raccolta  la parola poetica di Ercolani resta comunque sempre voce solitaria che invoca la vita e le vi si avvicina, la sfiora e la perde. Nel viaggio della vita, comunque,  il “compito” (dei viventi e non solo di chi scrive, pare dirci Ercolani) è continuare a cercare senso e  parola, farne un’ esperienza totale, che  attraversi il silenzio, il nulla e la polvere che ci circonda, immersi come siamo tra acqua e terre abissali. E occorre continuare , anche se è “Fatica assurda annerire la carta/ se il vento ha cancellato le cose.” e si hanno a disposizione solo “Fogli fragili  neri, sparsi/ ovunque nella sabbia.”. Continuare a scrivere significa dar senso alla vita stessa ed  questo ciò che resta oltre l’opacità della vita, per cui occorre farlo anche se si è immersi nel buio, inventando così (o intuendo!) l’aria e la luce: “Scrivi nel buio, all’aria reale./ La luce arriva quando nomini le cose,/ violento nel difenderti/ dall’incomprensibile cielo stellato”.

Gabriela Fantato