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“Le giornate non cominciano mai allo stesso modo, tutto dipende da come apriamo gli occhi. Spesso, le palpebre sono così pesanti che riescono a malapena a schiudersi. E rimaniamo incollati alla notte, alla notte nebulosa, alla nera notte, senza odori di terra, né d’incensi, immobili, finché nostro malgrado, un dito si muove, poi la mano.” Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo di Louise Dupré che conoscevamo in Italia soprattutto come punto di riferimento della poesia canadese di lingua francese. Il romanzo ha ricevuto il Prix de la Société des écrivains canadiens e il Prix Ringuet de l’Académie des lettres du Québec. Louise Dupré ci porta a ripercorrere il cammino di una donna quarantenne che cerca di ridare vigore a una perduta beatitudine e lo fa con una capacità d’espressione e una sensualità raffinata, fuori dal comune. Una storia intima, in apparenza, con un interrogativo permanente sul senso dei giorni, ma ci fornisce anche un interessante punto di vista sulle fatiche della traduzione e della creatività: la protagonista è traduttrice che aspira a diventare scrittrice in proprio: “Il mio libro uscirà il mese prossimo. È una bella traduzione, ha detto il mio editore. Lo credo anch’io. Ho voluto andare al di sotto delle parole, laddove sorge un resto di canto. Sarà la mia ultima traduzione letteraria. D’ora in poi accetterò solo contratti lucrativi, libri pratici che richiedono meno riflessioni sulla lingua. Ci lavorerò solo il pomeriggio o la sera. Dopo aver scritto cose mie. L’estate prossima porterò un libro all’editore, un libro scritto da me”. (Nota di Viviane Ciampi)


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Biobibliografia

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