Marco Ercolani (Genova, 1954), scrive racconti apocrifi e vite immaginarie, si occupa di poesia contemporanea e dei rapporti arte/follia. Tra i suoi libri di narrativa: Col favore delle tenebre, Vite dettate, Lezioni di eresia, Il mese dopo l’ultimo, Carte false, Il demone accanto, Taala, Il tempo di Perseo, Discorso contro la morte e A schermo nero. Cura il volume collettivo Tra follia e salute: l’arte come evento. Due i libri di saggi sulla poesia italiana contemporanea: Fuoricanto e Vertigine e misura. Intorno al nodo arte/follia scrive L’opera non perfetta. In coppia con Lucetta Frisa: L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore, Anime strane e Sento le voci. Nel 2010 pubblica il suo primo libro di versi, Il diritto di essere opachi. Con Turno di guardia vince, nello stesso anno, il Premio Montano per la prosa inedita.

Un lungo percorso di ricerca e di vita che attraversa trent’anni si raccoglie in queste pagine de Il diritto di essere opachi di Marco Ercolani, che ci regala (inaspettatamente) un libro di poesia. Autore prolifico e originale, Marco ci ha dato belle prove di narrativa, spesso in linea con la sua scelta di  una scrittura apocrifa, dove la  voce dell’autore diventa  tutt’uno con quella  dello scrittore o poeta in cui si impersonifica. Pensiamo ai molti racconti, editi anche su rivista, e non va dimenticato, tra gli altri, il bellissimo Taala, romanzo visionario e  acutissimo, dove la vita cittadina si infuoca di scene abissali e della certezza di esistenze in perdita, senza alcuna volontà (o possibilità) di fuga. Inoltre voglio citare i recenti libri di saggi critici sulla poesia contemporanea: Fuoricanto del 2000 e, ideale prosecuzione, Vertigine e misura del 2008, dove lo scrittore ligure con intensità e sguardo rabdomantico sa leggere sia autori ormai “classici” degli ultimi vent’anni del secondo Novecento,  sia poeti contemporanei, a  volte voci molto note, altre quasi sconosciute o note solo al ristretto pubblico della poesia: poeti colti sempre nella specificità del loro dettato e in un fitto dialogo con altri scrittori e pensatori cari a Ercolani, i cui libri ha frequentato con passione e assiduità per tutta la vita. La capacità di empatia con il vissuto e di adesione alla tensione intrinseca al linguaggio che è propria di questo autore ci accompagna anche in questo libro di poesia: viaggio sapienziale ed insieme esistenziale, cammino poetico nel buio degli anni, per cercare  là dove l’oscurità è più fitta e tentare di intravedere un bagliore di luce, una direzione di senso ancora possibile. Questa poesia di Ercolani ci offre una scrittura che è insieme visionaria e concreta, simbolica e carnale, per cui  seguiamo l’autore in quello che appare un viaggio che è sogno-incubo, ma a tratti anche viaggio reale, dove il mondo è colto per frammenti, in dettagli minimi o solo in un’eco. Ne Il diritto di essere opachi la poesia, infatti, si fa ricerca per terre e mari di senso e parola, disegnando immagini e offrendoci riflessioni di tono aforismatico, conducendoci via via alla scoperta che “la terra è vuota”, scrive Ercolani in Terra trasparente, evocando la Waste land di Eliot ma in toni e modi del tutto originali, sino a dire con dolorosa certezza : “Desidero tornare dove fioriscono le cose./ Scrivere di notte rubando la vista dei morti./ Scrivere come se tornasse il respiro.” Il poeta ligure, dunque, pare cercare attraverso la scrittura una direzione di senso, pare tentare un approdo al viaggio che conduca a contatto con la realtà concreta,  pur  con  la percezione dolorosa che attorno tutto (o quasi!) è già perduto., sfiorito, seccato,  senza meta. Le parole che leggiamo nei versi di Ercolani, infatti, sono cariche di  tensione:  la voce dice l’allarme, la minaccia che accompagna il protagonista e i suoi compagni di viaggio su una nave (reale e insieme immaginaria) che per tutto il libro si muove nel buio. Infatti, l’area semantica che inerisce al buio e a  tutte le sue varianti è quella che domina  nei versi, e ricorrono con  grande frequenza anche termini ad esso attigui, come: notte, oscurità e ombre, ma anche la dichiarata situazione di  cecità  degli umani – siano essi viaggiatori reali o solo immaginari! – cui si collega la condizione di opacità della vita intera, esplicitata nel titolo stesso della raccolta. A tutto questo buio soffocante (e senza direzione) si affiancano poi la secchezza e aridità del viaggio, ovvero dell’esistenza intera, esplicitate in immagini come quella di una roccia che si para davanti, di una  rupe o del muro che d’improvviso sbarra la via, ma vediamo anche cenere e sabbia ovunque: sono tutti resti di qualcosa che è svanito, che  sta svanendo, logorato dal di dentro, verrebbe da dire, smangiato forse da una frattura che non ha inizio né fine. Un luogo terrestre di perdita e assenza è immagine ricorrente nei testi, seppure si parli di un viaggio per mare : “Guardiamo le navi: sono ferme nella sabbia./ Alzando quelle vele cercando l’acqua/ dove la montagna getta la sua ombra/ non crediamo che sia un abisso/ dove le vele si afflosceranno,/ travolte dalla caduta dei macigni.”, oppure, in un altro testo: “Il mare è ciò che verrà:/ lunare se i naufraghi nuotano,/ nero se non nuotano più.”. E’ come se terra e acqua fossero tutt’uno in questo universo sghembo e  metamorfico di Ercolani – mondo parallelo e insieme realissimo – dove le scene dicono di una realtà per sempre perduta nella sua interezza, eppure essa è irrinunciabile , sempre desiderata, verrebbe da dire, e sempre cercata attraverso la parola. A tutto ciò si  unisce la condizione di inerzia dell’umano, resa dal poeta con l’ immagine di  un andare curvi dei viventi o dell’essere piegati a terra, oppure nell’ esplicita e dichiarata impossibilità  di smettere di scrivere, nota Ercolani, pur  continuando… a tentare  di farlo.

         Il libro si apre con Gerico, un  testo del lontano 1982, che è quasi proemiale e offre al lettore immagini apocalittiche e domande cruciali che connoteranno poi tutta la raccolta, domande come  questa: “Chiusi cancelli e giardini/ la mia mano trascrive il colore degli aranci./ Ma il foglio è stretto, coperto/ da parole notturne./ La luce muore, nella carta,/ come sulle mie dita, scomparsi gli amici,/ cade l’ombra dei rami./ Quando anche io partirò nascerà il dubbio:/ saremo ricordati uomini o pietre?”. La poesia di Marco con intensità drammatica ci mette di fronte a domande esistenziali e, insieme,  abissali a  cui, forse, non è lecito  né possibile rispondere, ma che pure attraversano tutta la raccolta . In L’oro di questa luce, il testo successivo elaborato tra il 1979 e il 1982, leggiamo lo specifico rapporto (doloroso e appassionato) dello scrittore ligure con la parola: “Campi secchi come sassi, vista/ che cade recisa dalle guance./ I suicidi, lontani dalle ombre, nel riverbero dei muri,/ camminano.”, ma il testo si concluderà in modo diverso, in un tono aforismatico, invitando a proseguire il viaggio e la ricerca, nonostante tutto:  “Ci aspettano anni senza parole,/ ore da trascorrere guardando le pietre del mare:/ ma è difficile essere muti/ quando gli uomini esistono ancora,/ quando sui tavoli dei caffè/ ci attendono lettere bianche.”, il che ci richiama a un altro potente distico del poemetto stesso, in cui si legge:  “Le parole che scriviamo/ salvino la nostra vista dallo scempio delle scuri.”. Piano piano ci inoltriamo in una zona che sta sempre più tra l’abisso e l’incubo, ci si perde in il labirintosi scene senza fine, metamorfiche eppure  immobili, ma ogni volta, si viene salvati perché il viaggio … continua, facendosi più fitto di senso, più oscuro nelle scene, ma insieme più consapevole e, anzi, quasi chiaro nel suo intento. In Torre – parola immagine che evoca sia un ricordo babelico, sia l’omonimo simbolo degli Arcani Maggiori – vediamo che il poeta-viaggiatore cerca “voci nel recinto delle frasi”; cerca “parole ariose”, leggiamo, ma è impossibile trovarle. In “ Il diritto di esser opachi” che è un testo cruciale della raccolta, viene detto il conflitto tra realtà e  parola e la tensione al senso che anima  tutto il  viaggio, come si vede in questo invito che il poeta fa la lettore e  a se stesso: “Scrivi fra le cinque e le sei/ quando il foglio smette di essere scuro/quando la carta mostra/ i buchi delle parole. Poi smetti. / I corpi, in fondo alla stanza, / restano corpi ed è saldo, nel buio,/ il diritto di essere opachi.”(…)  e poi,  appena più avanti nel testo, si  dice che “ Ci sono ancora, nel tuo destino,/ lettere da scrivere, fogli/ come muri, violentemente bianchi, / dove le parole tracciate sono lavate via/ dalle regole del pensiero e le frasi, tutte le frasi, / aspettano nere, / col peso dei verbi e dei nomi, / il tuo andar via dalla stanza.”, per affermare infine: “Scrivi fra oggi e domani./ Sai di non morire/ per il tempo in cui la carta /trattiene parole.”, dando così un valore quasi magico e apotropaico alla parola e  al suo inesausto lavorìo. Ma  tutto ciò resta  una sfida impossibile e vana, come si legge in “ Il paradosso dei vivi”,,dove ancora l’autore invitandoci a scrivere  sa bene che poi tutto slitterà nel nulla: “Scrivi su fogli bianchi la lunga ombra / di cose mai viste / non parole e non sillabe / nessuna scelta/ ma sprofondare. / Dopo, quello che resta è soltanto quello.”. Ercolani poeta, dunque, si muove verso la  ricerca di una lingua che colga la vita nel suo darsi, che però sempre ci sfugge, ben sapendo di non potere trovare una parola capace di adesione  totale alla vita ,se non solo per un attimo, per quel tanto che basta per dar senso all’esistenza di quel giorno, in cui colmare lo spazio tra il non senso del reale e la nostra necessità di senso. Tale è il “compito” che  Ercolani si assume (e con lui, credo, ogni autore): nominare la tensione che anima la vita in un viaggio verso la parola,per illudersi così di colmare il vuoto, il silenzio e  l’abisso che ci sovrasta. Per questo la parola poetica è qui agiata, mobile, metamorfica, tragica e insieme sfuggente, come devastata all’interno dall’ avvertire il vuoto in cui è immerso il protagonista e l’umanità intera. Con la racoclta Il diritto di essere opachi acquisiamo la certezza che la vita in sé è opaca, ci sfugge sempre – il che è segno di un’intrinseca sconfitta del  nostro viaggio – ma al contempo vivere è proprio tenere viva la sfida del senso contro il vuoto e il silenzio, tenere  aperte domande inesauste di gioia.  Nelle sezioni finali la poesia  di Marco si fa più franta, si mostra a frammenti  che  si lasciano alle spalle l’afflato  quasi epico  che si leggeva  nei poemetti iniziali e più lontani nel tempo, per farsi  però voce  ancora più mobile e fragile, contemporaneamente, invocazione che ha al suo interno una direzione precisa  di  ricerca che ora si apre alla speranza: nel momento in cui la relazione con l’altro da sé entra nei versi è quasi come se l’incontro (amoroso) potesse sanare la ferita del tragico, portando a intravvedere uno spiraglio di luce, una sorta di lievità (invocata,  forse, più che trovata), forse l’incontro lenirà l’ansia di parola  che  segna  tutto il percorso vitale: “Lo sguardo scintilla / del nostro guardarci / ti bacio più piano / la bocca dentro di te / respìrami senza smettere / questa stanza la inventiamo oscillando / poi trattieni l’aria / chiudi gli occhi / lìberami la testa dai rumori / lìberala dal silenzio / e sprofonda con me nell’equilibrio”. In tutta la raccolta  la parola poetica di Ercolani resta comunque sempre voce solitaria che invoca la vita e le vi si avvicina, la sfiora e la perde. Nel viaggio della vita, comunque,  il “compito” (dei viventi e non solo di chi scrive, pare dirci Ercolani) è continuare a cercare senso e  parola, farne un’ esperienza totale, che  attraversi il silenzio, il nulla e la polvere che ci circonda, immersi come siamo tra acqua e terre abissali. E occorre continuare , anche se è “Fatica assurda annerire la carta/ se il vento ha cancellato le cose.” e si hanno a disposizione solo “Fogli fragili  neri, sparsi/ ovunque nella sabbia.”. Continuare a scrivere significa dar senso alla vita stessa ed  questo ciò che resta oltre l’opacità della vita, per cui occorre farlo anche se si è immersi nel buio, inventando così (o intuendo!) l’aria e la luce: “Scrivi nel buio, all’aria reale./ La luce arriva quando nomini le cose,/ violento nel difenderti/ dall’incomprensibile cielo stellato”.

Gabriela Fantato

 

 

 

 

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