Italia1 Copertina La parola dell'occhio di Marco Furia

Foto di Marco Furia

Marco Furia è nato a Genova nel 1952. Già collaboratore di Adriano Spatola, ha pubblicato: Effemeride (1984), Mappaluna (1985), Arrivano i nostri (in «Fermenti letterari», 1988), Efelidi (1989), Bouquet (1992), Minime topografie (1997), Forma di vita (1998), Menzioni (2002), Impressi stili (2005), Pentagrammi, con sette grafiche – collages di Bruno Conte (2009), La parola dell’occhio (2012). Sue poesie sono apparse su riviste e antologie italiane e straniere. Svolge intesa attività critica. Ha partecipato a numerose manifestazioni con lettura di propri versi, per alcuni dei quali sono state composte partiture dai musicisti Francesco Bellomi e Roberto Gianotti. Silente meraviglia, plaquette con pensiero visivo di Bruno Conte è stata pubblicata all’inizio del 2009. La breve raccolta Luminosa sinfonia è apparsa sulla rivista on-line «Fili d’aquilone» nel 2012. Sue poesie visive sono comparse sui siti www.telllusfolio.it, www.anteremedizioni.it e http://rosapierno.blogspot.it, altre sono state inserite in rassegne internazionali. È redattore di «Anterem» e di «L’Arca Felice».

“La parola e la visione”, prefazione di Mario Fresa a La parola dell’occhio

“Il mondo esiste anche perché qualcuno lo sa guardare”, osserva Marco Furia: e subito la riflessione ci fa comprendere quanto sia centrale, per il poeta, il problema della possibilità di una conoscenza del reale e di una sua ipotetica “dicibilità”, o di una sua eventuale traducibilità formale.

Dunque, si può davvero aderire all’essenza di ciò che si mostra? Il linguaggio può trasferire e riportare con precisione i dati trasmessi da quella apparizione, in modo che il nostro sentire possa coincidere con quella stessa manifestazione aurorale di verità?

Il poeta risponde a tali domande estreme cercando di trasmutare l’emergere della contemplazione estetica in un’autentica attività conoscitiva; e perciò delinea immagini, concepisce suoni, elabora versi. Il fine è quello di ripristinare le ineffabili condizioni e le potenti sensazioni dell’esistenza nel loro veridico e assoluto risplendere, nel loro vivo mostrarsi.

Ecco perché Marco Furia decide di avvicinarsi alla radice delle manifestazioni della realtà “interrogando” poeticamente le immagini di dodici dipinti di singolare eterogeneità.

Il suo scopo non è quello di approntare una “valutazione” delle loro qualità stilistiche o della loro costituzione formale; il proponimento mira, invece, a far da coro, potremmo dire, alle medesime vibrazioni avvertite dai pittori nel momento della stessa creazione artistica.

Il poeta percepisce con vigorosa intensità le rivelazioni e le corrispondenze registrate dal pittore, e ne amplifica i segni, ne propaga e ne estende le peculiari tensioni espressive; egli non fa eco al pittore (non “descrive” ciò che gli è stato offerto sotto forma d’immagine), ma dilata e sviluppa le specifiche sue richieste di approdare a una possibile comunicabilità del fondo essenziale degli eventi.

Marco Furia si immerge nell’osservazione dei dipinti riuscendo a potenziare i moti, i flussi e le frequenze delle immagini trasformando la densità dei colori e i movimenti della linea in un dire sfumato e cangiante, colmo di rilevazioni e di suggestioni di sorprendente vivezza.

Convergono insieme, qui, la parola e l’immagine, la forma e il suono, la sostanza e l’idea: e ciò per rammentare che la conoscenza dell’essere non può prescindere da un sentire percettivo, di natura noetica, nel quale il “sapere dell’arte” dev’essere considerato come un sapere privilegiato, capace di tradurre in un’assoluta condensazione le epifanie irrappresentabili della stessa vita.

Perciò, “dire” e “guardare” s’intrecciano miracolosamente sino a confondersi e a unirsi in una profonda intuizione che rende attuabile, forse solo per un istante, il diretto e compiuto intendimento delle più alte e decisive forme dell’esistenza, riconoscendo la verità del mondo in quell’acuto sovrapporsi di parvenza e di concetto, di parola e di visione.

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