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Copertina Silvia Comoglio

 

Silvia Comoglio

 

L’umanità di Dio

Con “Via Crucis”, Silvia Comoglio affronta, sicura, l’argomento davvero non facile indicato dal titolo. Argomento religioso, senza dubbio, ma, a mio avviso, anche laico poiché riguarda, in ogni modo, tutti. Il drammatico percorso compiuto da Cristo con la croce sulle spalle non è un’allegoria, è proprio quel percorso e con esso dobbiamo confrontarci: la vicenda di Dio fattosi uomo, condannato a morte ingiustamente, coinvolge anche chi non è credente. Non si tratta di accettare una fede o di negarla, bensì di prendere atto di un episodio che non può lasciare indifferenti: questo è l’atteggiamento poetico con cui Silvia ci accompagna nella sua “via Crucis”. I versi si soffermano con elegante efficacia sullo svolgersi di un avvenimento ben noto eppure riscoperto. Essere uomo è, proprio in questo caso, esserlo davvero, rendendo credibile la propria testimonianza con la sofferenza estrema, esito doloroso di una predicazione coraggiosa e tenace. Leggiamo a pagina 17:

“Diáfano nell’aria  l’atomo che passa

sempre parallelo  al mondo già coniato

ipotesi di viso  cosciente e più vicino

eco già confusa  col bianco delle mura”.

Siamo dinanzi a pronunce esatte, intrise di una concretezza che è rivolta a cogliere del divino l’aspetto corporeo: la presenza di Dio e di suo Figlio, per Silvia, si avverte con immediatezza senza bisogno di assumere atteggiamenti mistici. Un dubbio del tutto secolare, eppure soprannaturale, emerge con potente semplicità nei versi

“Davvero  sono uomo

che muore  sulla croce, o l’assenza

del tempo  dal mio viso

è lume di salvezza,  tacita speranza

del sempre che risuona?”

Il “sempre che risuona” è un mistero sorprendente proprio nel suo quotidiano emergere: il “sempre” non c’è ma risuona e, perciò, esiste. Non si tratta di cedere, opportunisticamente, a una comoda ambiguità nel cui àmbito gli opposti sono confusi in incerte articolazioni del divenire, bensì di prendere atto di una non secondaria circostanza. È nel “sempre”, cioè nell’idea dell’eterno, che dobbiamo riconoscere una tendenza trascendente insita nella stessa parola d’uso comune: Dio, sceso sulla Terra in forma (e natura) umana, si pone un interrogativo il cui accento cade su un avverbio che è, contemporaneamente, nucleo del quesito e risposta. Se chi crede in quel “sempre” potrà considerasi, a pieno titolo, cristiano, a ogni altro individuo resterà l’esempio di una testimonianza di un esserci con e per che tutti riguarda. Non può che emergere, alla fine, una concezione di uomini di buona volontà dal carattere universale, poiché nel distinguere accomuna, nel definire collega. Costruire un ponte è sempre possibile (è sufficiente volerlo)? È questo il pregnante quesito che la raffinata e concreta versificazione in esame consegna al lettore, invitandolo a continuare il suo cammino in maniera feconda. Davvero, il pur risoluto sguardo della poetessa è ampio, amorevole, ospitale: per lei, come Cristo ha mostrato, l’uomo può essere anche Dio e Dio anche l’uomo.

Nota di lettura di Marco Furia

 

Via Crucis, puntoacapo Editrice, 2014, pp. 26, euro 6,00

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