Corpo mio – Lucia Ravera

Italia1

 

 

  Foto R M T

Nota biografica

Lucia Ravera nasce nel 1970. Studi classici, una laurea in letteratura russa, vive alle porte di Milano. Giornalista pubblicista, è attualmente responsabile dell’Ufficio stampa e della comunicazione di un Ente pubblico. Svolge attività di copywriter free lance, ha insegnato in scuole secondarie di primo e secondo grado e partecipato alla redazione di riviste di critica letteraria.

Con Ugo Mursia Editore ha pubblicato nel gennaio 2008 il suo primo romanzo: La storia finisce qui.

Nel 2012 con Giuliano Ladolfi Editore ha pubblicato il saggio: Le ragazze della scrittura. Oltre i tabù, la letteratura contemporanea femminile in Italia.

Corpo mio è il suo terzo libro.

Copertina R M T

 

Nota di lettura 

In una delle prime conversazioni con Lucia Ravera, l’autrice di Corpo mio, raccontai un episodio accaduto al centro antiviolenza dove lavoravo. Un giovane transessuale si era rivolto allo sportello. L’operatrice di turno l’aveva accolto e ascoltato a lungo, ma si era ritrovata a indirizzarlo ad altri servizi dopo avergli chiesto il documento di identità, dato che il genere maschile risultante all’anagrafe non consentiva da regolamento di prenderlo in carico. Nati dal movimento per le donne i centri antiviolenza sono rivolti ad utenza esclusivamente femminile. Non ci fu molto da commentare, io e Lucia ci riconoscemmo reciprocamente nello stesso smarrimento, e nel pensiero delle incongruenze e dei paradossi di una cultura democratica ammalata di stupidità e burocrazia.

Tutto questo per anticipare che Corpo mio è un romanzo sul tema dell’identità, e che Lucia ha saputo custodire e restituire quell’emblematico episodio. Il racconto si snoda attraverso tre personaggi, una donna, un uomo e un ragazzo, che si avventurano in modi diversi e intrecciati nella ricerca di un’esperienza del mondo coincidente all’esperienza di sé. Uno di loro resterà nel guado e la sua parabola diventerà lo snodo per gli altri due. La protagonista è apparentemente una moglie, Laura, costretta ad affrontare il distacco dal proprio compagno (anche l’assenza/s’apprende/ha la sua liturgia) in un duplice e incalzante climax, dando inizio così a un processo di espiazione e muta attraverso il quale l’universo degli affetti verrà sconvolto e infine rigenerato. Dico apparentemente poiché la storia è in realtà interamente orchestrata dalla tragedia dell’ antagonista, l’uomo a  lei legato e per tutta la vita e lacerato dall’incapacità di trovare una ricomposizione e una riconciliazione con se stesso. E’ la relazione medesima la protagonista, e simultaneamente il tessuto del libro:

“Che la morte, nella coda di un finale migliore, sradica il peggio della vita. E trattiene il meglio. Perché i vivi possano ricordare.

E riabilitarsi”.

Il tema dell’identità è insomma scandagliato in tre possibili paesaggi intimi. I fondali della perdita e del distacco in cui l’apnea del dolore annienta la percezione di sé e ne prepara l’affioramento; la laguna dell’incertezza nella quale l’esistenza si biforca e sdoppia colludendo con una rarefazione dell’ identità che contraddice la certezza del ruolo; l’oltreoceano della giovinezza, proiettata finalmente fuori dagli schemi, dal moralismo, dagli stereotipi, in un orizzonte impreciso ma fedele alle aurore veraci. Laura, Alberto, Maria.

Il sé autentico esige un coraggio e una temerarietà che nella visione di Lucia Ravera richiamano alla potenza del femminile. Un femminile che non è qualità della donna, ma archetipo ed energia, che ognuno/a può ricontattare, riascoltare, integrare. In questo senso diventa centrale il tema del corpo che sottolinea i processi di trasformazione e percezione di sé nella protagonista. I diversi aggettivi attribuiti al proprio corpo segnano i momenti del cambiamento, gli snodi cruciali, la forma in cui i tessuti cellulari parlano del rapporto di Laura col mondo, dei suoi affronti, delle ferite e delle riconciliazioni.

La scrittura è attraversata da accesi fendenti descrittivi:

“Il cielo lambiccava proiettili d’acqua che scheggiavano come lastre di luce sui parabrezza delle auto in corsa”.

“… sui tavolini storpi una candela consumata garrisce la fiamma nera intorno a un crocicchio di voci e di fumo”.

Uno dei pregi del romanzo è la congruenza delle varianti stilistiche rispetto all’andamento della trama. Il libro è scandito da componimenti in versi che affidano alla scrittura poetica l’inesprimibile gravitare dell’introspezione. La prima parte, nella quale con raffinata sensibilità si attraversa il dolore parossistico del distacco, è accesa da momenti di intenso lirismo. la seconda invece si orienta più nettamente alla narrazione, fluisce in un percorso ascensionale in cui la percezione della realtà si àncora agli accadimenti, ai dialoghi, ai luoghi, restituendo la dolcezza del presente, delle sue possibilità, la frescura delle minute allegrie, la pronuncia ferma dell’ “IO”, e del “NOI”.

                                                                                                                                                     Rossella Maiore Tamponi

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