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Copertina D'Aria e di terra

La genesi di queste prose è un documentario che sconvolge l’autrice: case distrutte, sbriciolate, solo una porta d’ingresso in piedi, un cane che cerca qualcosa fra le macerie. L’atto di scrittura del libro nasce da questo shock, che gli attentati parigini del Bataclan rafforzano e amplificano (la prima prosa del libro cita letteralmente la data, 13 novembre 2015). Un libro unico, permeato di scene drammatiche dove però è presente un guizzo di levità nella tragedia; si mescolano il tu, il voi, l’io, dentro una identità plurale che spiazza il lettore e lo soggioga in un incanto verbale. «La memoria dissotterra pietre notturne. È il fuoco che s’intrufola nel pagliaio ad agguantare il dubbio. La mela cade nella cesta del lutto e la notte da sé si scrive». Questi versi evocano una cesta oscura, notturna, ma il fuoco che accenderà il pagliaio e le pietre dissotterrate dalla memoria ci dicono che la morte è un evento che la parola talvolta sconfigge. «La scienza ci avverte il bianco molto bianco s’avvicina strisciando». Dentro questi testi non si acquatta mai il demone della noia, quel calligrafismo tanto frequente nella prosa poetica: il pericolo è scongiurato da improvvise virate di respiro, da sospensioni felici del ritmo. «Mai e poi mai vincerà la tristezza se la vita passa stringendo pietre fra le mani non è più la vita»; «QUIETO E’ IL PIANETA. Che abbia deposto le armi o era spento il televisore? La follia corre in groppa ai cavalli ma oggi non si nota. Si consuma da sé il diario dei giorni. Pochi eremiti vi trovano rifugio prima che accada l’impossibile le nubi si voltano e cambiano colore. E tu che ti sei perso in poche righe di buon umore che cosa chiedevi? Dov’era il tuo posto? Oh le serendipiche scoperte poi!». È famoso il principe di Serendip per aver dato il suo nome a quelle scoperte anomale e casuali (nella scienza, ma non solo) che cambiano il corso delle cose ma senza un progetto razionale precedente, senza una volontà che organizza e dispone. In D’aria e di terra il poeta si comporta proprio come il principe: lascia che le immagini si sbriglino, cavalchino, vadano per conto loro, come dettate, poi prende la parola, cioè le organizza in frasi: ne scaturisce un tono sentenzioso ma capriccioso, mai lirico. Forse Viviane ha presente “il pensiero del tremore” teorizzato da Glissant, un pensiero che non procede per verità assolute ma per sospensioni e divagazioni. «VAI NON TANTO per andare. Vai perché sei tu per il gesto d’abbraccio per capire il tremore». Al poeta resta il compito di “capire il tremore”. In tutto il libro Viviane gioca con gli scarti ritmici, i soprassalti delle immagini, i frammenti brevissimi alternati a frammenti più lunghi. «L’orizzonte è un frammento di poesia in eccedenza»; «Potrebbe qui ora cadere la neve nel momento stesso in cui scrivi la parola neve. Potrebbero le tue dita farsi spazio nel bianco diresti mio dio sono io quel bianco». Ecco che l’esclamazione stupita, quasi impaurita «mio dio sono io quel bianco” viene come mimetizzata nel frammento, non drammatizzata ma fatta scorrere fra le altre parole.
E poi scrive: «LA TERRA GETTATA negli occhi di chi interroga la terra di chi d’un dolore lancinante cerca la ragione. La voce davvero in nessun libro. E poi chi indaga? Chi in questo sonno? Nell’avventura – ridicoli – così poco protetti. Chi interroga le galassie e tanto lo sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha messo ortiche sui sogni? Non rispondermi: la vita!». Il dialogo di Viviane con i fantasmi comprende continui slittamenti fra il dentro e il fuori, dove reale e immaginario si intrecciano, e il dolore cerca sempre l’ironia, il severo dramma il fresco ritmo delle immagini. Grande traduttrice dal francese, Ciampi non dimentica, naturalmente, la lezione dei “poèmes en prose” di René Char. Ma mi azzarderei a dire: il suo tono si distacca da quella classica densità oracolare e improvvisa contrappunti musicali fra sé e il mondo. «NASCITA del reale. Da tempo lo inseguivi. C’è sempre quel pensiero fisso di come definirlo». IL LIBRO LO STESSO scritto da sempre con l’anima – mille vite concesse – che gorgheggia nel primo capitolo poi fragile consumata come un sogno di prigionieri. Tuttavia una colomba un’erba voglio in transito sulla piazza la gioia di domani. Il sapere che tutto ricomincia. Allora accarezzi il passaggio del tempo. Pensi alla dolcezza come a un fatto naturale. Pensi alla dolcezza che non ha fine. Al fatto che da stella stella tornerai». Imprevedibile suite surreale di poemi, il libro è un addestramento alla resistenza, alla libertà, a un gioco verbale che non ignori la tragedia ma resti gioco nel suo semplice esistere. «Un cielo tutto chiodi e tenaglie ti fa ricadere nel grembo d’un giorno modesto. In sogno giochi con la lepre». E la lepre ha la provvidenziale capacità di guizzare, di sfuggire, come fa questo libro, che non si arrende alla definizione del critico ma sorprende e illumina la fantasia del lettore vero. «Hai ragione i segnali sono numerosi lampeggia la tua testa tanto vale poggiarla sui cuscini quando manca uno sguardo d’umanità vera».

Recensione di Marco Ercolani (scrittore, poeta e saggista)

 


 

Seconda Recensione

“D’aria e di terra” è una raccolta di brevi prose dall’intensa valenza poetica: evidentemente per Viviane Ciampi, che ne è l’autrice, i generi letterari sono da considerarsi fisionomie linguistiche tra loro non disgiunte.

Così, ad esempio, la sequenza

“Chiama la gioia abbraccia il silenzio incolla i

cocci della parola senza orpelli costruisci una storia lontana dalle

fiamme delle guerre tra cani. Qualcosa. La riparazione. Un’ipotesi.”

rende chiara testimonianza di come chiedersi che cosa sia prosa e che cosa sia poesia nasconda un rischio di fraintendimento.

Meglio domandarsi, invece, quando diciamo (o pensiamo) di trovarci a contatto con un brano di prosa o uno di poesia.

Particella disgiuntiva, quella “o”, che, nel caso in esame, appare ingiustificata poiché i due generi vivono l’uno nell’altro.

Forma e contenuto, parola e significato divengono ampio e diffuso senso, fecondo suggerimento di un indicibile al quale consapevoli cenni possono in qualche modo riferirsi.

Suggerimento, certo, perché quel quid che, a ben vedere, non abita oltre ma dentro la lingua, quel quid non assoggettabile ad alcuna grammatica, può tuttavia essere avvertito quale assidua presenza.

La pronuncia

“E improvvisammo la forma del

tempo e la freccia del tempo e il senso e la fortuna e

c’improvvisammo noi da soli danzatori sulla scacchiera”,

con il suo incipit dal sapore espressionista, mostra che il suddetto suggerire per cenni, assimilabile al gesto, costituisce un’importante modalità espressiva del e nel mondo.

Un mondo di cui, ovviamente, fa parte la stessa autrice: Viviane, lungi dal chiamarsi fuori, dall’osservare da lontano, si colloca ben dentro, si scopre fatta “D’aria e di terra”, riconoscendosi non in una fusione generica con quanto la circonda, bensì nelle vivide collocazioni in cui viene di volta in volta a trovarsi.

Il suo dire, insomma, è già essere.

Domande quali

“Chi interroga le galassie e tanto lo

sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha

messo ortiche nei sogni?”

non pretendono risposta, poiché, cosmiche ed esistenziali, sono consce della loro natura di fruttuoso atteggiamento.

Un brano musicale, certo, è composto dalle singole note tracciate sul pentagramma, nondimeno la melodia che ascoltiamo è quella scrittura con qualcosa in più.

Così le parole di Viviane superano la loro mera valenza identificativa e, lungi dal combinarsi in accostamenti sterili, rivelano come gli esseri umani partecipino, in maniera precipua del continuo farsi (e modificarsi) di costellazioni espressive.

Non è facile, davvero, scrivere la vita: la nostra autrice ci riesce per via di una scrittura semplice e, nello stesso tempo, complessa, frammentaria eppure completa, integra.

E nemmeno è facile fotografare il mondo, come fa Lino Cannizzaro con la sua copertina.

Recensione di Marco Furia
poeta, critico d’arte e redattore della rivista Anterem
apparsa sul sito La Recherche

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