La parola alla luce – Mostra fotografica nell’ambito del Festival Internazionale di Poesia di Genova 2016 – Atrio Palazzo Ducale

Italia1

a cura dell’Associazione Fotografica Acf Francesco Leoni

La parola alla luce – Laddove Poesia e Fotografia danzano insieme

Talvolta accade che arti diverse tra loro  – e perciò autonome – come Fotografia e Poesia, prendano un sentiero comune per entrare in un dialogo fitto e prolifico. Da questi incontri possono nascere libri d’artisti rari e preziosi o mostre come quella dei fotografi raggruppati attorno al noto studio Francesco Leoni, artista che fu per molti anni il fotografo di punta di Genova ma la cui arte arrivò ben al di là dei confini della nostra città. Pur se arti indipendenti – come già detto poc’anzi – questi due linguaggi lavorano sulla precisione, la composizione  e l’interpretazione delle immagini. Ogni fotografo ha scelto le poesie inserite nella grande antologia dei vent’anni del Festival di Poesia di Genova dal titolo Venti di Poesia (Ed. Liberodiscrivere, Genova 2015), “adottando” la poesia di un poeta approdato al festival e reinterpretandola nel linguaggio della fotografia.

Felice l’accrochage, con la scelta delle poesie rigorosamente in nero su bianco come se la parola uscisse da uno scrigno, e azzeccato il luogo della mostra sita nell’atrio del Palazzo Ducale, nel cuore pulsante della Genova culturale, come a dare il benvenuto agli spettatori del Festival di Poesia, il più longevo d’Italia.

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Il fotografo Carlo Accerboni ha scelto Il paradiso è brutto dell’amato poeta Tonino Guerra entrando con grande empatia nel mondo animale, di animali sofferenti (cani con protesi, gatti ammaccati) e mostrando inaspettatamente le sagome di giraffe – spesso relegate al divertimento umano negli zoo – dipinte sui muri del museo di Storia Naturale di Genova come potessero proteggerli tutti.

Ma irrompe anche il volto di Marylin stampata su un sacchetto della spesa, ex brutto anatroccolo, splendente e con la sua maschera dell’eterno sorriso che emerge dal rivolo del tempo e della narrazione.

Sul tema della poesia Van Gogh si è liberato dal suo orecchio di Eduard Harents, Accerboni si addentra in una composizione de l’homme à l’oreille coupée incorporando temi cari al pittore come se potessero entrare interamente nello sguardo.

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Alfredo Caridi ha “adottato” la poesia La donna dalle lacrime dolci di Claudio Pozzani dove rivela un ritratto di donna alquanto tormentata, con espressione di rara sensibilità, fragile e smarrita davanti ad uno specchio opaco di vapore. Ed è come se i pensieri sorgessero tutti insieme dal fondo della fotografia.

Infine non è passato inosservato il quasi nudo di schiena di una donna non più giovanissima con collier di perle trasparenti  in cui ogni perla rappresenta – o potrebbe rappresentare – una lacrima.

Di ottimo impatto anche le foto in dialogo con la poesia di Simon Armitage Il mio pezzo forte che stupisce e  ripercorre i punti salienti della sua vita e lotta contro qualsiasi tentativo suicidario.

Nel terzo lavoro il fotografo si mette a tu per tu con la poesia di Claudio Pozzani  Vengo a portarti una poesia di Neruda e col poeta galoppa in immagini al cuore stesso della poesia.

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Lino Cannizzaro si è immerso nella poesia Le linee di Raoul Montanari esplorandone le infinite geometrie, linee immaginarie che tracciamo coi nostri passi, con le nostre vite – si passa anche sotto il frastuono di un fonoassorbente autostradale – accendendo a sorpresa il rigoroso bianco e nero con una sottile lingua di fuoco, una sorte di precipitato di luce che traversa l’umanità.

Infine ha sviscerato A volte penso del grande poeta colombiano Alvaro Mutis sull’inutilità della parola e dell’umane passioni degli uomini crudeli e avidi di potere che portano sciagure, ma accenna anche all’importanza del silenzio che – in fondo – è già linguaggio.

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Marina Padrenostro, in atmosfere cupe da film di Hitchcock interpreta la poesia disperata e ironica del Portoricano Pedro Pietri Salve, Benvenuti al telefono amico psichiatrico che incarna così bene le fragilità psicologiche degli umani e tutto ruota attorno al telefono – quei bei telefoni d’una volta dove s’infilavano le dita nei buchi e ti davano il tempo di pensare – come unico protagonista. Nessuno può dire se le mani che s’indovinano tremanti, avranno il coraggio di comporre quel numero della salvezza.

Punta poi la luce sulla poesia performativa e umanitaria del poeta-rapper Frankie Hi – Ngr, nella sua poesia ritmata e cantata Elefante. Qui, le fotografie di Marina hanno colto i segnali di un’umanità in crisi.

Sceglie anche Pietà per la nazione di Ferlinghetti uno degli ultimi poeti della Beat Generation, e ci dona tre foto di strada con l’ umanità ordinaria sorpresa nella sua “tigna” di vivere.

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Carolina Cuneo è avvinta da La pietra della follia di Fernando Arrabal, che sconvolse una serata del Ducale allora chiamata “Genovantanove” al Festival. Qui propone la follia di chi cammina sull’orlo dell’abisso tra siringhe e lavandini sporchi.

Poi s’impregna dei versi della raffinata Jolanda Insana (“spacca la melagrana” recita l’incipit) e della melagrana che riesce a “schiacciare e succhiare la frescura rubina” con foto di grande impatto realistico e di seducente ambiguità concettuale. I grani della vita, dell’intera vita, sono così esposti lì, belli e tremendi come il sangue che schizza ogni giorno per mano spietata sul corpo delle donne ma anche come rossi rubini d’umanità.

Infine si addentra nell’omaggio a Genova – dedicata a Giorgio Caproni – di Donatella Bisutti e propone una Genova “città poetica” e meditativa qui trasfigurata, “alta severa tutta scale”, che tanto ci fa pensare alle antiche illustrazioni della Torre di Babele, il che si addice a una Donatella Bisutti, non solo poeta ma anche traduttrice.

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Antonio di Pace si lascia pervadere dalla poesia La strada di Roberto Mussapi e la interpreta come rotta, come teatro di tutte le combinazioni, con Eros e Thanatos che giocano a scacchi. Il fotografo ha davanti a sé una strada immaginata con ombre che s’aggirano, come “ingoiatrice” di morti e esseri vaganti in procinto di esserlo, e la “consustanzialità con gli affogati”. I suoi scatti parlano soprattutto del resto di ciò che non si può raccontare, o meglio, di quello che – come dice Mussapi – sarebbe lungo da raccontare.

Come altro tema, quasi un innesto del primo, inserisce EXIT di Mauro Macario e si cala perfettamente nello spirito di questo poeta anarchico e “intranquillo” esegeta di Leo Ferré e sogna una società a misura d’uomo, dove la vita ti accolga con dolcezza e ostinazione.

L’ultima poesia analizzata da di Pace: Dio è artificiale di John Giorno, poeta scomodo della Beat Generation e qui la realtà è frantumata come in un caleidoscopio con riferimenti all’indomani delle stragi e al Dio Absconditus.

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Tina Fiorenza indaga la poesia di Claudio Pozzani (più volte  citato in questa mostra) La donna dalle lacrime dolci, convocando i toni delicati, ali di farfalla, evitando scossoni, provocazioni. Decide di vincere la pesantezza, gli inverni definitivi. I sentimenti più delicati sono visti attraverso una inebriante fuliggine. Ogni tono smorzato. L’emozione è insieme temporale e spaziale e le cose, seppur minime sono portate da un flusso che passa attraverso i gesti, le mani, le labbra.

La sua scelta va anche  nella direzione del poeta Joy Harjo e della sua Città di fuoco, e la “traduce” nella sua pelle di città godereccia e tormentata, lontana dalla saggezza e dalla pace delle cose, tra lussuria e magie d’amore in un teatro di idoli effimeri e fantasmi smarriti dietro le tende di stanze anonime.

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Dania Marchesi esplora La pietra della follia, dell’estroso e irriverente Fernando Arrabal, il poeta-drammaturgo di Melilla,  inventore del Teatro Panico. Il suo è un  mondo sarcastico di “organi in movimento” dove i corpi non si animano, si anemizzano disseminando i loro pezzi appena retti da un elastico. Avevano camminato, sonnambuli sull’orlo dell’abisso sperando che qualcuno li avrebbe aiutati a non farsi ingoiare.

Dania s’immerge anche nel mondo del poeta statunitense Andrew Zawacki con la poesia Corona e con le sue inquietanti bambole spaventate o livide  esplora tutte le sfaccettature dell’io.

Non senza ironia, ci prepara all’ascolto e alla visione de la Filastrocca dei librai scatenati di Bruno Tognolini, dove il libro – anche quello della narrazione dei miti – viene sdrammatizzato, stuprato, messo in scena perché il libro è/dovrebbe essere fruibile per tutti,  in qualunque situazione. In ciascuno di noi esiste un libro sperando che non sia – in futuro – un proibito frutto della conoscenza.

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Emanuela Maura entra in empatia con i versi della poetessa siriana rifugiatasi in Francia dopo mille peripezie: Maram al-Masri. Ma i versi che dialogano con le fotografie appartengono al primo periodo di Maram: quando quest’ultima scriveva poesie d’amore erotico nella spensieratezza (da quando il suo paese è entrato in guerra ha scelto poesie di stampo militante). “Lo voglio caldo e profondo” recita l’incipit della bella siriana ed è già tutto un programma. La fotografa interpreta cotanto erotismo con formati di piccole dimensioni da guardare quasi dal buco della serratura (cromatismi sapienti, dal giallo all’ocra). Semplici mormorii di corpi dove il fuoco delle movenze si mette in gioco. Tripudio, poi, scorrendo con lo sguardo verso il rettangolini, più alti. L’aria del Ducale si surriscalda. Colui che passa (le Regardeur) si avvicina. Aggiusta gli occhiali ed è festa per gli occhi.

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Paola Leoni mette in luce le Cicatrici ispirandosi ai versi quasi infantili ma per niente innocenti di Vivian Lamarque e si lascia abitare da questa – in apparenza – minuta poesia attraverso scatti che organizzano il pessimismo con un sorriso e lasciano apparire le strisce bianche dell’inquietudine. Perché il timore della nostra finitudine è anche fatta di queste piccole cuciture, di queste fastidiose slabbrature. Il tempo segna la nostra somiglianza. E lo sa Paola, che in pochi fotogrammi ritrova i corpi negli stessi mormorii imploranti dei corpi.

In un secondo momento, La fotografa si è lasciata sedurre dalla metafisica dei treni in Questa fermata è l’ultima di Grazia Apisa Gloria e ci fa sognare con questi treni “flou”, poiché opaca è la nostra vera destinazione. Treni che si tuffano nell’ignoto passando da squallide stazioni di provincia con il loro delirio ferroviario, sospinti da una forza misteriosa e si nutrono dell’ angoscia, del mal di vivere, dell’apprensione, dell’attesa di qualcuno o della trepidazione del viaggiatore nel nulla. Ma il paesaggio che sfila negli occhi di una viaggiatrice trasognata contiene l’attimo.

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Bianca Pirisino si è soffermata sulla poesia di P.J. Harwey Where it begin lasciata in lingua inglese, facendo un tuffo nel vuoto delle grandi città e le sue fotografie sono come scenografie “teatranti” nel senso più alto del termine, dove tutto si compone si ricompone si dissolve e lo sguardo vede quel che c’è da vedere, ossia quel che germina, che pullula e prolifera. Qui è adesso. Dove tutto comincia e può finire.

Infine, la fotografa rende un doveroso omaggio allo sfortunato Livornese Piero Ciampi (1934/ 1980), uno dei pochi cantautori che si possono fregiare del titolo di poeta della canzone. Il vino, è la canzone-poesia scelta da Bianca, di stampo baudelairiano, prendendo il punto di vista dell’io narrante con i suoi sofferti annebbiamenti  e visionarie intuizioni.

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Rossella Sommariva analizza Madre Terra poesia di Mend Ooyo e ci porta il sentimento del luogo con scatti che mettono in scena i disastri infiniti compiuti dalla mano dell’uomo. Asettica aria asciutta su campi ingialliti, frigoriferi abbandonati e cumuli di spazzatura perché non c’è un occhio al centro della Terra per rimproverarci. Ma tutto muore del nostro stare immobili. Eppure un mondo migliore è possibile, deve essere possibile, pare dirci.

La Sommariva  si prende cura anche della poesia di Vincenzo Costantino Le case che insegna a tenerci strette le nostre belle malinconie come fossero silenziose entità che albergano nelle stanze, quella malinconia non ben definita – la saudade, per dirla come i Portoghesi –  la  compagna superstite dei nostri dormiveglia, talvolta foriera di processi pre-creativi se abbinata all’otium.

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 Tutti i fotografi del gruppo Foto Studio Leoni hanno avuto quel grande appetito di scoprire con occhi “lavati”, con occhi da poeta la parola da cui sono stati intrisi e hanno toccato la polisemia  del verso, prima, lasciandosi andare al piacere dei tentativi, poi andando fino in fondo alla loro ricerca (alcuni mi hanno confessato di aver tenuto per mesi la poesia in tasca per lasciarsene penetrare!) diventando quindi essi stessi “critici” e “traduttori” del poeta scelto. E tutto è arrivato, ben percettibile con la luce – seppure a tratti claustrale – che pian piano saliva dall’opacità fino alla giubilazione dell’improvviso scintillio della vita. Così lo spettatore si fa parte integrante di questa avventura poetica e fotografica e può dare inizio al viaggio dell’anima, scardinando le barriere, il filo spinato, le serrature del mondo.

                                             Nota di Viviane Ciampi

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