Bernard Noël – La scrittura dell’Eros

07-dicembre-2016-bernard-n

Eros non è il dio che crediamo

Quando Bernard Noël, studioso di Sade e di Bataille ci parla di erotismo, non ne sottolinea soltanto i rituali e le meccaniche, gli effetti che potrebbero provocare in colui e colei che vi si trovano confrontati ma va ben al di là. E va al di là anche del vitalismo incoercibile e degli inevitabili umidori suscitati di solito dall’argomento. Siamo infatti di fronte a un autore che ha lavorato in una moltitudine di generi che si potrebbero riassumere in uno solamente e che sintetizza il suo percorso: la messa in opera del desiderio. Un desiderio che sollecita la totalità dei sensi laddove etica ed estetica si compenetrano alla perfezione. Noël, perennemente inquieto, tallona il soggetto: da anni rovista l’universo della rappresentazione mentale in una guerra infinita contro “la privazione di senso” a cui i media e i politici ci costringono. È colui che propone nuovi modi d’intendere l’erotismo, con tutte le sue zone fuori frontiera, e ce lo presenta attraverso la lastra rovente delle sue percezioni.
Perché l’arte erotica, secondo il pensatore francese risiede non solo nel sesso con le sue esuberanze talvolta benefiche, talvolta infernali, ma anche (e qui sta la novità) nel pensiero e nella lettura. Emblematico l’incipit del saggio breve: “Vivere la lettura come penetrazione…”
A proposito di lettura, apro una parentesi per segnalare a chi non lo avesse mai ascoltato nelle letture pubbliche che l’autore possiede ciò che Roland Barthes chiamava “le grain de la voix” (la grana della voce), ossia una voce totalizzante e coinvolgente, quasi un mantra, capace di “strofinare il suo linguaggio contro quello degli altri” (Barthes) e che cattura l’ascoltatore più disattento, pur senza la temibile ossessione attoriale di voler sedurre.

Ma torniamo all’Eros e ai testi che vi presentiamo: un giorno, l’editore P.O.L propose a Bernard Noël di riunire l’interezza delle sue opere. La prima reazione dello scrittore fu di reticenza a causa del timore di doversi tuffare in oltre mezzo secolo di scrittura e cercare di deciderne un ordine pressoché irreperibile. In un secondo momento pensò a tutti gli scritti di carattere amoroso dispersi in alcuni piccoli volumi di editori diversi e che, una volta riuniti, avrebbero potuto, forse, formare un unico libro. Questo volume di 435 pagine adesso esiste, tra rime e ritmi, tra saggi e monologhi e ha per titolo Les plumes d’Eros. Le acque sono parecchio mosse, ma fra istanti di bruciature contrapposti a quelli di trasparenza si circola in un labirinto di tenero erotismo. «La cosa» dice l’ideatore del concetto di “Sensura” con la S «mi ha anche dato modo di provare – almeno, lo spero – che i generi, altro non sono che semplici variazioni…».

Nota di lettura di Viviane Ciampi

L’enfer, dit-on

L’immagine non è che un’immagine, tuttavia la reazione che suscita assomiglia all’amore. Che cos’è il desiderio? Anch’esso incontra una forma che lo rivela a se stesso rivelandolo contemporaneamente al suo “soggetto”. Vi sono segni in aria, poi il corpo dimentica il richiamo del senso nel suo impeto.

La reciprocità è il mistero. È come un legame oscuro che predeterminerebbe l’incontro. Si direbbe che esista una lingua del corpo il cui mutismo assomiglia a quello delle immagini: esso non articola, contatta. Le attitudini sono metafore, ma di colpo scoprono nell’Altro la loro realtà e vi precipitano. Termina la rappresentazione. Sopraggiunge il tatto.

L’occhio ha fatto transitare dei segni nel corpo, e il corpo, adesso, traduce i loro sensi realizzandoli.

L’occhio, in effetti, è “la rotula”. È il sesso della testa, e grazie a lui si accoppiano l’immagine dell’Altro e la mentalità, come la mentalità e l’immagine del mondo.

Il sesso ha bisogno dell’occhio perché pretende lo sguardo dell’Altro. Ma lo sguardo implica la distanza. Il sesso, quindi, chiama chi lo allontana e fa di lui un segno o un’immagine. Poi la situazione si capovolge, poiché il segno, creando il desiderio, suscita lo slancio che sta per percorrere la distanza e abolirla.

Gli amanti chiudono gli occhi e la loro unione costruisce allora un corpo d’amore, dove circola l’unità. Lo spessore fisico, aprendosi all’Altro, diviene, all’interno, uno spazio analogo a quello dello sguardo ma a rovescio. Lo spazio della fusione, dell’indistinto, dell’indicibile.

Gli amanti mantengono gli occhi aperti, e la distanza rimane presente tra i loro corpi. Questa distanza è, all’esterno, lo spazio dello sguardo nel quale i sessi cercano delle sistemazioni, delle figure, un gioco – tutte cose dicibili poiché le parole, eventualmente, le prolungano o le sistemano.

Le immagini erotiche sono degli sguardi caduti dagli occhi aperti di Eros, ma abitano anche gli occhi chiusi del corpo d’amore.

Corpo d’amore o corpo di Eros, che si amano per l’amore o per il piacere, il loro sesso è la ripresa individuale praticata contro la specie.

Ma la specie rende fittizio ogni atto sessuale che non ha come meta di riprodurla.

Eros non è il dio che crediamo.

Eros è il dio della finzione.

L’enfer, dit-on, Herscher, Paris, 1983 (poi: Lignes, Paris, 2004)

divino fu il triangolo
e ora
in broccato di peli

una lunga storia
lei qui cerca
l’umano passaggio

un grido
poi l’azzurrità d’essere
sulla terra

colei che porta il segno
nuda incede
la superficie la guarda

e lassù
niente
un buco complice
*

l’oscuro lavoro
sfiora la tenera pelle
annerisce la schiena

nessun volto
il tu s’inarca
un muro d’amore

e l’apparato gode
da dietro
il leggio delle spalle

sorregge piegati
tutti gli sguardi
che non scambieremo

dimmi dici tu
ma l’intimità
è come la sirena
*

l’aria si corica
e sul pavimento
muove la notte del tempo

oppure la marea verticale
innalza una campitura di memoria
un appannarsi di lingua

si scorgono membra
e qualche immagine crollata
nel suo stesso riflesso

la bellezza
un sesso sotto le acque
una barba di pietra

due gambe più strette
delle palpebre
della morte
*

una lacrima di vita
l’origine che sgorga
come latte

dall’altro a noi
un solo cordone
l’attesa

ogni erezione
cagiona al cielo
una nidiata di sogni

che il solo sia solo
il sangue che batte in lui
è più denso dell’ombra

nella cripta
ove l’occhio s’addentra
vergine è la notte
*

il fiato degli dei
genera montagne d’aria
nuda è la terra

sotto
come un coltello
o la piega adultera

il lavorio dell’amore
chiazza le bianche alture
e la maschera dei fianchi

copre il cielo
la brama d’ingannare la morte
è il volto

oh il segno
dal più in basso eretto
per gridare no
*

i peli della paura
foggiano una pelliccia
all’abito di legno

il pensiero ha il suo sudore
è lordato
dai succhiotti dei morti

allora voltandosi
cancella
poi secreta il volto

che nulla deve
e io guardo l’avvenire
con denti quieti

la notte scivola dalla pagina
il desiderio
ne fa il suo lenzuolo
*

ogni specchio
è la tomba del cielo
oh nuvole

tante natiche
inutili al desiderio
così che il sesso è franto

dentro la sua stessa immagine
dove va la carne
che s’immagina

moriva un dio
di non essere che quello
e il riflesso

costruito da tutto
il nulla
segreto
*

tutto proviene dal buio
la fertilità è la morte
che cerca un altro giorno

le linee distendono
sulla pagina
balestre notturne

l’intera loro meccanica
punta il dito oscuro
che fa l’amore agli occhi

che cosa sappiamo dei segni
e del loro bianco vapore
ciò che fa vedere

non è più visibile
del didietro
dell’occhio
*

una pietra piana
il congegno delle lacrime
l’ombra delle chiome

si è contato troppo
troppo sferruzzato l’ore
la luce soffusa

il mondo è negli occhi
come il sesso
nel ventre

lo sguardo sgrava
di se stesso
vede

a perdita d’occhio
l’ala
e il presente ch’essa è

divin fut le triangle
et maintenant
broché de poils

une longue histoire
elle cherche ici
l’humain passage

un cri
puis l’azur d’être
sur la terre

celle qui porte le signe
marche nue
la surface la regarde

et là-haut
rien
un trou complice
*

l’obscur travail
touche la tendre peau
le dos noircit

nulle face
le tu se cambre
un mur d’amour

et l’appareil prend son pied
par-derrière
le lutrin des épaules

porte pliés
tous les regards
qu’on n’échangera pas

dis-moi dis-tu
mais l’intimité
est comme la sirène

l’air se couche
et sur le sol
la nuit du temps remue

ou bien la marée verticale
lève un fond de mémoire
une buée de langue

on voit des membres
et quelque image chue
dans son propre reflet

la beauté
un sexe sous les eaux
une barbe de pierre

deux jambes plus serrées
que les paupières
de la mort
*

une larme de vie
l’origine coulant
comme du lait

de l’autre à nous
un seul cordon
l’attente

toute érection
fait au ciel
une portée de songes

que le seul soit seul
le sang qui bat en lui
est plus épais que l’ombre

dans la crypte
où va l’œil
la nuit est vierge
*

l’haleine des dieux
fait des montagnes d’air
la terre est nue

dessous
comme un couteau
ou le pli adultère

le travail de l’amour
tache les hauteurs blanches
et le masque des hanches

couvre le ciel
l’envie de trahir la mort
est le visage

ô le signe
du plus bas dressé
pour crier non
*

les poils de la peur
font une fourrure
à l’habit de planche

la pensée a sa sueur
elle est salie
par les suçons des morts

alors se retournant
elle rature
puis secrète la figure

qui ne doit rien
et je regarde l’avenir
avec des dents tranquilles

la nuit tombe de la page
le désir
en fait son drap
*

chaque miroir
est le tombeau du ciel
ô nuages

tant de croupes
inutiles au désir
que le sexe est rompu

dedans sa propre image
où va la chair
qui s’imagine

un dieu mourait
de n’être que cela
et le reflet

bâtit de tout
le rien
secret
*

tout vient du sombre
la fertilité est la mort
cherchant un autre jour

les lignes tendent
sur la page
des ressorts de nuit

toute leur mécanique
dresse le doigt obscur
qui fait l’amour aux yeux

que savons-nous des signes
et de leur buée blanche
ce qui fait voir

n’est pas plus visible
que le derrière
de l’œil
*

 

une pierre plate
la machine des larmes
l’ombre des chevelures

on a trop compté
trop tricoté les heures
la basse lumière

le monde est dans les yeux
comme le sexe
dans le ventre

le regard accouche
de lui-même
il voit

à perte de vue
l’aile
et le présent qu’elle est
*

La moitié du geste, Ed. Fata Morgana, 1982
La chute des temps, Poésie/Gallimard, Paris, 1993

LE PIUME DI EROS

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L’erotismo è forse un genere come il fantastico o il poliziesco? Come definire un genere senza provocare nell’immediato incroci e quindi ibridazioni? L’erotismo è tanto più vivo che avvicina individui senza somiglianza proprio come Reverdy consiglia di farlo nell’immagine poetica. Appena ci si occupa di classificazioni, chi volesse, per esempio, iniziare dai blasoni medievali e andare avanti con i poeti libertini ecco che si troverebbe di fronte ai libelli di Marie-Antoinette; libelli pubblicati sottobanco negli anni 1780, che sono di una violenza “erotica” senza precedenti in un secolo peraltro piuttosto libero.

Libero? L’impiego, qui, di questo aggettivo semplicemente adeguato sposta tuttavia l’attenzione verso un campo dove “erotismo” e “libertà” si associano per lottare insieme contro la repressione religiosa e politica: ciò che la morale proibisce non è forse analogo a ciò di cui il potere ci priva? A Praga, durante l’inverno 1990, un dissidente mi mormorò: «Vede, da quando si proibisce la libertà, non rimane che il libertinaggio…» Il politico raggiunge l’erotico – o viceversa – poiché l’erotico è una delle espressioni della rivolta: la più adeguata a desacralizzare tanto lo scettro del re quanto la vagina di nostra santa madre Chiesa. Quando la rivoluzione borghese laicizza la società, continua a proibire “l’oltraggio alla buona creanza”, ma nel contempo lavora a privarlo della sua capacità di protesta riducendolo allo stato di merce boccaccesca. Questo viene snocciolato in galanterie o goliardate d’ogni specie attraverso le immagini, gli spettacoli, la stampa, fino alle case cosiddette di tolleranza. Il boccaccesco è l’antidoto dell’erotismo: ha un effetto paragonabile a quello del vaccino che trasforma il virus in protettore della salute. Soprattutto permette al parassita soddisfatto di creare una complicità ripugnante nella quale s’invischia l’avversario. La dominazione del mondo e il potere durevole sono promessi al borghese poiché lui ha capito che svuotare le cose del loro senso è meglio che imporne il rispetto attraverso la forza, tanto più che le cose vuote sono le più vendibili.

*

La letteratura erotica – supponendo che non abbia come unico campo le finte partouze e gli specchi masturbatori – trae forse la sua necessità (Come indugiare su libri ai quali, sensibilmente, l’autore non è stato costretto?) dal fatto che è impossibile scrivere senza far nascere delle figure (nel duplice senso di volto e di tragitto spaziale) dove sempre appare e si sottrae un sé altro da sé.

Il motivo d’inseguire questo “altro” non ignora che l’inseguimento è illusorio e neppure che la pratica senza illusione dell’illusione è una cerimonia sacrificale dove accade che il coltello mentale abbia effetti reali.

La suddetta cerimonia ha come durata il percorso della scrittura e come stazioni le varie fasi della recita che gli fungono da velo. L’autore può sognare il lettore che sappia intravedere nelle pieghe aeree il volto impalpabile ch’egli stesso non vede, ma ha saputo intravederlo altrove? L’impronta desiderata forse non smette d’apparire: è a causa di una rivalità insolubile tra il corpo sessuale, dotato di una visibilità naturale, e il corpo culturale, anch’esso votato in modo del tutto naturale all’invisibilità. Ciò che sul nostro volto procede in modo inverso di ciò che chiamiamo uno schermo o una pagina, superfici sulle quali l’espressione s’iscrive all’esterno allorché nulla appare sul volto tranne i brividi interni arrivati dal di sotto e trattenuti laggiù come tante ombre in fondo agli occhi. Eros non è il dio del sesso, è il dio di quelle ombre ed è a vantaggio loro ch’egli ne distoglie l’effimero appetito, affinché ne facciano l’energia dell’amore e lo spirito del desiderio.

*

Vivere la lettura come una penetrazione, ecco che cambierebbe la sua pratica e il suo insegnamento. Immaginate un’arte di leggere come equivalente dell’arte di amare, ponendo ovviamente l’accento sull’atto e non sul soggetto. Appena si è attenti alle proprie percezioni, si constata quanto siano accolte miseramente in noi allorché sentire, poi osservarle, poi svilupparle, coglierne le sfumature ne allarga la dimensione interna e favorisce la coscienza dello spazio dell’interiorità.

La qualità dello sguardo s’intensifica allo stesso modo quando si abita l’intero suo volume scorgendovi una circolazione dove si materializza uno sfioramento visuale. Lo sguardo del lettore agisce in modo comparabile quando cattura sulla pagina ciò che trasferisce nella testa dopo averlo istantaneamente veicolato attraverso il suo volume. Questo va detto per sottolineare il luogo, impercettibile o quasi, dell’atto visuale nella lettura: un atto divenuto così banale che questa banalità ci priva della sua percezione.

Tutto si qualifica in noi con il suo prolungamento, altrimenti saremmo visitati soltanto da sensazioni tanto rapide quanto effimere. La sensazione si consuma subito nel suo stesso ardere mentre la percezione segue un tragitto che sollecita la coscienza e si costruisce con essa al punto di segnare lo spazio interiore, di vivificarne la presenza e anche di rianimarla. Quando attinge quel punto, la percezione è già incanalata nel linguaggio che lo articola e presto ne fa la sua materia intima.

I componenti dell’atto di leggere ci sono sottratti forse per il loro effetto, vale a dire, con molta semplicità, l’assimilazione del testo e l’attività mentale così innescata. Questa assimilazione richiede d’altronde tutta l’attenzione ed è, oltretutto, la finalità della lettura, la quale dimentica in modo del tutto naturale in se stessa che la cattura del testo è una attività fisica.

Dobbiamo scomporre le nostre abitudini per percepire ciò che il loro esercizio spontaneo ci nasconde. Una certa intensità si ottiene soltanto a questa condizione ma la nostra propensione va nell’altro senso e ci spinge al minimo sforzo. Se le cose andassero in altro modo, i media non sarebbero riusciti a generalizzare la passività, e non di meno la nostra pseudodemocrazia potrebbe continuare a sviluppare misure antisociali contando sulla sottomissione.

Perché la facilità piuttosto che la scelta dello sforzo d’attenzione che farà decuplicare il piacere, quello dell’amore, come peraltro quello del pensiero. Vi è, del resto, tra questi due piaceri, una confluenza la cui espressione è l’erotismo. E non è significativo che lo sviluppo di questa esperienza interiore aumenti la nostra resistenza ai tanti sviamenti, falsificazioni e occupazione del nostro spazio mentale? L’erotismo come allenamento alla resistenza politica: questo fatto risale ai Libertini, i quali probabilmente non ne furono gli inventori…

Da Les plumes d’Éros, P.O.L, 2010

POESIE PER GIÙ

07-dicembre-2016-fiore-lino

foto di Lino Cannizzaro

tempo di mistero a fior di pelle
nella risata degli incavi
gli occhi dardeggiano un messaggio
sotto un ruscello di chiome
la lingua lecca la piega
a colpetti di brevi parole
poi spinge la porta dei denti
poi rotola nella bocca nuda
tra le gambe del silenzio
irsuta un’ala si dispiega
amore del batuffolo e delle labbra
nella rude ressa di un rantolo
ovunque i peli della luce
e il sopra scaglia il sotto
un rombo di cuore dove strugge l’orecchio
oh la vita la vita che s’erige
nel cavo da lei scavato
*

agonia dolce profumo dei corpi
dall’aroma della loro dismisura
nasce nel centro uno scroscio
sotto l’abbrivio di lacrime scroscianti
che dire della cosa nuda
tra le natiche che ondeggiano
la testa là sotto scagliata
allunga una lingua verso il cielo
a sudore saliva è mischiata
per giocare a bocca vellutata
tutto il viso allora si rischiara
del colpo di scopa del batuffolo
che lo rimanda alla sua crudezza
la vita può crocefiggere il tempo
sul golgota di Venere
*

sull’orlo dell’attesa
l’Io affina il suo tocco
un dito giace in mezzo al pianto
un altro che stuzzica la corona
e il suo vicino tutt’un andirivieni
il Tu è la terra piccola
dove il verbo si rifà carne
basta che a lingua dispiegata
sia compulsato il gran mistero
ciò che palpita in fondo alla piega
è il sudore dell’infinito
*

piovono farfalle di lingua
sul bordo di chi piange miseria
oh pura pioggia dalla punta piantata
mentre la pelle si rimesta
il bel paese diventa febbrile
mani che precipitano da ogni parte
e le labbra si moltiplicano
il Tu rintana la sua apertura
in mezzo al boschetto ardente
qui il fuoco è una crema
che imburra anche il pensiero
tutta la carne è burrificata
a bocca che reclama ancor di più
*

labbra a labbra due sorrisi sorgono
l’uno con piega verticale
l’altro sopra posato a croce
il bottone che li assembla
accende una corrente corporea
se qualcheduno vuol essere inchiodato
vuol dire che ha del canto nella carne

temps de mystère à fleur de peau
dans le fou rire des aisselles
les yeux font reluire un message
sous un ruisseau de chevelure
la langue lèche la pliure
à petits coups de mots muets
puis pousse la porte des dents
puis roule dans la bouche nue
parmi des jambes de silence
une aile velue se déplie
amour de la touffe et des lèvres
dans la rude ruée d’un râle
partout les poils de la lumière
et le dessus dessous jeté
un bruit de cœur où fond l’oreille
ô la vie la vie qui se dresse
dans le creux par elle creusé
*

agonie doux parfum des corps
au fumet de leur démesure
il naît dans le centre une averse
sous l’élan des larmes versées
que dire de la chose nue
parmi les fesses qui remuent
la tête jetée là-dessous
tire une langue vers le ciel
à sueur salive est mêlée
pour jouer à bouche velue
tout le visage alors s’éclaire
du coup de balai de la touffe
qui le rend à sa crudité
la vie peut crucifier le temps
sur le golgotha de Vénus
*

sur la bordure de l’attente
le Je affine son toucher
un doigt couché parmi les pleurs
un autre agaçant le pourtour
et son voisin tout va et vient
le Tu est la terre petite
où le verbe se refait chair
il suffit qu’à langue tirée
soit compulsé le grand mystère
ce qui palpite au fond du pli
est la sueur de l’infini
*

il pleut des papillons de langue
sur le bord du pleure-misère
ô pure pluie plantée du bout
tandis que la peau se démène
le beau pays devient fébrile
des mains dévalent de partout
et les lèvres se multiplient
le Tu terre son ouverture
au milieu du buisson ardent
ici le feu est une crème
qui beurre même la pensée
toute la chair est barattée
à bouche toujours qui veut plus
*

lèvre à lèvre il vient deux sourires
l’un qui fait un pli vertical
l’autre dessus posé en croix
le bouton qui les tient ensemble
allume un courant corporel
si quelqu’un veut être cloué
c’est qu’il a du chant dans la chair
*

Da Poèmes pour en bas, con illustrazioni di Scanreigh, Montchevrel, 1998 e Les plumes d’Eros, P.O.L, 2010

Traduzioni di Viviane Ciampi
Bernard Noël

Saggista, critico d’arte e poeta, nato nel 1930, vive a Mauregny nel nord della Francia. Intellettuale a tutto tondo che ha segnato e segna in maniera incisiva la vita culturale francese, ha esordito nel 1958 e ha scritto oltre sessanta opere (poesia, saggistica, narrativa, teatro). Ha diretto coraggiose collane di poesia (Flammarion, Fata Morgana).

Già pubblicato su www.filidaquilone.it

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