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Viviane Ciampi

Vivetta Valacca – Tu sei la realtà e l’essenza tutto il resto è sogno inquieto

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Prima di tutto il titolo, d’emblée magnifico: tu sei la realtà e l’essenza tutto il resto è sogno inquieto. Poi, l’acutezza dello sguardo. Da qui si può intuire che Vivetta Valacca, poetessa e saggista parla – più che ad alta voce – alla Voce Alta.

Il suo pensiero lucido e penetrante è fortemente radicato nella sua coscienza religiosa e politica, posizione difficile e coraggiosa in tempi di edonismo e allontanamento dai valori. Vi è anche un rapporto intimo e sacro con la Natura e i suoi Miti, Natura dalla quale si può osservare, imparare, comprendere o non comprendere ma che affianca il nostro viaggio e fa parte di noi “acquasalsa ondeggiante / sotto il bluchiaro del cielo // singhiozza settembre / flottando come un gabbiano / sull’onda // nella nuova stagione / si entra / senza sbattere né zampe né ali (Mare). E in permanenza, lo stesso sforzo per catturare l’essenziale del mondo tra l’impenetrabilità del passaggio e la carezza del visibile, senza mai rassegnarsi ai giorni opachi, scontati, senza qualità, laddove “il mondo è amore / e nient’altro / rimane / il resto è pazienza / esercitata nell’apparente”.

Non mancano infine le poesie d’amore – vissute o immaginate – tutte di un grande lirismo e vertigine, con richiami a Saffo e a questo “Dio che non lascia niente d’incompleto” ma l’interezza del libro ha una forza di richiamo notevole che “distilla gocce d’amore”, trova sempre il nuovo nel quotidiano, perché V.V. è una “foglia turbinante nel vento” ma che mai potrà smarrirsi, anzi, imparerà a riconciliarsi con la ragione, portandosi “la Poesia dentro / come / Riconciliazione / fra l’umano e il divino / come / un Cristo nel cuore” e il lettore non può che esserne grato “per sentire che c’è sempre un futuro anche oltre la morte”. Ciò che appare centrale in questo metodo di lavoro è lo statuto del senso.

La difficoltà, quindi, non è tanto “scrivere” ma “vivere” in tal modo che i versi, come questi della poetessa Ligure, nascano naturalmente. Universo di grande presenza dunque, concreto, incarnato. E sempre il presente invulnerabile della vita, malgrado le ferite del tempo.

Nota di lettura di Viviane Ciampi

 

Tu sei la realtà e l’essenza tutto il resto è sogno inquieto – p.p. 103, Ed. puntoacapo Collezione Letteraria, febbraio 2017, €12,00

LUIGI VIVA – Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André

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La diciottesima riedizione della biografia di Fabrizio De André è un evento gioioso per molti motivi. Il primo, perché a diciotto anni dalla sua morte (11 gennaio 1999), testimonia dell’affetto imperituro che un tale artista suscita in chi lo ha seguito e continua ad amarlo ed è uno strumento di conoscenza stimolante per chi “se lo è perso”, per le nuove generazioni, infine perché il genere letterario denominato biografia può essere – quando non si tratta solo di mera descrizione, s’intende –  un elemento per decriptare una persona nel più profondo attraverso il suo percorso – infanzia, amori, incontri decisivi, letture, riferimenti artistici, scelte politiche, colpi bassi della sorte, gioie e delusioni – e permette di capire come è arrivata a essere “quella” speciale persona.

Ma se certe biografie, come questa, continuano ad avere un  successo tale da meritare  così tante riedizioni, allora bisogna cercare le motivazioni per cui la gente ha voglia di leggerle. Sono quelle che ci insegnano a capire meglio noi stessi attraverso i pensieri, i comportamenti di qualcun altro, come in una sorta d’identificazione. È raro leggere una “vita di…” così ben documentata, non frettolosa (Faber stesso contribuì alla sua stesura!), e – come si diceva una volta –, scritta con arte, con stile, con racconti seri (dipendenza dall’alcol) e molto spesso divertenti (vedi il peperone di Savignone morso da Cristiano). In De André, si scorgeva un’alleanza fulminante di erudizione e disinvoltura, con la diabolica precisione di un “artigiano” (così si definivano altri fratelli di genialità: Trenet, Brassens, Brel e Ferré) capace di essere insieme scultore di stelle e artificiere di sogni.

D’altronde, l’intento del biografo non era di “divinizzare” l’artista De André – cosa ch’egli stesso non avrebbe mai voluto, visto che temeva persino la  parola ‘poeta’ – ma di far partecipare il lettore alla sua presa di coscienza progressiva, all’accettazione del suo talento fuori dal comune, a saper analizzare la chimica dell’anima di un autentico troubadour che amava gli esclusi e le anime perse con tenerezza infinita, guardando la vita con occhi lavati da ogni pregiudizio, affrontando con coraggio gl’insondabili sgambetti del destino.

Le sue cavalcate verbali, feroci e mordaci, impreviste e ironiche, le vertigini musicali fuori dal tempo e dalle mode sono un’opera grandiosa che incide dal vivo la carne di molti (non di tutti – certo – e dobbiamo onorarcene).

Di questo e altro parla Luigi Viva che di Faber esplora tutti i meccanismi di creazione, perché conosce l’arte sottile e affettuosa dell’ascolto, attraverso le pagine di quello che resta e resterà un classico della letteratura biografica.

Nota di lettura di Viviane Ciampi

 

Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André, Ed. Feltrinelli, 2016, coll. Universale Economica, pp. 255,  €9,00

ARIANE DREYFUS – LE DERNIER LIVRE DES ENFANTS

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LE DERNIER LIVRE DES ENFANTS

A partire da Les miettes (dicembre 1997),  Ariane Dreyfus  ha imposto la sua voce singolare attraverso una quindicina di opere. Il libro Le dernier livre des enfants è la sesta raccolta che pubblica nella collezione Poésie/Flammarion.

I bambini si muovono per far respirare la loro solitudine. Allora ci vogliono storie. Per esempio Un cyclone à la Jamaïque: Emily, 10 anni, si ritrova imbarcata per sbaglio con i suoi fratelli e sorelle sopra un battello di pirati, non avendo come Peter Pan che un capitano invecchiato, dal cuore nascosto, che spaventa molto più di quello che immagina, ma ad ogni modo tanto vale non chinarsi troppo per vedere in fondo, l’aria è nell’aria.

Altri bambini ma meno sicuri: innamorati che s’avvicinano a tastoni, che calcolano in quale momento aprire gli occhi su ciò che l’altro ci mostra di noi stessi. Il mistero comincia con le confessioni.

Era arrivato il tempo per me di arrischiarmi più vicino al bordo. Non uccello, no. Ma dato che sono stata e siamo ancora meravigliati di esserci così poco mossi mentre già si vede la morte.

Ariane Dreyfus

(dalla quarta di copertina. Traduzione di Viviane Ciampi)

Scrivo perché sparirò.

 

Era lì,

Mia figlia seduta sulla scala, la guardo tra le sbarre

Non muoverti

Mi piace continuare

 

L’importanza di guardarsi

Probabilmente

Il volto ne vuole un altro

 

I piccoli, non dire più niente

 

Così la notte se sento il gatto mangiare finalmente,

Lui così magro, so che muove il suo mento dalle ossa sottili

Ha bisogno di mangiare, dimenticandoci

Mentre il cibo scricchiola tra i suoi denti

Gli scricchiolii se volessimo, sapremmo dove sono

Passare tra le sbarre, sfiorarle

Senza impaurirsi

Soprattutto quando un animale gira la testa, esita,

Poi ritorna alla sua ciotola dove rimane la solitudine

I

CREPUSCOLO

Senza nulla spostare del mondo

(Il banchetto di Erode, bassorilievo di Donatello, secolo XV)

 

Le sue braccia sono ripiegate, vi ci schiaccia guancia e ventre

 

Salomè danza ancora, passa sotto la grande scala,

Ma il bambino che vi si è posato per dormire

sulla sua guancia per nulla rimuovere del mondo

fa un gesto più vero

Dorme tra due scalini, impedendosi di cadere

Per troppo tempo si è dovuto guardare la danzatrice

Con le sue braccia luminose forse doloranti

Così stranamente distaccate in potenza di serpenti

Forti onde spingono il giovane corpo

Ma le due gambe dove s’arrotolano le vele

Trattengono qualcosa del mare, quel rammarico d’avanzare

 

Lei incurva la sua mano nel marmo, lì erigendo

Lo scuro scavo d’una conchiglia.

Una sola, scura quanto chiaro è il volto

E triste come lui, con la piccola bocca stretta

Scavo aperto per dire sì

Nero per dire no

 

Meraviglia ma è meglio

Il marmo nell’opera si è spaccato nel punto più attraente

Come all’improvviso

Un’acqua gelida si è messa a scricchiolare dove vuole

 

È vivace, bello poco importa,

Con questa forza

Il tempo ci solleva nelle sue mani

Saremo distrutti, ma come?

 

Durante l’inverno che seguì, Salomè aveva le stesse vele,

Le stringeva con le braccia per fuggire?

 

Quando con la sua bruttissima morte come ce lo assicura Niceforo Callisto

Immaginando che incontrò un fiume da attraversare

Divenuto ghiaccio continuo e che per oltrepassarlo più a suo agio

Ella vi mise il piede (lo stesso di quello che già si storce,

vicino al marmo qui frantumato?)

E che Dio volendo che il ghiaccio si rompesse, provvidenza e non incidente,

Ella si frantumò

 

 

Oggi l’opera si sciupa, è meglio

E meglio ancora, quel buco che vedo lassù,

Così reale!

Ed è tanto l’uccello

Quanto il buco da dove l’uccello è sparito

O è la più bella delle lune

Perché se vi posassi il mio dito la sentirei

Agganciarsi alla pelle

 

Salomè sparisce da giù, continua il curioso Niceforo,

L’acqua gelida la prende tranne la testa

Credete che balli se muove

Le parti basse del suo corpo?

Balla piano non sulla terra, ma dentro l’acqua,

Con le gambe come prima ma sotto lo specchio, specchiera

Che rinfresca ai guardanti la memoria di ciò che ha fatto

Il freddo la stringe al collo, non il freddo di un ferro tenuto da una mano

Quello si fa da solo, la sua testa ferita poi staccata

 

A chi dare

Gambe lisce a chi non ha lacrime in arrivo?

 

Non a lui

Il bambino grosso come un guanciale che nessuno prende

Poiché posa da sé la propria testa

Pesante e contenta

 

Salomè che si perde e il bambino gran sognatore

Il più bel corpo qui è la scala

Vuota rischiara tutto

 

Nulla si slancia se non lui,

Non aspetta nessuno per salire

d’un colpo solo i gradini

Poco gl’importa che una danza sia mortale

Ogni gamba che lo tocca

È viva per forza

 

Il più desiderabile è il più disertato

 

Se fossi qui, li salirei

Tutti i gradini per andare a vedere

E anche posarvi il mio mento

Ciò che vi è nel bel buco d’uccello

Il suo graffio

 

L’aria già raffredda il mio volto,

Voglio guardare fuori!

J’écris parce que je vais disparaître

 

C’était là,

Ma fille assise dans l’escalier, je la regarde entre les barreaux

Ne bouge pas

J’aime continuer

 

L’importance de se regarder

Sans doute

Le visage en veut un autre

 

Les tout petits, ne plus rien dire

 

Ainsi la nuit si j’entends le chat manger enfin,

Lui si maigre, je sais qu’il bouge son menton aux os fins

Il a besoin de manger,  nous oubliant

Pendant que la nourriture craque entre ses dents

Les craquements, si on voulait, on saurait où c’est

Passer entre les barreaux, les frôler

Sans se faire peur

Surtout quand un animal tourne sa tête, hésite,

Puis retourne à son bol où il reste de la solitude

I

CREPUSCULE

Sans  rien  déranger  du  monde

(Le festin d’Hérode, bas-relief de Donatello, XVe)

 

Ses bras sont repliés, il y presse sa joue et son ventre

 

Salomé danse encore, elle passe sous le grand escalier,

Mais l’enfant qui s’y est posé pour dormir

Sur sa joue sans rien déranger du monde

Fait un geste plus vrai

Il dort entre deux marches, s’empêchant de tomber

Trop longtemps il a fallu regarder la danseuse

Avec ses bras lumineux peut-être douloureux

Si bizarrement détachés en puissance de serpents

De vagues fortes poussant le jeune corps

Mais les deux jambes où les voiles s’enroulent

Gardent quelque chose de la mer, ce regret d’avancer

 

Elle courbe sa main dans le marbre, faisant là

Le creux sombre d’un coquillage,

Un seul, aussi sombre que le visage est clair

Et triste comme lui, avec la petite bouche serrée

Creux ouvert pour dire oui

Noir pour dire non

 

Etonnamment mais c’est mieux

Le marbre dans l’œuvre s’est fendu au plus gracieux endroit

Comme subitement

Une eau gelée se met à craquer où elle veut

 

C’est vif, beau qu’importe,

Avec cette force

Le temps nous soulève dans ses mains

Nous serons jetés, mais comment ?

 

Lors de l’hiver qui suivit, Salomé avait-elle les mêmes voiles,

De ses bras les serrait-elle pour s’enfuir ?

 

Lors de sa mort très vilaine comme l’assure Nicéphore Calliste

Imaginant qu’elle rencontra une rivière à passer

Devenue glace continuelle et que pour la passer plus à son aise

Elle y mit le pied (le même que celui qui se tord déjà,

près du marbre ici fendu ?)

Et que Dieu voulant que la glace se fendît, providence et non pas accident,

Elle se fendit

 

 

Aujourd’hui l’œuvre s’abîme, c’est mieux

Et mieux encore, ce trou que j’y vois là-haut,

Si réel !

Et c’est autant l’oiseau

Que le trou par où l’oiseau a disparu

Ou c’est la plus belle des lunes

Parce que si je posais mon doigt je la sentirais

M’accrocher la peau

 

Salomé disparaît par en bas, continue le curieux Nicéphore,

L’eau glacée la prend sauf la tête,

Croyez-vous qu’elle danse si elle bouge

Les parties basses de son corps?

Elle balle doucement, non sur terre, mais dedans l’eau,

Avec ses jambes comme avant mais sous la glace, miroir

Qui rafraîchit aux regardants la mémoire de ce qu’elle a fait

Le froid serre son cou, pas le froid d’un fer qu’une main tiendrait

Cela se fait tout seul, sa tête d’abord blessée puis détachée

 

À qui donner

Des joues lisses à qui les larmes ne viennent pas ?

 

Pas à lui,

Le gros enfant comme un oreiller que personne ne prend

Puisqu’il y pose de lui-même sa propre tête

Lourde et contente

 

Salomé se perdant et l’enfant bien rêveur

C’est l’escalier le plus beau corps ici

Vide il éclaire tout

 

Rien ne s’élance sinon lui,

Il n’attend personne pour monter

D’une seule volée de marches

Peu lui soucie qu’une danse soit mortelle

Toute jambe qui le touche

Est forcément vivante

 

Le plus désirable est le plus déserté

 

Si j’étais là, toutes les marches

Je les monterais pour aller voir

Et même y poser mon menton

Ce qu’il y a dans le beau trou d’oiseau

Son écorchure

 

L’air déjà refroidit mon visage,

Je veux regarder dehors !

Bernard Noël – La scrittura dell’Eros

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07-dicembre-2016-bernard-n

Eros non è il dio che crediamo

Quando Bernard Noël, studioso di Sade e di Bataille ci parla di erotismo, non ne sottolinea soltanto i rituali e le meccaniche, gli effetti che potrebbero provocare in colui e colei che vi si trovano confrontati ma va ben al di là. E va al di là anche del vitalismo incoercibile e degli inevitabili umidori suscitati di solito dall’argomento. Siamo infatti di fronte a un autore che ha lavorato in una moltitudine di generi che si potrebbero riassumere in uno solamente e che sintetizza il suo percorso: la messa in opera del desiderio. Un desiderio che sollecita la totalità dei sensi laddove etica ed estetica si compenetrano alla perfezione. Noël, perennemente inquieto, tallona il soggetto: da anni rovista l’universo della rappresentazione mentale in una guerra infinita contro “la privazione di senso” a cui i media e i politici ci costringono. È colui che propone nuovi modi d’intendere l’erotismo, con tutte le sue zone fuori frontiera, e ce lo presenta attraverso la lastra rovente delle sue percezioni.
Perché l’arte erotica, secondo il pensatore francese risiede non solo nel sesso con le sue esuberanze talvolta benefiche, talvolta infernali, ma anche (e qui sta la novità) nel pensiero e nella lettura. Emblematico l’incipit del saggio breve: “Vivere la lettura come penetrazione…”
A proposito di lettura, apro una parentesi per segnalare a chi non lo avesse mai ascoltato nelle letture pubbliche che l’autore possiede ciò che Roland Barthes chiamava “le grain de la voix” (la grana della voce), ossia una voce totalizzante e coinvolgente, quasi un mantra, capace di “strofinare il suo linguaggio contro quello degli altri” (Barthes) e che cattura l’ascoltatore più disattento, pur senza la temibile ossessione attoriale di voler sedurre.

Ma torniamo all’Eros e ai testi che vi presentiamo: un giorno, l’editore P.O.L propose a Bernard Noël di riunire l’interezza delle sue opere. La prima reazione dello scrittore fu di reticenza a causa del timore di doversi tuffare in oltre mezzo secolo di scrittura e cercare di deciderne un ordine pressoché irreperibile. In un secondo momento pensò a tutti gli scritti di carattere amoroso dispersi in alcuni piccoli volumi di editori diversi e che, una volta riuniti, avrebbero potuto, forse, formare un unico libro. Questo volume di 435 pagine adesso esiste, tra rime e ritmi, tra saggi e monologhi e ha per titolo Les plumes d’Eros. Le acque sono parecchio mosse, ma fra istanti di bruciature contrapposti a quelli di trasparenza si circola in un labirinto di tenero erotismo. «La cosa» dice l’ideatore del concetto di “Sensura” con la S «mi ha anche dato modo di provare – almeno, lo spero – che i generi, altro non sono che semplici variazioni…».

Nota di lettura di Viviane Ciampi

L’enfer, dit-on

L’immagine non è che un’immagine, tuttavia la reazione che suscita assomiglia all’amore. Che cos’è il desiderio? Anch’esso incontra una forma che lo rivela a se stesso rivelandolo contemporaneamente al suo “soggetto”. Vi sono segni in aria, poi il corpo dimentica il richiamo del senso nel suo impeto.

La reciprocità è il mistero. È come un legame oscuro che predeterminerebbe l’incontro. Si direbbe che esista una lingua del corpo il cui mutismo assomiglia a quello delle immagini: esso non articola, contatta. Le attitudini sono metafore, ma di colpo scoprono nell’Altro la loro realtà e vi precipitano. Termina la rappresentazione. Sopraggiunge il tatto.

L’occhio ha fatto transitare dei segni nel corpo, e il corpo, adesso, traduce i loro sensi realizzandoli.

L’occhio, in effetti, è “la rotula”. È il sesso della testa, e grazie a lui si accoppiano l’immagine dell’Altro e la mentalità, come la mentalità e l’immagine del mondo.

Il sesso ha bisogno dell’occhio perché pretende lo sguardo dell’Altro. Ma lo sguardo implica la distanza. Il sesso, quindi, chiama chi lo allontana e fa di lui un segno o un’immagine. Poi la situazione si capovolge, poiché il segno, creando il desiderio, suscita lo slancio che sta per percorrere la distanza e abolirla.

Gli amanti chiudono gli occhi e la loro unione costruisce allora un corpo d’amore, dove circola l’unità. Lo spessore fisico, aprendosi all’Altro, diviene, all’interno, uno spazio analogo a quello dello sguardo ma a rovescio. Lo spazio della fusione, dell’indistinto, dell’indicibile.

Gli amanti mantengono gli occhi aperti, e la distanza rimane presente tra i loro corpi. Questa distanza è, all’esterno, lo spazio dello sguardo nel quale i sessi cercano delle sistemazioni, delle figure, un gioco – tutte cose dicibili poiché le parole, eventualmente, le prolungano o le sistemano.

Le immagini erotiche sono degli sguardi caduti dagli occhi aperti di Eros, ma abitano anche gli occhi chiusi del corpo d’amore.

Corpo d’amore o corpo di Eros, che si amano per l’amore o per il piacere, il loro sesso è la ripresa individuale praticata contro la specie.

Ma la specie rende fittizio ogni atto sessuale che non ha come meta di riprodurla.

Eros non è il dio che crediamo.

Eros è il dio della finzione.

L’enfer, dit-on, Herscher, Paris, 1983 (poi: Lignes, Paris, 2004)

divino fu il triangolo
e ora
in broccato di peli

una lunga storia
lei qui cerca
l’umano passaggio

un grido
poi l’azzurrità d’essere
sulla terra

colei che porta il segno
nuda incede
la superficie la guarda

e lassù
niente
un buco complice
*

l’oscuro lavoro
sfiora la tenera pelle
annerisce la schiena

nessun volto
il tu s’inarca
un muro d’amore

e l’apparato gode
da dietro
il leggio delle spalle

sorregge piegati
tutti gli sguardi
che non scambieremo

dimmi dici tu
ma l’intimità
è come la sirena
*

l’aria si corica
e sul pavimento
muove la notte del tempo

oppure la marea verticale
innalza una campitura di memoria
un appannarsi di lingua

si scorgono membra
e qualche immagine crollata
nel suo stesso riflesso

la bellezza
un sesso sotto le acque
una barba di pietra

due gambe più strette
delle palpebre
della morte
*

una lacrima di vita
l’origine che sgorga
come latte

dall’altro a noi
un solo cordone
l’attesa

ogni erezione
cagiona al cielo
una nidiata di sogni

che il solo sia solo
il sangue che batte in lui
è più denso dell’ombra

nella cripta
ove l’occhio s’addentra
vergine è la notte
*

il fiato degli dei
genera montagne d’aria
nuda è la terra

sotto
come un coltello
o la piega adultera

il lavorio dell’amore
chiazza le bianche alture
e la maschera dei fianchi

copre il cielo
la brama d’ingannare la morte
è il volto

oh il segno
dal più in basso eretto
per gridare no
*

i peli della paura
foggiano una pelliccia
all’abito di legno

il pensiero ha il suo sudore
è lordato
dai succhiotti dei morti

allora voltandosi
cancella
poi secreta il volto

che nulla deve
e io guardo l’avvenire
con denti quieti

la notte scivola dalla pagina
il desiderio
ne fa il suo lenzuolo
*

ogni specchio
è la tomba del cielo
oh nuvole

tante natiche
inutili al desiderio
così che il sesso è franto

dentro la sua stessa immagine
dove va la carne
che s’immagina

moriva un dio
di non essere che quello
e il riflesso

costruito da tutto
il nulla
segreto
*

tutto proviene dal buio
la fertilità è la morte
che cerca un altro giorno

le linee distendono
sulla pagina
balestre notturne

l’intera loro meccanica
punta il dito oscuro
che fa l’amore agli occhi

che cosa sappiamo dei segni
e del loro bianco vapore
ciò che fa vedere

non è più visibile
del didietro
dell’occhio
*

una pietra piana
il congegno delle lacrime
l’ombra delle chiome

si è contato troppo
troppo sferruzzato l’ore
la luce soffusa

il mondo è negli occhi
come il sesso
nel ventre

lo sguardo sgrava
di se stesso
vede

a perdita d’occhio
l’ala
e il presente ch’essa è

divin fut le triangle
et maintenant
broché de poils

une longue histoire
elle cherche ici
l’humain passage

un cri
puis l’azur d’être
sur la terre

celle qui porte le signe
marche nue
la surface la regarde

et là-haut
rien
un trou complice
*

l’obscur travail
touche la tendre peau
le dos noircit

nulle face
le tu se cambre
un mur d’amour

et l’appareil prend son pied
par-derrière
le lutrin des épaules

porte pliés
tous les regards
qu’on n’échangera pas

dis-moi dis-tu
mais l’intimité
est comme la sirène

l’air se couche
et sur le sol
la nuit du temps remue

ou bien la marée verticale
lève un fond de mémoire
une buée de langue

on voit des membres
et quelque image chue
dans son propre reflet

la beauté
un sexe sous les eaux
une barbe de pierre

deux jambes plus serrées
que les paupières
de la mort
*

une larme de vie
l’origine coulant
comme du lait

de l’autre à nous
un seul cordon
l’attente

toute érection
fait au ciel
une portée de songes

que le seul soit seul
le sang qui bat en lui
est plus épais que l’ombre

dans la crypte
où va l’œil
la nuit est vierge
*

l’haleine des dieux
fait des montagnes d’air
la terre est nue

dessous
comme un couteau
ou le pli adultère

le travail de l’amour
tache les hauteurs blanches
et le masque des hanches

couvre le ciel
l’envie de trahir la mort
est le visage

ô le signe
du plus bas dressé
pour crier non
*

les poils de la peur
font une fourrure
à l’habit de planche

la pensée a sa sueur
elle est salie
par les suçons des morts

alors se retournant
elle rature
puis secrète la figure

qui ne doit rien
et je regarde l’avenir
avec des dents tranquilles

la nuit tombe de la page
le désir
en fait son drap
*

chaque miroir
est le tombeau du ciel
ô nuages

tant de croupes
inutiles au désir
que le sexe est rompu

dedans sa propre image
où va la chair
qui s’imagine

un dieu mourait
de n’être que cela
et le reflet

bâtit de tout
le rien
secret
*

tout vient du sombre
la fertilité est la mort
cherchant un autre jour

les lignes tendent
sur la page
des ressorts de nuit

toute leur mécanique
dresse le doigt obscur
qui fait l’amour aux yeux

que savons-nous des signes
et de leur buée blanche
ce qui fait voir

n’est pas plus visible
que le derrière
de l’œil
*

 

une pierre plate
la machine des larmes
l’ombre des chevelures

on a trop compté
trop tricoté les heures
la basse lumière

le monde est dans les yeux
comme le sexe
dans le ventre

le regard accouche
de lui-même
il voit

à perte de vue
l’aile
et le présent qu’elle est
*

La moitié du geste, Ed. Fata Morgana, 1982
La chute des temps, Poésie/Gallimard, Paris, 1993

LE PIUME DI EROS

07-dicembre-2016-copertina-bernard-n

L’erotismo è forse un genere come il fantastico o il poliziesco? Come definire un genere senza provocare nell’immediato incroci e quindi ibridazioni? L’erotismo è tanto più vivo che avvicina individui senza somiglianza proprio come Reverdy consiglia di farlo nell’immagine poetica. Appena ci si occupa di classificazioni, chi volesse, per esempio, iniziare dai blasoni medievali e andare avanti con i poeti libertini ecco che si troverebbe di fronte ai libelli di Marie-Antoinette; libelli pubblicati sottobanco negli anni 1780, che sono di una violenza “erotica” senza precedenti in un secolo peraltro piuttosto libero.

Libero? L’impiego, qui, di questo aggettivo semplicemente adeguato sposta tuttavia l’attenzione verso un campo dove “erotismo” e “libertà” si associano per lottare insieme contro la repressione religiosa e politica: ciò che la morale proibisce non è forse analogo a ciò di cui il potere ci priva? A Praga, durante l’inverno 1990, un dissidente mi mormorò: «Vede, da quando si proibisce la libertà, non rimane che il libertinaggio…» Il politico raggiunge l’erotico – o viceversa – poiché l’erotico è una delle espressioni della rivolta: la più adeguata a desacralizzare tanto lo scettro del re quanto la vagina di nostra santa madre Chiesa. Quando la rivoluzione borghese laicizza la società, continua a proibire “l’oltraggio alla buona creanza”, ma nel contempo lavora a privarlo della sua capacità di protesta riducendolo allo stato di merce boccaccesca. Questo viene snocciolato in galanterie o goliardate d’ogni specie attraverso le immagini, gli spettacoli, la stampa, fino alle case cosiddette di tolleranza. Il boccaccesco è l’antidoto dell’erotismo: ha un effetto paragonabile a quello del vaccino che trasforma il virus in protettore della salute. Soprattutto permette al parassita soddisfatto di creare una complicità ripugnante nella quale s’invischia l’avversario. La dominazione del mondo e il potere durevole sono promessi al borghese poiché lui ha capito che svuotare le cose del loro senso è meglio che imporne il rispetto attraverso la forza, tanto più che le cose vuote sono le più vendibili.

*

La letteratura erotica – supponendo che non abbia come unico campo le finte partouze e gli specchi masturbatori – trae forse la sua necessità (Come indugiare su libri ai quali, sensibilmente, l’autore non è stato costretto?) dal fatto che è impossibile scrivere senza far nascere delle figure (nel duplice senso di volto e di tragitto spaziale) dove sempre appare e si sottrae un sé altro da sé.

Il motivo d’inseguire questo “altro” non ignora che l’inseguimento è illusorio e neppure che la pratica senza illusione dell’illusione è una cerimonia sacrificale dove accade che il coltello mentale abbia effetti reali.

La suddetta cerimonia ha come durata il percorso della scrittura e come stazioni le varie fasi della recita che gli fungono da velo. L’autore può sognare il lettore che sappia intravedere nelle pieghe aeree il volto impalpabile ch’egli stesso non vede, ma ha saputo intravederlo altrove? L’impronta desiderata forse non smette d’apparire: è a causa di una rivalità insolubile tra il corpo sessuale, dotato di una visibilità naturale, e il corpo culturale, anch’esso votato in modo del tutto naturale all’invisibilità. Ciò che sul nostro volto procede in modo inverso di ciò che chiamiamo uno schermo o una pagina, superfici sulle quali l’espressione s’iscrive all’esterno allorché nulla appare sul volto tranne i brividi interni arrivati dal di sotto e trattenuti laggiù come tante ombre in fondo agli occhi. Eros non è il dio del sesso, è il dio di quelle ombre ed è a vantaggio loro ch’egli ne distoglie l’effimero appetito, affinché ne facciano l’energia dell’amore e lo spirito del desiderio.

*

Vivere la lettura come una penetrazione, ecco che cambierebbe la sua pratica e il suo insegnamento. Immaginate un’arte di leggere come equivalente dell’arte di amare, ponendo ovviamente l’accento sull’atto e non sul soggetto. Appena si è attenti alle proprie percezioni, si constata quanto siano accolte miseramente in noi allorché sentire, poi osservarle, poi svilupparle, coglierne le sfumature ne allarga la dimensione interna e favorisce la coscienza dello spazio dell’interiorità.

La qualità dello sguardo s’intensifica allo stesso modo quando si abita l’intero suo volume scorgendovi una circolazione dove si materializza uno sfioramento visuale. Lo sguardo del lettore agisce in modo comparabile quando cattura sulla pagina ciò che trasferisce nella testa dopo averlo istantaneamente veicolato attraverso il suo volume. Questo va detto per sottolineare il luogo, impercettibile o quasi, dell’atto visuale nella lettura: un atto divenuto così banale che questa banalità ci priva della sua percezione.

Tutto si qualifica in noi con il suo prolungamento, altrimenti saremmo visitati soltanto da sensazioni tanto rapide quanto effimere. La sensazione si consuma subito nel suo stesso ardere mentre la percezione segue un tragitto che sollecita la coscienza e si costruisce con essa al punto di segnare lo spazio interiore, di vivificarne la presenza e anche di rianimarla. Quando attinge quel punto, la percezione è già incanalata nel linguaggio che lo articola e presto ne fa la sua materia intima.

I componenti dell’atto di leggere ci sono sottratti forse per il loro effetto, vale a dire, con molta semplicità, l’assimilazione del testo e l’attività mentale così innescata. Questa assimilazione richiede d’altronde tutta l’attenzione ed è, oltretutto, la finalità della lettura, la quale dimentica in modo del tutto naturale in se stessa che la cattura del testo è una attività fisica.

Dobbiamo scomporre le nostre abitudini per percepire ciò che il loro esercizio spontaneo ci nasconde. Una certa intensità si ottiene soltanto a questa condizione ma la nostra propensione va nell’altro senso e ci spinge al minimo sforzo. Se le cose andassero in altro modo, i media non sarebbero riusciti a generalizzare la passività, e non di meno la nostra pseudodemocrazia potrebbe continuare a sviluppare misure antisociali contando sulla sottomissione.

Perché la facilità piuttosto che la scelta dello sforzo d’attenzione che farà decuplicare il piacere, quello dell’amore, come peraltro quello del pensiero. Vi è, del resto, tra questi due piaceri, una confluenza la cui espressione è l’erotismo. E non è significativo che lo sviluppo di questa esperienza interiore aumenti la nostra resistenza ai tanti sviamenti, falsificazioni e occupazione del nostro spazio mentale? L’erotismo come allenamento alla resistenza politica: questo fatto risale ai Libertini, i quali probabilmente non ne furono gli inventori…

Da Les plumes d’Éros, P.O.L, 2010

POESIE PER GIÙ

07-dicembre-2016-fiore-lino

foto di Lino Cannizzaro

tempo di mistero a fior di pelle
nella risata degli incavi
gli occhi dardeggiano un messaggio
sotto un ruscello di chiome
la lingua lecca la piega
a colpetti di brevi parole
poi spinge la porta dei denti
poi rotola nella bocca nuda
tra le gambe del silenzio
irsuta un’ala si dispiega
amore del batuffolo e delle labbra
nella rude ressa di un rantolo
ovunque i peli della luce
e il sopra scaglia il sotto
un rombo di cuore dove strugge l’orecchio
oh la vita la vita che s’erige
nel cavo da lei scavato
*

agonia dolce profumo dei corpi
dall’aroma della loro dismisura
nasce nel centro uno scroscio
sotto l’abbrivio di lacrime scroscianti
che dire della cosa nuda
tra le natiche che ondeggiano
la testa là sotto scagliata
allunga una lingua verso il cielo
a sudore saliva è mischiata
per giocare a bocca vellutata
tutto il viso allora si rischiara
del colpo di scopa del batuffolo
che lo rimanda alla sua crudezza
la vita può crocefiggere il tempo
sul golgota di Venere
*

sull’orlo dell’attesa
l’Io affina il suo tocco
un dito giace in mezzo al pianto
un altro che stuzzica la corona
e il suo vicino tutt’un andirivieni
il Tu è la terra piccola
dove il verbo si rifà carne
basta che a lingua dispiegata
sia compulsato il gran mistero
ciò che palpita in fondo alla piega
è il sudore dell’infinito
*

piovono farfalle di lingua
sul bordo di chi piange miseria
oh pura pioggia dalla punta piantata
mentre la pelle si rimesta
il bel paese diventa febbrile
mani che precipitano da ogni parte
e le labbra si moltiplicano
il Tu rintana la sua apertura
in mezzo al boschetto ardente
qui il fuoco è una crema
che imburra anche il pensiero
tutta la carne è burrificata
a bocca che reclama ancor di più
*

labbra a labbra due sorrisi sorgono
l’uno con piega verticale
l’altro sopra posato a croce
il bottone che li assembla
accende una corrente corporea
se qualcheduno vuol essere inchiodato
vuol dire che ha del canto nella carne

temps de mystère à fleur de peau
dans le fou rire des aisselles
les yeux font reluire un message
sous un ruisseau de chevelure
la langue lèche la pliure
à petits coups de mots muets
puis pousse la porte des dents
puis roule dans la bouche nue
parmi des jambes de silence
une aile velue se déplie
amour de la touffe et des lèvres
dans la rude ruée d’un râle
partout les poils de la lumière
et le dessus dessous jeté
un bruit de cœur où fond l’oreille
ô la vie la vie qui se dresse
dans le creux par elle creusé
*

agonie doux parfum des corps
au fumet de leur démesure
il naît dans le centre une averse
sous l’élan des larmes versées
que dire de la chose nue
parmi les fesses qui remuent
la tête jetée là-dessous
tire une langue vers le ciel
à sueur salive est mêlée
pour jouer à bouche velue
tout le visage alors s’éclaire
du coup de balai de la touffe
qui le rend à sa crudité
la vie peut crucifier le temps
sur le golgotha de Vénus
*

sur la bordure de l’attente
le Je affine son toucher
un doigt couché parmi les pleurs
un autre agaçant le pourtour
et son voisin tout va et vient
le Tu est la terre petite
où le verbe se refait chair
il suffit qu’à langue tirée
soit compulsé le grand mystère
ce qui palpite au fond du pli
est la sueur de l’infini
*

il pleut des papillons de langue
sur le bord du pleure-misère
ô pure pluie plantée du bout
tandis que la peau se démène
le beau pays devient fébrile
des mains dévalent de partout
et les lèvres se multiplient
le Tu terre son ouverture
au milieu du buisson ardent
ici le feu est une crème
qui beurre même la pensée
toute la chair est barattée
à bouche toujours qui veut plus
*

lèvre à lèvre il vient deux sourires
l’un qui fait un pli vertical
l’autre dessus posé en croix
le bouton qui les tient ensemble
allume un courant corporel
si quelqu’un veut être cloué
c’est qu’il a du chant dans la chair
*

Da Poèmes pour en bas, con illustrazioni di Scanreigh, Montchevrel, 1998 e Les plumes d’Eros, P.O.L, 2010

Traduzioni di Viviane Ciampi
Bernard Noël

Saggista, critico d’arte e poeta, nato nel 1930, vive a Mauregny nel nord della Francia. Intellettuale a tutto tondo che ha segnato e segna in maniera incisiva la vita culturale francese, ha esordito nel 1958 e ha scritto oltre sessanta opere (poesia, saggistica, narrativa, teatro). Ha diretto coraggiose collane di poesia (Flammarion, Fata Morgana).

Già pubblicato su www.filidaquilone.it

Lucetta Frisa – NELL’INTIMO DEL MONDO – Antologia poetica

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“Essere soli è essere nell’intimo del mondo” con questo incipit di Antonio Ramos Rosa inizia l’antologia poetica di Lucetta Frisa che riunisce testi di oltre quarant’anni di scrittura, dal 1970 al 2015. Non rappresentano la sua opera omnia ma si tratta tuttavia di un florilegio, di un profondo avvicinamento al percorso di una poetessa che non ha smesso un istante della sua vita di perseguire e essere perseguita dalla poesia. Poesia che già dall’inizio si è nutrita, visceralmente,  di altre forme d’arte: il teatro, l’arte pittorica, la scultura, la musica. Ed è l’elaborazione di tutta questa passione artistica, che una volta passata al setaccio diventerà qualcosa di esistenziale, di vibrante come una corda tesa: “Le cose si avvicinano / nella confidenza sonora”  oppure “[…] Siamo in un quadro di Fragonard? solo le immagini ci fanno ballare” (da L’Emozione dell’aria, CFR, 2012). Ma la cosa che salta agli occhi aprendo le pagine dei primi libri di Lucetta Frisa fino ad arrivare alla struggente poesia inedita del 2015 dal titolo Perseide che chiude Nell’intimo del mondo, è la sua propensione alla bellezza: descrizioni di dettagli ingranditi nella siderazione, con l’energia di una visione follemente accentuata e tale da far tremare il mondo esterno: “Ma io per centro chiedo / una radice, punto solare con braccia / senza tempo, infinite e finite e splenderanno / tutte le cose insieme in cerchi e cerchi / di continui universi, dove vivo da sempre / senza saperlo” (I miti, le leggende Rebellato, Padova,1970), e ancora “Sarei forse capace di raccontare / la bellezza del cielo notturno / nominando le stelle ad una ad una? / Di queste non risposte è fatto silenzio” (Perseidi). Ad una strana esperienza d’essere e non essere, c’invita questa poeta che scrive quasi in stato di dormiveglia“ specie quando soffia lo scirocco e quando lo spleen ricopre tutto come una pasta grigia” (intervista alla rivista Souffles). Sono poesie sovversive e ribelli che partono sempre da fatti reali: “lavo i piatti ed eccomi viva in una vanitas / non mi si vede mai dopo la tavola / sparecchiata mentre cancello con detersivo / e acqua corrente l’unto che mi si secca” (Se fossimo immortali Joker, Novi Ligure 2006) per condurci in sentieri molto più metafisici – malgré elle – quasi senza accorgersene “adieu piccole cose marce affollate a morire / nello tsunami della mia cucina ma io non ci sarò / nei quadri della vanitas che non hanno suono né odore.” Perché Frisa vuole di più. Vuole la luna, per dirla come Albert Camus nel suo Caligola. Per rendere il mondo più sopportabile, vuol danzare nelle stelle, vuol passare tra cielo e terra, senza peso, senza età, come una freccia o un segno, come promessa alla grande migrazione dell’aria. Icaro ha troppo sfidato l’azzurro. E lei è un corpo senz’ali in certi giorni. Questo non va, anche quando il passo è denso. Non vuole lo spazio razionato perché ha l’impressione di avvertire il cielo dietro le spalle. Non manca neppure l’ironia nei suoi versi che è anche un modo “per espellere la disperazione”. Non ha  – forse – la poesia, l’arte di disarmare la tristezza? Non c’è di che ridere non c’è di che piangere, forse rimane solo da fare esorcismi, per cancellare, per dimenticare, per imparare la bontà del silenzio. Lei, la sciamana, lo sa bene. Ha intrappolato tutti i sospiri d’Orfeo sotto la gonna. Ogni mattina, al risveglio ha “il compito di rifare il mondo”. E ci riesce con la forza della parola. Ha imparato a danzare nel fuoco come fanno i folli. A vestirsi con l’arma dell’impotenza con una certa disinvolta allure mentale, per dirla come Bernard Noël (da lei tradotto). Questa allure è quella della grazia, di chi cammina sulle punte pur col rasoio in tasca pronta a difendersi, quella nella fede imperitura nel potere della parola che rimarrà ben più a lungo del tempo che ci è concesso. “Parlerò solo alle stelle. / Sono pazza forse ma proseguo il discorso / che facevo da bambina / parlando senza parole / non sapendo parlare.” Delirando sperimenta l’ebbrezza dell’altopiano. O meglio: tenta un approccio dell’Altro Piano attraverso il dialogo con le stelle (quasi pascolianamente. Ma di un Pascoli rivisitato da Zanzotto; da un Zanzotto rivisitato da Frisa). Qui vengono in mente alcuni versi del Ligure Enrico Testa tratti da In controtempo”: “Per cercare Lucetta / che era fuggita  sull’altopiano / ci siamo perduti tutti e tre”. Chi vorrà perdersi tra le pagine di questo libro riassuntivo, vedrà le sue maschere cadere ad una ad una, entrerà nel vulcanico tempo musicale, nel fluido di un verbo di vertigine e carezza. Potrebbe obbiettare il lettore saggio che nel delirio non vi è salvezza.  Vero. Ma fuori dal delirio neppure.

Nota di lettura Viviane Ciampi

Nell’intimo del mondo,  puntoacapo Editrice, 2016

Marco Ercolani – DESTINI MINORI

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In DESTINI MINORI Marco Ercolani (poeta e scrittore) una volta ancora racconta vite vissute, ma ci tiene ad avvertire il lettore nella quarta di copertina: “Vite di cui posso narrare solo nell’estrema brevitas. I nomi sono immaginari ma le storie, antiche e contemporanee, stravaganti e inattuali, sono vere, ritrovate in episodi di cronaca e in ricordi personali, suggerite da destini di artisti e di folli”. Va detto che l’autore è anche psichiatra e da molti anni analizza le correlazioni tra arte e follia. Nel libro, ogni racconto inizia con un nome e cognome di persone le cui storie si conficcano come proiettili micidiali al cuore stesso della complessità dell’essere e del pensare di ogni umano. E tutto ciò trasferito energicamente – per non dire vitalmente – sulla pagina, producendo un ritmo che si fa strada nella tensione esacerbata, tra fuoco e soffio, tra verità e fulmine. Immergendoci nella vita dei protagonisti viene alla memoria un detto del filosofo Edgar Morin: “Siamo condannati a un pensiero incerto, a un pensiero intessuto di buchi”. E qui, di buchi grandiosi della mente si tratta, che forse mai si rimargineranno. Il narratore intreccia le storie dei suoi “amati matti” affacciati sull’abisso e ci fa condividere il loro reale frantumato, la virtù dei loro capogiri fino a farli diventare parte del nostro paesaggio abituale intessuto di macroscopiche stelle dolenti. Avanti nella lettura ci diventano familiari anche i pittori dell’assurdo: Else Winkler, Erik Nolte, il “performer” Arthur Schwiren…) E poi chi non ha mai sognato almeno una volta di tentare  la più incredibile delle illusioni, ossia quella di dipingere un cielo vero al posto di una misera tela, come capita a Oskar Walter? Chi non vorrebbe per un attimo immedesimarsi nel gesto del postino di Melbourne nel racconto “Mary Wilson”? O nel mondo visto di schiena col binocolo rovesciato da parte di Benedicta Juarez? Ercolani riunisce in questo libro più di settanta racconti brevi – alcuni brevissimi, quasi capsule – i quali pur nella loro indipendenza fanno da eco l’uno all’altro e declinano le loro variazioni, i loro piccoli o grandi enigmi solidamente strutturati, nella luce melanconica di un solo e unico destino. Da notare in copertina le trois têtes di Alberto Giacometti, anch’egli artista ossessionale per eccellenza, copertina astutamente scelta dal narratore per “disingabbiare” questi Destini minori. I racconti sono favolosi (nel senso etimologico di fabula): permettono a tutti i personaggi di trasformarsi e di conseguenza trasformarci, di diventare un frammento vivente del dolore, dell’angoscia, del piacere, dell’assenza e talvolta mettono in luce le faticose relazioni tra individui. Marco Ercolani li fa muovere, li sorveglia senza posa nel periplo delle ferite, con amore, con empatia. Come se cercasse in essi l’impercettibile movimento di labbra che nessuna voce accompagna.

Nota di lettura Viviane Ciampi

Destini minori, Il Canneto editore, Genova 2016

Annamaria Ferramosca – TRITTICI

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Annamaria Ferramosca, di origine salentina, vive e lavora a Roma. Fa parte della redazione del portale poesia2punto0, dove è ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa. Collabora con note critiche ed è ospite di numerosi siti web di settore. Vincitrice del Premio guido Gozzano e finalista ai Premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano, è inclusa in numerose antologie di poesia italiana contemporanea.
Ha pubblicato in poesia: “Trittici – Il segno e la parola”( DotcomPress, Milano 2016) “Ciclica”( La Vita Felice, Milano 2014);”Other Signs, Other Circles– Selected Poems 1990-2009”( Chelsea Editions, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, New York 2009); “Curve di livello”( Marsilio, Venezia 2006),; “PasoDoble”( Empiria 2006); “La Poesia Anima Mundi”, monografia con silloge “Canti della Prossimità”( puntoacapo, Novi Ligure 2011); “Porte/Doors”( Edizioni del Leone, Spinea-Venezia 2002); “Il versante vero”( Fermenti, Roma 1999). Ha curato la versione poetica italiana del libro del poeta rumeno Gheorghe Vidican “3D- Poesie 2003-2013” (CFR, 2015). Quella di A.F. è voce inclusa e registrata nell’Archivio della voce dei Poeti, per Multimedia, Firenze. Suoi testi sono stati tradotti, oltre che in inglese, in francese, tedesco, greco, albanese, russo, rumeno. Il suo sito: www.annamariaferramosca.it

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Introduzione di Maria Teresa Ciammaruconi

 

A volte, all’improvviso, sulla linea pura dell’orizzonte si aprono fenditure. Il poeta si avvicina: il respiro si allarga, le palpebre si stringono nella percezione di un precipizio ancora inesplorato. È un viaggio senza garanzie. Biglietto di sola andata. Al ritorno, se ciò avverrà, si sarà diventati altro. Annamaria Ferramosca, ciclicamente, riparte. Lei lo capisce quando il tempo dell’attesa è compiuto, il tempo che è stato necessario per ricomporre le novità dell’ultima faticosa conquista in un sistema di senso sottilmente rinnovato, intimamente arricchito. Nulla di codificato o determinato dalle mode letterarie. Annamaria  sa che la sofferenza dell’impresa si giustifica solo se la vita è in pericolo. Allora il suo viaggio ricomincia, lì dove il focus della visione si appanna ed è necessario cercare nuovi punti di osservazione. Le approssimazioni si susseguono nell’ipotesi di quel punto dove la solitudine della ricerca si coniuga miracolosamente con l’incontro. Non è stato facile, nella babele delle immagini che rende la nostra cultura un folle labirinto, non è stato facile distinguere il richiamo di quell’opera d’arte figurativa- quel segno, quindi – che, pur profondamente compiuto, ancora offra spazio a nuove relazioni. Annamaria Ferramosca si accende alla suggestione di figure antiche e nuove per dialogare con esse, attraverso di esse. Un gioco già giocato, si può osservare. Certamente è lunga la tradizione della scrittura legata all’opera figurativa e viceversa. Ma è appunto questa la sfida: esporre il proprio io al contagio di un altro io perché scaturisca un noi senza precedenti, una pluralità umana solo transitoriamente oggettivata nella figura creata dagli artisti. Nella cornice i volti attraversano il tempo, indifferenti. La loro vita è legata allo sguardo di chi passando si lascia catturare. I rapporti falliscono … perché abbiamo smesso di immaginare dice James Hillman (in La forza del carattere). E Annamaria non smette di immaginare, rilancia sulla relazione e fa rivivere il segreto dei volti dipinti, lo coglie nella vibrazione silenziosa che si propaga da quei corpi e precipita nella sua esperienza di donna e di artista. I percorsi si sovrappongono, si confondono. L’arbitrio regna sovrano. Ma non c’è ricostruzione biografica o filologica che possa creare quella verità di cui solo la parola poetica si fa portatrice. Con Trittici l’incontro tra le due arti genera un terzo vertice, una tridimensionalità nata necessaria da quel bisogno di circolarità, contiguità tra le forme del dire, del fare, dell’essere. La ricerca delle co-incidenze, tanto cara ad Annamaria, la natura visionaria dell’impasto verbo visivo  si esprimono nel dono e nel rischio di quel testo poetico che espande le primitive istanze in una dimensione imprevista. Il terzo vertice è saldo appoggio a un nuovo possibile piano mitopoietico. Le donne di Cristina Bove, Antonio Laglia, Amedeo Modigliani, gli autoritratti di Frida Kahlo sopravvivono al loro autore. L’intenzionalità dell’artista è quasi sempre ipotesi remota, ma la loro vitalità si riaccende nelle storie di nuove donne, nuovi esseri umani che con loro si relazionano in un rapporto di complicità quasi animale, come fa Annamaria Ferramosca. Il tradimento è rivelazione. La dislocazione è rischio necessario per non appassire sui territori friabili che la critica di mestiere o la poesia d’occasione hanno già troppo a lungo dissodato. Le donne in cornice, per bocca di Annamaria parlano e raccontano ciò che le donne reali forse non hanno detto mai: pudore, vergogna, desideri, rassegnazione, forse solo per impossibilità di dire, o incapacità di capire. O forse sono solo fantasie, vere anche se irreali, come sono veri i romanzi che danno un nome alle cose della vita. E poi nulla è più come prima. È un biglietto di sola andata.

 

La parola alla luce – Mostra fotografica nell’ambito del Festival Internazionale di Poesia di Genova 2016 – Atrio Palazzo Ducale

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a cura dell’Associazione Fotografica Acf Francesco Leoni

La parola alla luce – Laddove Poesia e Fotografia danzano insieme

Talvolta accade che arti diverse tra loro  – e perciò autonome – come Fotografia e Poesia, prendano un sentiero comune per entrare in un dialogo fitto e prolifico. Da questi incontri possono nascere libri d’artisti rari e preziosi o mostre come quella dei fotografi raggruppati attorno al noto studio Francesco Leoni, artista che fu per molti anni il fotografo di punta di Genova ma la cui arte arrivò ben al di là dei confini della nostra città. Pur se arti indipendenti – come già detto poc’anzi – questi due linguaggi lavorano sulla precisione, la composizione  e l’interpretazione delle immagini. Ogni fotografo ha scelto le poesie inserite nella grande antologia dei vent’anni del Festival di Poesia di Genova dal titolo Venti di Poesia (Ed. Liberodiscrivere, Genova 2015), “adottando” la poesia di un poeta approdato al festival e reinterpretandola nel linguaggio della fotografia.

Felice l’accrochage, con la scelta delle poesie rigorosamente in nero su bianco come se la parola uscisse da uno scrigno, e azzeccato il luogo della mostra sita nell’atrio del Palazzo Ducale, nel cuore pulsante della Genova culturale, come a dare il benvenuto agli spettatori del Festival di Poesia, il più longevo d’Italia.

*

Il fotografo Carlo Accerboni ha scelto Il paradiso è brutto dell’amato poeta Tonino Guerra entrando con grande empatia nel mondo animale, di animali sofferenti (cani con protesi, gatti ammaccati) e mostrando inaspettatamente le sagome di giraffe – spesso relegate al divertimento umano negli zoo – dipinte sui muri del museo di Storia Naturale di Genova come potessero proteggerli tutti.

Ma irrompe anche il volto di Marylin stampata su un sacchetto della spesa, ex brutto anatroccolo, splendente e con la sua maschera dell’eterno sorriso che emerge dal rivolo del tempo e della narrazione.

Sul tema della poesia Van Gogh si è liberato dal suo orecchio di Eduard Harents, Accerboni si addentra in una composizione de l’homme à l’oreille coupée incorporando temi cari al pittore come se potessero entrare interamente nello sguardo.

*

Alfredo Caridi ha “adottato” la poesia La donna dalle lacrime dolci di Claudio Pozzani dove rivela un ritratto di donna alquanto tormentata, con espressione di rara sensibilità, fragile e smarrita davanti ad uno specchio opaco di vapore. Ed è come se i pensieri sorgessero tutti insieme dal fondo della fotografia.

Infine non è passato inosservato il quasi nudo di schiena di una donna non più giovanissima con collier di perle trasparenti  in cui ogni perla rappresenta – o potrebbe rappresentare – una lacrima.

Di ottimo impatto anche le foto in dialogo con la poesia di Simon Armitage Il mio pezzo forte che stupisce e  ripercorre i punti salienti della sua vita e lotta contro qualsiasi tentativo suicidario.

Nel terzo lavoro il fotografo si mette a tu per tu con la poesia di Claudio Pozzani  Vengo a portarti una poesia di Neruda e col poeta galoppa in immagini al cuore stesso della poesia.

*

Lino Cannizzaro si è immerso nella poesia Le linee di Raoul Montanari esplorandone le infinite geometrie, linee immaginarie che tracciamo coi nostri passi, con le nostre vite – si passa anche sotto il frastuono di un fonoassorbente autostradale – accendendo a sorpresa il rigoroso bianco e nero con una sottile lingua di fuoco, una sorte di precipitato di luce che traversa l’umanità.

Infine ha sviscerato A volte penso del grande poeta colombiano Alvaro Mutis sull’inutilità della parola e dell’umane passioni degli uomini crudeli e avidi di potere che portano sciagure, ma accenna anche all’importanza del silenzio che – in fondo – è già linguaggio.

*

Marina Padrenostro, in atmosfere cupe da film di Hitchcock interpreta la poesia disperata e ironica del Portoricano Pedro Pietri Salve, Benvenuti al telefono amico psichiatrico che incarna così bene le fragilità psicologiche degli umani e tutto ruota attorno al telefono – quei bei telefoni d’una volta dove s’infilavano le dita nei buchi e ti davano il tempo di pensare – come unico protagonista. Nessuno può dire se le mani che s’indovinano tremanti, avranno il coraggio di comporre quel numero della salvezza.

Punta poi la luce sulla poesia performativa e umanitaria del poeta-rapper Frankie Hi – Ngr, nella sua poesia ritmata e cantata Elefante. Qui, le fotografie di Marina hanno colto i segnali di un’umanità in crisi.

Sceglie anche Pietà per la nazione di Ferlinghetti uno degli ultimi poeti della Beat Generation, e ci dona tre foto di strada con l’ umanità ordinaria sorpresa nella sua “tigna” di vivere.

*

Carolina Cuneo è avvinta da La pietra della follia di Fernando Arrabal, che sconvolse una serata del Ducale allora chiamata “Genovantanove” al Festival. Qui propone la follia di chi cammina sull’orlo dell’abisso tra siringhe e lavandini sporchi.

Poi s’impregna dei versi della raffinata Jolanda Insana (“spacca la melagrana” recita l’incipit) e della melagrana che riesce a “schiacciare e succhiare la frescura rubina” con foto di grande impatto realistico e di seducente ambiguità concettuale. I grani della vita, dell’intera vita, sono così esposti lì, belli e tremendi come il sangue che schizza ogni giorno per mano spietata sul corpo delle donne ma anche come rossi rubini d’umanità.

Infine si addentra nell’omaggio a Genova – dedicata a Giorgio Caproni – di Donatella Bisutti e propone una Genova “città poetica” e meditativa qui trasfigurata, “alta severa tutta scale”, che tanto ci fa pensare alle antiche illustrazioni della Torre di Babele, il che si addice a una Donatella Bisutti, non solo poeta ma anche traduttrice.

*

Antonio di Pace si lascia pervadere dalla poesia La strada di Roberto Mussapi e la interpreta come rotta, come teatro di tutte le combinazioni, con Eros e Thanatos che giocano a scacchi. Il fotografo ha davanti a sé una strada immaginata con ombre che s’aggirano, come “ingoiatrice” di morti e esseri vaganti in procinto di esserlo, e la “consustanzialità con gli affogati”. I suoi scatti parlano soprattutto del resto di ciò che non si può raccontare, o meglio, di quello che – come dice Mussapi – sarebbe lungo da raccontare.

Come altro tema, quasi un innesto del primo, inserisce EXIT di Mauro Macario e si cala perfettamente nello spirito di questo poeta anarchico e “intranquillo” esegeta di Leo Ferré e sogna una società a misura d’uomo, dove la vita ti accolga con dolcezza e ostinazione.

L’ultima poesia analizzata da di Pace: Dio è artificiale di John Giorno, poeta scomodo della Beat Generation e qui la realtà è frantumata come in un caleidoscopio con riferimenti all’indomani delle stragi e al Dio Absconditus.

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Tina Fiorenza indaga la poesia di Claudio Pozzani (più volte  citato in questa mostra) La donna dalle lacrime dolci, convocando i toni delicati, ali di farfalla, evitando scossoni, provocazioni. Decide di vincere la pesantezza, gli inverni definitivi. I sentimenti più delicati sono visti attraverso una inebriante fuliggine. Ogni tono smorzato. L’emozione è insieme temporale e spaziale e le cose, seppur minime sono portate da un flusso che passa attraverso i gesti, le mani, le labbra.

La sua scelta va anche  nella direzione del poeta Joy Harjo e della sua Città di fuoco, e la “traduce” nella sua pelle di città godereccia e tormentata, lontana dalla saggezza e dalla pace delle cose, tra lussuria e magie d’amore in un teatro di idoli effimeri e fantasmi smarriti dietro le tende di stanze anonime.

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Dania Marchesi esplora La pietra della follia, dell’estroso e irriverente Fernando Arrabal, il poeta-drammaturgo di Melilla,  inventore del Teatro Panico. Il suo è un  mondo sarcastico di “organi in movimento” dove i corpi non si animano, si anemizzano disseminando i loro pezzi appena retti da un elastico. Avevano camminato, sonnambuli sull’orlo dell’abisso sperando che qualcuno li avrebbe aiutati a non farsi ingoiare.

Dania s’immerge anche nel mondo del poeta statunitense Andrew Zawacki con la poesia Corona e con le sue inquietanti bambole spaventate o livide  esplora tutte le sfaccettature dell’io.

Non senza ironia, ci prepara all’ascolto e alla visione de la Filastrocca dei librai scatenati di Bruno Tognolini, dove il libro – anche quello della narrazione dei miti – viene sdrammatizzato, stuprato, messo in scena perché il libro è/dovrebbe essere fruibile per tutti,  in qualunque situazione. In ciascuno di noi esiste un libro sperando che non sia – in futuro – un proibito frutto della conoscenza.

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Emanuela Maura entra in empatia con i versi della poetessa siriana rifugiatasi in Francia dopo mille peripezie: Maram al-Masri. Ma i versi che dialogano con le fotografie appartengono al primo periodo di Maram: quando quest’ultima scriveva poesie d’amore erotico nella spensieratezza (da quando il suo paese è entrato in guerra ha scelto poesie di stampo militante). “Lo voglio caldo e profondo” recita l’incipit della bella siriana ed è già tutto un programma. La fotografa interpreta cotanto erotismo con formati di piccole dimensioni da guardare quasi dal buco della serratura (cromatismi sapienti, dal giallo all’ocra). Semplici mormorii di corpi dove il fuoco delle movenze si mette in gioco. Tripudio, poi, scorrendo con lo sguardo verso il rettangolini, più alti. L’aria del Ducale si surriscalda. Colui che passa (le Regardeur) si avvicina. Aggiusta gli occhiali ed è festa per gli occhi.

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Paola Leoni mette in luce le Cicatrici ispirandosi ai versi quasi infantili ma per niente innocenti di Vivian Lamarque e si lascia abitare da questa – in apparenza – minuta poesia attraverso scatti che organizzano il pessimismo con un sorriso e lasciano apparire le strisce bianche dell’inquietudine. Perché il timore della nostra finitudine è anche fatta di queste piccole cuciture, di queste fastidiose slabbrature. Il tempo segna la nostra somiglianza. E lo sa Paola, che in pochi fotogrammi ritrova i corpi negli stessi mormorii imploranti dei corpi.

In un secondo momento, La fotografa si è lasciata sedurre dalla metafisica dei treni in Questa fermata è l’ultima di Grazia Apisa Gloria e ci fa sognare con questi treni “flou”, poiché opaca è la nostra vera destinazione. Treni che si tuffano nell’ignoto passando da squallide stazioni di provincia con il loro delirio ferroviario, sospinti da una forza misteriosa e si nutrono dell’ angoscia, del mal di vivere, dell’apprensione, dell’attesa di qualcuno o della trepidazione del viaggiatore nel nulla. Ma il paesaggio che sfila negli occhi di una viaggiatrice trasognata contiene l’attimo.

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Bianca Pirisino si è soffermata sulla poesia di P.J. Harwey Where it begin lasciata in lingua inglese, facendo un tuffo nel vuoto delle grandi città e le sue fotografie sono come scenografie “teatranti” nel senso più alto del termine, dove tutto si compone si ricompone si dissolve e lo sguardo vede quel che c’è da vedere, ossia quel che germina, che pullula e prolifera. Qui è adesso. Dove tutto comincia e può finire.

Infine, la fotografa rende un doveroso omaggio allo sfortunato Livornese Piero Ciampi (1934/ 1980), uno dei pochi cantautori che si possono fregiare del titolo di poeta della canzone. Il vino, è la canzone-poesia scelta da Bianca, di stampo baudelairiano, prendendo il punto di vista dell’io narrante con i suoi sofferti annebbiamenti  e visionarie intuizioni.

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Rossella Sommariva analizza Madre Terra poesia di Mend Ooyo e ci porta il sentimento del luogo con scatti che mettono in scena i disastri infiniti compiuti dalla mano dell’uomo. Asettica aria asciutta su campi ingialliti, frigoriferi abbandonati e cumuli di spazzatura perché non c’è un occhio al centro della Terra per rimproverarci. Ma tutto muore del nostro stare immobili. Eppure un mondo migliore è possibile, deve essere possibile, pare dirci.

La Sommariva  si prende cura anche della poesia di Vincenzo Costantino Le case che insegna a tenerci strette le nostre belle malinconie come fossero silenziose entità che albergano nelle stanze, quella malinconia non ben definita – la saudade, per dirla come i Portoghesi –  la  compagna superstite dei nostri dormiveglia, talvolta foriera di processi pre-creativi se abbinata all’otium.

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 Tutti i fotografi del gruppo Foto Studio Leoni hanno avuto quel grande appetito di scoprire con occhi “lavati”, con occhi da poeta la parola da cui sono stati intrisi e hanno toccato la polisemia  del verso, prima, lasciandosi andare al piacere dei tentativi, poi andando fino in fondo alla loro ricerca (alcuni mi hanno confessato di aver tenuto per mesi la poesia in tasca per lasciarsene penetrare!) diventando quindi essi stessi “critici” e “traduttori” del poeta scelto. E tutto è arrivato, ben percettibile con la luce – seppure a tratti claustrale – che pian piano saliva dall’opacità fino alla giubilazione dell’improvviso scintillio della vita. Così lo spettatore si fa parte integrante di questa avventura poetica e fotografica e può dare inizio al viaggio dell’anima, scardinando le barriere, il filo spinato, le serrature del mondo.

                                             Nota di Viviane Ciampi

Il futuro è un campo incolto – Alessio Brandolini

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    Foto Alessio Brandolini

È nato nel 1958 a Frascati e ha trascorso i suoi primi vent’anni a Monte Còmpatri. Vive a Roma, dove si è laureato in Lettere moderne. Ha pubblicato le raccolte poetiche: L’alba a piazza Navona (in 7 poeti del Premio Montale, 1992); Divisori orientali (2002, Premio “Alfonso Gatto Opera prima”); Poesie della terra (2004, poi anche in spagnolo Poemas de la tierra, 2004, 2ª edizione 2014); Il male inconsapevole (2005); Mappe colombiane (2007), poi anche in versione spagnola Mapas colombianos (Colombia 2015); Tevere in fiamme (2008, Premio “Sandro Penna”); Il fiume nel mare (2010, Finalista Premio “Camaiore”) e Nello sguardo del lupo (2014). Nel 2016 è uscita la sua prima antologia poetica italiana: Il futuro è un campo incolto (1992-2014).

Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e pubblicati su riviste italiane e straniere. In Costa Rica sono state pubblicate le antologie poetiche: En el ojo del lobo (2009), Desde otro planeta (2014) e in Colombia Llamo desde otro planeta (2016), tutte con la traduzione di Martha Canfield. Dal 2003 al 2013 ha fatto parte del gruppo “I Libri In Testa”.

Nel 2013 ha pubblicato il libro di racconti brevi Un bosco nel muro (Empirìa).

Traduce dallo spagnolo e dal 2006 coordina «Fili d’aquilone», rivista web di «immagini, idee e Poesia». Nel 2011 ha fondato la casa editrice Edizioni Fili d’Aquilone.

www.alessiobrandolini.it

Brandolini Frontale 

Il futuro è un campo incolto è l’ultimo libro di poesie di Alessio Brandolini ma soprattutto la sua prima antologia italiana la quale traccia un percorso che ha inizio nel 1992 fino ad arrivare al 2014. L’opera quindi è di grande aiuto per aver un quadro di quanto questo poeta schivo e non appartenente a scuole o a correnti, ha saputo regalarci in anni di scrittura.

Ma leggiamo alcuni versi iniziali dell’autore:

 

Piccolo il cielo

appuntamento tra le nuvole

davanti al bar San Pietro.

Poi la bici da corsa

spericolatamente

più veloci in discesa.

Senza mani né freni

né manubrio né ruote.

Già dagli esordi, dunque, il nostro poeta, lungi da concedere descrizioni distaccate ci fa entrare a piene mani  con la bicicletta da corsa nella vita – appunto –  per rimanere in fusione perenne con essa. E lo fa con stile chiaro, alieno da artifici letterari, da deliberati disincanti, partendo da fatti reali prima di arrivare a lampi di stupefacente visionarietà. Lo fa con un io che fa capolino, s’infiltra si ritrae e si scompone. Nel suo tessuto verbale non manca la solitudine di una città caotica – Roma – così poco a misura d’uomo  – seppur nella sua maestosa bellezza, seppur nelle sue manciate di progresso e di regresso, dottamente citata durante tutto l’arco delle sillogi che attraversano il libro – teatro di drammi e faticosi andirivieni. Vi troviamo tutti gli elementi della disposizione meditativa che caratterizzeranno, negli anni, la poetica di Brandolini: l’attenzione alle piccole cose, la compenetrazione con gli eventi naturali, il disabilitarsi dalle ossessioni del lusso, l’agonizzare della civiltà, l’angustia quotidiana del mondo che si degrada, l’amore che ogni giorno va conquistato (molti dei libri sono dedicati alla moglie Laura). Marco Testi, suo prefatore scrive: “Con Il futuro è un campo incolto l’autore offre la possibilità di capire che siamo di fronte a nuove sonde della realtà, che entra nel nuovo senza corteggiarlo, che è parte dell’antico senza esserne schiava o eccessivamente tributaria”.

 

Gli alberi

sono stati abbandonati?

non hanno più nome

sotto la spessa corteccia

c’è solo un buco

un passaggio sbarrato

privo di linfa

un nido di muffa, di tarli.

Per questo fra tre giorni

verranno ad abbatterli.

A terra i frutti

svuotati dai vermi

presi d’assalto

da formiche affamate

da ragni rossi

con la bocca a tenaglia.

Intorno all’albero

il tappeto di foglie

macerate nell’acqua.

In tutto il libro si scorge l’ansimare del tempo, il battito della terra, a tratti morbida, a tratti pesante sotto i passi, che aspira la presenza dell’uomo mentre tanti fragili equilibri si disperdono, scavano l’eterna valle di ciò che si approfondisce, che penetra antichi territori rimasti sotto l’irrigazione dei rivoli delle ore, di ampie arborescenze che avviluppano i timori dell’uomo attraverso i secoli, demoltiplicano i sensi erettili, esaltano i profumi in arrivo dal suolo bagnato.

 

Dura è la terra

per chi semina e nutre

grani di amore

per chi strappa l’ortica.

Un sole giallo

grande-granoturco

oggi ci spia

ci protegge dal buio

dall’acqua sulfurea.

Forse ci stima

magari ci ama.

E allora diciamo

che una sera l’usignolo

cantò su questa pietra.

Nella corrente del fiume (il Tevere) batte l’orologio del tempo con le sue ore tremende e magnifiche dove volteggiano nuove libertà. L’uomo nascerà, si rinnoverà, morrà, forse guarderà la terra con occhi trasparenti da un altro pianeta, o da un altrove e da quel silenzio capirà i sortilegi del vento, quali sono le erbe da estirpare nel campo incolto dell’infanzia, quali i rami da mozzare, quale tessitura hanno i legami d’amore, d’affetto, di fratellanza e d’amicizia. L’uomo – forse – vedrà tutto questo da lassù. Intanto, né vincente né perdente, l’uomo di adesso che – non nascosto in un bunker – se ne sta in viaggio a realizzare i sogni e come ragni e formiche le quali non arretrano davanti al futuro tesse “i suoi felpati giorni”. Il dubbio semmai – sembra dirci Alessio Brandolini – non è tanto come coltivare il campo incolto ma come concimare noi stessi, noi umani, come nutrire la mente in questi giorni di ruggine.

 

E fino all’ultima silloge “Nello sguardo del lupo”, ritroviamo l’assidua ricerca del senso della vita con la presenza della fatalità, senza fronzoli consolatori ma nella stoica accettazione del destino.

 

[…] Questo ritrarsi nella pelle del lupo per conoscere

per conoscersi e spaventarsi, continua sfida esonerata dallo scontro.

Stressa la ricerca di un proprio spazio, poi per giorni a discuterne nel rifugio.

 

Il lupo, quindi, cristallizza tutte le paure. Ma è anche l’io poetico, spesso nascosto come nella fiaba e come nella vita coi suoi lacci di sangue aggrumato, che semina tracce, sopporta le ferite. L’animale, nella realtà, s’accorge della malevolenza dell’uomo che lo teme e vuol abbatterlo. Ma possiamo leggere nel lupo (senza mai dimenticare che siamo a Roma dove la lupa ha forte presenza simbolica) come nella poesia del periodo romantico di Alfred de Vigny “La mort du loup” l’emblema dell’umanità forte e pura, che non si vende al potere e impara a morire nel silenzio dignitoso. Ma si riconosce anche il mito del cacciatore: “Abbattere la gabbia” “alzi steccati, affili coltelli”. Il lupo è altresì il Maître-loup, l’animale fiero e aristocratico di Jean de la Fontaine, che sa conservare la sua indipendenza e  dice al cane (che considera servitore del padrone) “La libertà è un tesoro” prima di fuggire. Infatti come dice La Fontaine, il lupo fugge ancora…

 

Il futuro è un campo incolto, Antologia poetica Ed. La vita felice, Milano, aprile 2016, €16,00

 

Nota di lettura di Viviane Ciampi