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narrativa

NABIL AL – ZEIN

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(…) Questo è un libro semplice, un libro forse fin troppo ingenuo nella sua prosa e nei suoi scopi. Ma è un libro pulito, un libro importante. Da far leggere e da discutere. Quando la nostra opinione pubblica sarà in grado di discutere in modo adeguato questi argomenti, avremo fatto un grande passo in avanti. E forse la pace, una pace secondo giustizia, sarà vicina.  (Franco Cardini)

Biografia

L’AIMÉ – di Antonio D’Alfonso

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Un libro costruito come un puzzle, dove il protagonista Fabrizio Notte (detto anche Brizio), un Quebecchese figlio d’Italiani, produttore cinematografico indipendente, si volatilizza nel nulla. Siamo in pieno “En attendant Godot”, già dalla prima pagina. Chi è esattamente Fabrizio Notte? Il lettore entra nella vita misteriosa del protagonista, ne segue le tracce incerte e confuse attraverso il racconto delle venticinque donne che lo hanno conosciuto, amato e qualche volta odiato: le varie mogli, amanti, amiche ecc. come nel film di Kurosawa, narrano ciascuna la propria verità: era via via generoso, sincero, bugiardo, tenero, violento, innamorato, sciupafemmine, colto, avventuriero da quattro soldi, uomo ideale per la vita o per una notte… Una densa e suggestiva intelaiatura del romanzo fa assomigliare questo libro (quasi un giallo) a una serie di sceneggiature cinematografiche. Non a caso Antonio d’Alfonso è anche uomo di cinema molto conosciuto in Quebec e l’aver “messo in scena” un personaggio come Fabrizio Notte lascia intravedere, sì talento letterario ma anche una tecnica composta su più tastiere. Il maggior pregio di queste pagine risiede nel fatto che un uomo possa entrare profondamente nella psiche femminile, con un’empatia fuori dal comune. Una delle donne qui citate racconta: “Ascolti, mi tenga al corrente per Fabrice, se lo ritrova. Non deve essere molto lontano. Per lui, sparire è un’arte. Non sarei sorpresa che riapparisse con un abito di Arlecchino”. (Nota di Viviane Ciampi)

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Biobibliografia

LA MEMORIA – di Louise Dupré

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“Le giornate non cominciano mai allo stesso modo, tutto dipende da come apriamo gli occhi. Spesso, le palpebre sono così pesanti che riescono a malapena a schiudersi. E rimaniamo incollati alla notte, alla notte nebulosa, alla nera notte, senza odori di terra, né d’incensi, immobili, finché nostro malgrado, un dito si muove, poi la mano.” Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo di Louise Dupré che conoscevamo in Italia soprattutto come punto di riferimento della poesia canadese di lingua francese. Il romanzo ha ricevuto il Prix de la Société des écrivains canadiens e il Prix Ringuet de l’Académie des lettres du Québec. Louise Dupré ci porta a ripercorrere il cammino di una donna quarantenne che cerca di ridare vigore a una perduta beatitudine e lo fa con una capacità d’espressione e una sensualità raffinata, fuori dal comune. Una storia intima, in apparenza, con un interrogativo permanente sul senso dei giorni, ma ci fornisce anche un interessante punto di vista sulle fatiche della traduzione e della creatività: la protagonista è traduttrice che aspira a diventare scrittrice in proprio: “Il mio libro uscirà il mese prossimo. È una bella traduzione, ha detto il mio editore. Lo credo anch’io. Ho voluto andare al di sotto delle parole, laddove sorge un resto di canto. Sarà la mia ultima traduzione letteraria. D’ora in poi accetterò solo contratti lucrativi, libri pratici che richiedono meno riflessioni sulla lingua. Ci lavorerò solo il pomeriggio o la sera. Dopo aver scritto cose mie. L’estate prossima porterò un libro all’editore, un libro scritto da me”. (Nota di Viviane Ciampi)


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Biobibliografia

IL MALE ADDOSSO e ALL’OMBRA DEI GIRASOLI di Sandra Verda

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“Se Giulio Bollati non avesse letto la lettera in cui gli illustravo il mio primo romanzo Il male addosso e incuriosito non mi avesse chiesto di leggere il manoscritto, tutta la fortuna editoriale che ne è seguita non avrebbe potuto compiersi. A lui devo il mio inizio, a lui il battesimo della mia prima pubblicazione di cui volle curare tutto, anche la copertina. Il giorno in cui ci conoscemmo mi disse che ero una vera scrittrice e al mio imbarazzato stupore con autorevolezza mi ricordò che sapeva bene quel che affermava, aveva lavorato con Pavese, Calvino, Pasolini. E quando il romanzo ebbe successo non fu sorpreso ma soddisfatto e orgoglioso, non sapevamo che sarebbe stato l’ultimo libro su cui personalmente lavorò. Morì poco dopo lasciandomi in eredità punti fermi dei nostri intensi colloqui: ed è da qui che è iniziato il mio cammino nella scrittura”.

Il male addosso e All’ombra dei girasoli

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