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Loretta Emiri

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Locandina Madre Terra

Foto di Loretta Emiri

Copertina libro Loretta Emiri

Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i volumi di racconti Amazzonia portatile eAmazzone in tempo reale (premio speciale della giuria per la Saggistica, del Premio Franz Kafka Italia 2013), il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice degli inediti A passo di tartaruga eRomanzo indigenista, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice. Sui testi appaiono in blogs e riviste on-line, tra cui La macchina sognanteFili d’aquilone, El ghibliI giorni e le notti.

Loretta Emiri Opere

Note bio-bibliografiche

Viviane Ciampi – D’aria e di Terra

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Copertina D'Aria e di terra

La genesi di queste prose è un documentario che sconvolge l’autrice: case distrutte, sbriciolate, solo una porta d’ingresso in piedi, un cane che cerca qualcosa fra le macerie. L’atto di scrittura del libro nasce da questo shock, che gli attentati parigini del Bataclan rafforzano e amplificano (la prima prosa del libro cita letteralmente la data, 13 novembre 2015). Un libro unico, permeato di scene drammatiche dove però è presente un guizzo di levità nella tragedia; si mescolano il tu, il voi, l’io, dentro una identità plurale che spiazza il lettore e lo soggioga in un incanto verbale. «La memoria dissotterra pietre notturne. È il fuoco che s’intrufola nel pagliaio ad agguantare il dubbio. La mela cade nella cesta del lutto e la notte da sé si scrive». Questi versi evocano una cesta oscura, notturna, ma il fuoco che accenderà il pagliaio e le pietre dissotterrate dalla memoria ci dicono che la morte è un evento che la parola talvolta sconfigge. «La scienza ci avverte il bianco molto bianco s’avvicina strisciando». Dentro questi testi non si acquatta mai il demone della noia, quel calligrafismo tanto frequente nella prosa poetica: il pericolo è scongiurato da improvvise virate di respiro, da sospensioni felici del ritmo. «Mai e poi mai vincerà la tristezza se la vita passa stringendo pietre fra le mani non è più la vita»; «QUIETO E’ IL PIANETA. Che abbia deposto le armi o era spento il televisore? La follia corre in groppa ai cavalli ma oggi non si nota. Si consuma da sé il diario dei giorni. Pochi eremiti vi trovano rifugio prima che accada l’impossibile le nubi si voltano e cambiano colore. E tu che ti sei perso in poche righe di buon umore che cosa chiedevi? Dov’era il tuo posto? Oh le serendipiche scoperte poi!». È famoso il principe di Serendip per aver dato il suo nome a quelle scoperte anomale e casuali (nella scienza, ma non solo) che cambiano il corso delle cose ma senza un progetto razionale precedente, senza una volontà che organizza e dispone. In D’aria e di terra il poeta si comporta proprio come il principe: lascia che le immagini si sbriglino, cavalchino, vadano per conto loro, come dettate, poi prende la parola, cioè le organizza in frasi: ne scaturisce un tono sentenzioso ma capriccioso, mai lirico. Forse Viviane ha presente “il pensiero del tremore” teorizzato da Glissant, un pensiero che non procede per verità assolute ma per sospensioni e divagazioni. «VAI NON TANTO per andare. Vai perché sei tu per il gesto d’abbraccio per capire il tremore». Al poeta resta il compito di “capire il tremore”. In tutto il libro Viviane gioca con gli scarti ritmici, i soprassalti delle immagini, i frammenti brevissimi alternati a frammenti più lunghi. «L’orizzonte è un frammento di poesia in eccedenza»; «Potrebbe qui ora cadere la neve nel momento stesso in cui scrivi la parola neve. Potrebbero le tue dita farsi spazio nel bianco diresti mio dio sono io quel bianco». Ecco che l’esclamazione stupita, quasi impaurita «mio dio sono io quel bianco” viene come mimetizzata nel frammento, non drammatizzata ma fatta scorrere fra le altre parole.
E poi scrive: «LA TERRA GETTATA negli occhi di chi interroga la terra di chi d’un dolore lancinante cerca la ragione. La voce davvero in nessun libro. E poi chi indaga? Chi in questo sonno? Nell’avventura – ridicoli – così poco protetti. Chi interroga le galassie e tanto lo sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha messo ortiche sui sogni? Non rispondermi: la vita!». Il dialogo di Viviane con i fantasmi comprende continui slittamenti fra il dentro e il fuori, dove reale e immaginario si intrecciano, e il dolore cerca sempre l’ironia, il severo dramma il fresco ritmo delle immagini. Grande traduttrice dal francese, Ciampi non dimentica, naturalmente, la lezione dei “poèmes en prose” di René Char. Ma mi azzarderei a dire: il suo tono si distacca da quella classica densità oracolare e improvvisa contrappunti musicali fra sé e il mondo. «NASCITA del reale. Da tempo lo inseguivi. C’è sempre quel pensiero fisso di come definirlo». IL LIBRO LO STESSO scritto da sempre con l’anima – mille vite concesse – che gorgheggia nel primo capitolo poi fragile consumata come un sogno di prigionieri. Tuttavia una colomba un’erba voglio in transito sulla piazza la gioia di domani. Il sapere che tutto ricomincia. Allora accarezzi il passaggio del tempo. Pensi alla dolcezza come a un fatto naturale. Pensi alla dolcezza che non ha fine. Al fatto che da stella stella tornerai». Imprevedibile suite surreale di poemi, il libro è un addestramento alla resistenza, alla libertà, a un gioco verbale che non ignori la tragedia ma resti gioco nel suo semplice esistere. «Un cielo tutto chiodi e tenaglie ti fa ricadere nel grembo d’un giorno modesto. In sogno giochi con la lepre». E la lepre ha la provvidenziale capacità di guizzare, di sfuggire, come fa questo libro, che non si arrende alla definizione del critico ma sorprende e illumina la fantasia del lettore vero. «Hai ragione i segnali sono numerosi lampeggia la tua testa tanto vale poggiarla sui cuscini quando manca uno sguardo d’umanità vera».

Recensione di Marco Ercolani (scrittore, poeta e saggista)

 


 

Seconda Recensione

“D’aria e di terra” è una raccolta di brevi prose dall’intensa valenza poetica: evidentemente per Viviane Ciampi, che ne è l’autrice, i generi letterari sono da considerarsi fisionomie linguistiche tra loro non disgiunte.

Così, ad esempio, la sequenza

“Chiama la gioia abbraccia il silenzio incolla i

cocci della parola senza orpelli costruisci una storia lontana dalle

fiamme delle guerre tra cani. Qualcosa. La riparazione. Un’ipotesi.”

rende chiara testimonianza di come chiedersi che cosa sia prosa e che cosa sia poesia nasconda un rischio di fraintendimento.

Meglio domandarsi, invece, quando diciamo (o pensiamo) di trovarci a contatto con un brano di prosa o uno di poesia.

Particella disgiuntiva, quella “o”, che, nel caso in esame, appare ingiustificata poiché i due generi vivono l’uno nell’altro.

Forma e contenuto, parola e significato divengono ampio e diffuso senso, fecondo suggerimento di un indicibile al quale consapevoli cenni possono in qualche modo riferirsi.

Suggerimento, certo, perché quel quid che, a ben vedere, non abita oltre ma dentro la lingua, quel quid non assoggettabile ad alcuna grammatica, può tuttavia essere avvertito quale assidua presenza.

La pronuncia

“E improvvisammo la forma del

tempo e la freccia del tempo e il senso e la fortuna e

c’improvvisammo noi da soli danzatori sulla scacchiera”,

con il suo incipit dal sapore espressionista, mostra che il suddetto suggerire per cenni, assimilabile al gesto, costituisce un’importante modalità espressiva del e nel mondo.

Un mondo di cui, ovviamente, fa parte la stessa autrice: Viviane, lungi dal chiamarsi fuori, dall’osservare da lontano, si colloca ben dentro, si scopre fatta “D’aria e di terra”, riconoscendosi non in una fusione generica con quanto la circonda, bensì nelle vivide collocazioni in cui viene di volta in volta a trovarsi.

Il suo dire, insomma, è già essere.

Domande quali

“Chi interroga le galassie e tanto lo

sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha

messo ortiche nei sogni?”

non pretendono risposta, poiché, cosmiche ed esistenziali, sono consce della loro natura di fruttuoso atteggiamento.

Un brano musicale, certo, è composto dalle singole note tracciate sul pentagramma, nondimeno la melodia che ascoltiamo è quella scrittura con qualcosa in più.

Così le parole di Viviane superano la loro mera valenza identificativa e, lungi dal combinarsi in accostamenti sterili, rivelano come gli esseri umani partecipino, in maniera precipua del continuo farsi (e modificarsi) di costellazioni espressive.

Non è facile, davvero, scrivere la vita: la nostra autrice ci riesce per via di una scrittura semplice e, nello stesso tempo, complessa, frammentaria eppure completa, integra.

E nemmeno è facile fotografare il mondo, come fa Lino Cannizzaro con la sua copertina.

Recensione di Marco Furia
poeta, critico d’arte e redattore della rivista Anterem
apparsa sul sito La Recherche

Corpo mio – Lucia Ravera

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  Foto R M T

Nota biografica

Lucia Ravera nasce nel 1970. Studi classici, una laurea in letteratura russa, vive alle porte di Milano. Giornalista pubblicista, è attualmente responsabile dell’Ufficio stampa e della comunicazione di un Ente pubblico. Svolge attività di copywriter free lance, ha insegnato in scuole secondarie di primo e secondo grado e partecipato alla redazione di riviste di critica letteraria.

Con Ugo Mursia Editore ha pubblicato nel gennaio 2008 il suo primo romanzo: La storia finisce qui.

Nel 2012 con Giuliano Ladolfi Editore ha pubblicato il saggio: Le ragazze della scrittura. Oltre i tabù, la letteratura contemporanea femminile in Italia.

Corpo mio è il suo terzo libro.

Copertina R M T

 

Nota di lettura 

In una delle prime conversazioni con Lucia Ravera, l’autrice di Corpo mio, raccontai un episodio accaduto al centro antiviolenza dove lavoravo. Un giovane transessuale si era rivolto allo sportello. L’operatrice di turno l’aveva accolto e ascoltato a lungo, ma si era ritrovata a indirizzarlo ad altri servizi dopo avergli chiesto il documento di identità, dato che il genere maschile risultante all’anagrafe non consentiva da regolamento di prenderlo in carico. Nati dal movimento per le donne i centri antiviolenza sono rivolti ad utenza esclusivamente femminile. Non ci fu molto da commentare, io e Lucia ci riconoscemmo reciprocamente nello stesso smarrimento, e nel pensiero delle incongruenze e dei paradossi di una cultura democratica ammalata di stupidità e burocrazia.

Tutto questo per anticipare che Corpo mio è un romanzo sul tema dell’identità, e che Lucia ha saputo custodire e restituire quell’emblematico episodio. Il racconto si snoda attraverso tre personaggi, una donna, un uomo e un ragazzo, che si avventurano in modi diversi e intrecciati nella ricerca di un’esperienza del mondo coincidente all’esperienza di sé. Uno di loro resterà nel guado e la sua parabola diventerà lo snodo per gli altri due. La protagonista è apparentemente una moglie, Laura, costretta ad affrontare il distacco dal proprio compagno (anche l’assenza/s’apprende/ha la sua liturgia) in un duplice e incalzante climax, dando inizio così a un processo di espiazione e muta attraverso il quale l’universo degli affetti verrà sconvolto e infine rigenerato. Dico apparentemente poiché la storia è in realtà interamente orchestrata dalla tragedia dell’ antagonista, l’uomo a  lei legato e per tutta la vita e lacerato dall’incapacità di trovare una ricomposizione e una riconciliazione con se stesso. E’ la relazione medesima la protagonista, e simultaneamente il tessuto del libro:

“Che la morte, nella coda di un finale migliore, sradica il peggio della vita. E trattiene il meglio. Perché i vivi possano ricordare.

E riabilitarsi”.

Il tema dell’identità è insomma scandagliato in tre possibili paesaggi intimi. I fondali della perdita e del distacco in cui l’apnea del dolore annienta la percezione di sé e ne prepara l’affioramento; la laguna dell’incertezza nella quale l’esistenza si biforca e sdoppia colludendo con una rarefazione dell’ identità che contraddice la certezza del ruolo; l’oltreoceano della giovinezza, proiettata finalmente fuori dagli schemi, dal moralismo, dagli stereotipi, in un orizzonte impreciso ma fedele alle aurore veraci. Laura, Alberto, Maria.

Il sé autentico esige un coraggio e una temerarietà che nella visione di Lucia Ravera richiamano alla potenza del femminile. Un femminile che non è qualità della donna, ma archetipo ed energia, che ognuno/a può ricontattare, riascoltare, integrare. In questo senso diventa centrale il tema del corpo che sottolinea i processi di trasformazione e percezione di sé nella protagonista. I diversi aggettivi attribuiti al proprio corpo segnano i momenti del cambiamento, gli snodi cruciali, la forma in cui i tessuti cellulari parlano del rapporto di Laura col mondo, dei suoi affronti, delle ferite e delle riconciliazioni.

La scrittura è attraversata da accesi fendenti descrittivi:

“Il cielo lambiccava proiettili d’acqua che scheggiavano come lastre di luce sui parabrezza delle auto in corsa”.

“… sui tavolini storpi una candela consumata garrisce la fiamma nera intorno a un crocicchio di voci e di fumo”.

Uno dei pregi del romanzo è la congruenza delle varianti stilistiche rispetto all’andamento della trama. Il libro è scandito da componimenti in versi che affidano alla scrittura poetica l’inesprimibile gravitare dell’introspezione. La prima parte, nella quale con raffinata sensibilità si attraversa il dolore parossistico del distacco, è accesa da momenti di intenso lirismo. la seconda invece si orienta più nettamente alla narrazione, fluisce in un percorso ascensionale in cui la percezione della realtà si àncora agli accadimenti, ai dialoghi, ai luoghi, restituendo la dolcezza del presente, delle sue possibilità, la frescura delle minute allegrie, la pronuncia ferma dell’ “IO”, e del “NOI”.

                                                                                                                                                     Rossella Maiore Tamponi

*

Guido Zavanone – LO SCIAME DELLE PAROLE – Poesie di una vita

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Foto di Guido Zavanone

Copertina Zavanone

Introduzione 

La vetta

Sono giunto al meriggio alla tua vetta;
ho abbracciato la tua croce nera
che affonda nella terra riarsa
e nel limpido cielo.
Altro segno non vedo o vita; il sole
brucia gli spazi, cancella i sentieri,
arresta i passi,
incide le parole
sulle lapidi bianche delle rocce.
Tutto è allucinante luce,
riverberato cielo,
impietrito silenzio.
Sola ombra alla vetta è la mia ombra immota
sorpresa in quel tuo sole come
un’improvvisa memoria;
e già spero e già tremo
che ad un tuo cenno muova;
e ricominci il tempo.

*

Pianto per un poeta

È la notte e s’inoltra
nel giardino dei morti.
Piano, con la lampada
schermata della luna.
Un cipresso trasale,
sogna d’essere vivo.
Con ghirlande di fiori
prore bianche di marmo
s’apprestano a salpare.
Ma le croci di ferro
spalancano le braccia
d’un destino immutabile.
Tu riposi sereno.
Tu cercavi soltanto
un sorriso e lo trovi
nella foto sbiadita
della lapide accanto.
Che nessuno cammini
se non l’ombra ed il vento.
Qui s’arrestino i passi
del presente che sale
e calpesta il passato.
Anche tu sei trascorso.
Ora il cielo ripiega
l’ali immense, si china
trasognato sul letto
del tuo sonno di pietra.
Ora un vento ripete
la tranquilla armonia
del tuo canto, s’ostina
a negarti alla morte.
Così noi che t’amammo.
Ombra dolce tra l’ombre,
cara polvere degna
d’una vita più vera.

*

Al regista

Non biasimarmi
se recitata la parte
indugio, se ancora mi volgo
a guardare la scena.
Perché dissi poche battute
in fretta,
senza intenderne il senso,
venuto dall’ombra stordito
in questa vampa di luci;
e mi fai cenno di uscire.

*

Il vento

Il vento si scagliò contro gli abeti
col suo azzurro scudiscio
e li udì che gemevano curvando
il vertice al suolo.
Il vento salì rapido il pendio
della montagna solitaria e giunse
all’alta rupe; mormorò dal tempo
un’eco di valanghe.
Il vento si levò nel fermo cielo,
aquila ardente volteggiò su sparse
mandre di nubi, dileguò; lontano
sventolò il mare i suoi vessilli bianchi
risplendenti nel sole.

*
Preghiera
I

Ho ammucchiato trent’anni uno sull’altro
per salire e guardare,
oltre il muro, i Tuoi segni.
Fanciullo nella casa
grande sul fiume,
se nella notte d’improvviso desto
non udivo il canto triste dell’acque,
il cuore in petto mi balzava ed era,
in quel silenzio immenso,
il cuor dell’universo.
O fragore di nubi mi chiamava
alla finestra a contemplare assorto
gli alberi folli di vento e di tenebra
brancolare ululando nella notte,
nei cupi abissi del cielo fuochi
meravigliosi accendersi ed intorno
muover l’ombre giganti delle nubi,
sentivo la presenza
e l’assenza di Te.

*
II

E lungamente ti ho cercato in questa
giovinezza pensosa;
nei silenzi sbiancati dei mattini,
quando in cielo agonizzano le stelle,
pallido sogno all’orizzonte fugge,
velata d’ombra, a mondi altri la luna;
nella luce accecante dei meriggi
se il sole estivo roteando brucia
e speranze e ricordi – abbandonata
la terra avvampa e appare,
per gli spazi infiniti,
ara sacrificale –
nel mortale sconforto dei tramonti,
come trema l’angoscia della notte
e sale dall’effimero all’eterno
il grido «Padre, perché m’abbandoni?»
Il cielo ha pallori improvvisi,
brividi lunghi,
ferite profonde
che grondano sangue;
e ombre che passano e restano
specchiate nel cuore.

*

LE VENT NOUS CONDUIRA – Vers le désert en Algérie

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Copertina Josyane (2)

Non si rifiutano certi viaggi… quando Josyane De Jesus-Bergey cattura il deserto negli occhi del fotografo Houari Bouchenak-Khelladi, una simbiosi tra le parole e l’immagine nasce in modo naturale.

Questa raccolta è:  Sole dove il mondo mediterraneo si fonde nelle speranze e attese degli abitanti; un’ode alla bellezza della sabbia, delle dune, dei minareti e dei costumi di queste contrade lontane dove sofferenza e meraviglia si specchiano; opera dove il verso e il verbo si coniugano al trapassato prossimo.

Un jour comme les autres – Josyane De Jesus-Bergey

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Josyane De Jesus-Bergey

Un jour comme les autres
Josyane de Jesus-Bergey

Est-ce que le silence

Est là

Comme cette porte

Claquée

Je n’entends plus rien

Et ce rien

Abrite mes jours.

*

Le soir ne tombe pas

Dans cette lumière

Il ne reste que

Le rêve

Chuchotements du quotidien

La frontière rassemble

Nos errances.

*

Plaies de la terre

Diras-tu

Qui parle d’arbres

Où vont nos racines

Tous ces mélanges

L’ombre et le sable

Dans une poursuite

Mémoire du sol

Et ce nous qui s’accroche

Dans ces saisons de feu.

*

Gout de poussières

Entre la pierre et ce sang

De mes ancêtres

Entre ce sol

Pierreux

Ces roches qui gravent

La mémoire

La certitude de ce temps

Souviens-toi que

Le soleil peut encore

Réchauffer la terre !

*

Ce calme intérieur

Ne me réchauffe pas

Et si je tape encore du pied

C’est peut-être la petite fille révoltée

La petite émigrée

Qui a encore des choses à dire…

*

Des mirages

Où se confondraient

Le possible

L’invisible

L’attendu

Rien

D’autre

Que cet espoir

Caché

Dans ce silence

Qui ne dit rien.

*

Ce vieux tronc

Posé là

Comme une frontière du temps

Branches rouillées

Torturées

Quelqu’un dirait

Vieux squelette

Doigts défigurés

Dans ton silence

Toi

L’arbre tu me parles

Il silenzio

È qui

Come questa porta

Sbattuta

Non sento più niente

E questo niente

Custodisce i miei giorni.

*

Non cade la sera

In questa luce

Non rimane che

Il sogno

Dei giorni i sussurri

La frontiera raduna

Le nostre erranze.

*

Piaghe della terra

Dirai

Chi parla d’alberi

Dove vanno le mie radici

Tutti questi miscugli

L’ombra e la sabbia

In un inseguirsi

Memorie del suolo

E ciò che si aggrappa

In queste stagioni di fuoco.

*

Gusto di polveri

Tra la pietra e il sangue

Dei miei avi

Tra quel suolo

Pietroso

le rocce che incidono

La memoria

La certezza di questo tempo

Ricordati che

Il sole può ancora

Riscaldare la terra!

*

Questa interna quiete

Non mi scalda

E se batto ancora il piede

È forse la ragazzina in rivolta

La piccola emigrata

Che ha ancora cose da dire…

*

Miraggi

Dove potessero confondersi

Il possibile

L’invisibile

L’atteso

Nient’

Altro

Che questa speranza

Nascosta

In questo silenzio

Che non dice niente

*

Quel vecchio tronco

Posato là

Come una frontiera del tempo

Rami arrugginiti

Torturati

Qualcuno direbbe

Vecchi scheletri

Dita sfigurate

Nel tuo silenzio

Tu

L’albero mi parli

Da Un jour comme les autres Chiendents, cahier d’arts et de littératures, Ed du petit véhicule

Traduzione dal francese di Viviane Ciampi

*

Alessio Brandolini Da un altro pianeta – Desde otro planeta

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copertina Desde otro planeta (2)

Desde otro planeta (Da un altro pianeta) è un’antologia bilingue uscita in Costa Rica nell’ottobre 2014 (Edizioni Casa de Poesía) in cui sono stati selezionati testi da libri pubblicati da Alessio Brandolini dal 2004 al 2014, ovvero da Poesie della terra fino all’ultimo lavoro Nello sguardo del lupo. La traduzione delle poesie sono di Martha Canfield.

 

TRE POESIE da DESDE OTRO PLANETA

(Costa Rica, 2014)

Il campo incolto

Non è il caso di riferire sussurri: l’attimo

modifica l’infanzia? un picco invalicabile

scavo e m’imbatto nella talpa, fuggo da chi

non c’era o faceva finta. Per amici zanzare

farfalle, un cane. Il passato è la parte celata

della luna, lo scenario è questo e se voglio

che i sogni siano reali devo essere

in viaggio non l’altro rinchiuso nel bunker.

Appeso al ciliegio per irrobustire i muscoli

osservo il corteo delle formiche e dei ragni

che tessono senza fretta i loro felpati giorni.

Figli mordono padri che non sanno giocare

oggi è Natale poi verrà Pasqua nessuno frenò

le mani oscene. Non riuscivo a stare zitto

ora ascolto le foglie, ho fatto bene a non sparire

ho terra incolta da esplorare, papaveri esplodono

lungo il percorso. Il passato è un luogo d’alberi

impiccati, d’un vento senza strade. Solo il buio

sprona alla vita, piega le ossa in caverne di luce.

Quello che ho fatto non lo ritrovo e il sole

si spalma all’indietro. Nel campo ho capito

delle cose o è l’erba incolta ad avermi compreso?

El terreno baldío

No es oportuno contar susurros: el instante

¿modifica la infancia? un pico impracticable

excavo y doy con un topo, huyo de quien

no estaba o fingía no estar. Como amigos los mosquitos

mariposas, un perro. El pasado es la parte oculta

de la luna, el escenario es éste y si quiero

que los sueños se realicen tengo que estar

de viaje no el otro encerrado en un bunker.

Colgado del cerezo para robustecer los músculos

observo el cortejo de las hormigas y de las arañas

que tejen sin prisa sus días sigilosos.

Hijos muerden padres que no saben jugar

hoy es Navidad luego será Pascua nadie frenó

las obscenas manos. No pude estar callado

ahora escucho las hojas, hice bien en no desaparecer

tengo el terreno baldío para explorar, amapolas estallando

en el camino. El pasado es un lugar de árboles

ahorcados, de viento sin calles. Sólo la oscuridad

incita a la vida, dobla los huesos en cavernas de luz.

Lo que hice no lo vuelvo a encontrar y el sol

se embadurna hacia atrás. En el campo comprendí varias

cosas ¿o es la hierba salvaje quien me ha comprendido?

Piccola sinfonia per cani

Staremo attenti a non mostrare i canini, il blu

placato tra le braccia, il silenzio trabocca, tira

la coda al lupo che prende coraggio, solleva

il collo e l’ululato avanza nell’aria del mattino.

Stella che scruti con un occhio soltanto invita

l’angelo a sollevarsi dalle spine! ne sapeva più

di noi il gatto stando al sole. Non addestrati

senza rispetto per l’udito altrui: padri maestri

amici, ce la fischiamo da soli variando il ritmo

e l’insonne sinfonia innalza città in miniatura.

Ho bruciato rami erba secca le scarpe dai tacchi

consumati che non sapevano più dove condurci.

Dondola la notte e nel fruscio si torna ad essere

ciò che non si è mai stati, barche calme in attesa

di precipitare nel mare in tempesta. Negli abissi

i pesci saldano gli occhi a palla sui nuovi spazi

dove potranno occultarsi, divertirsi. Quanto resta?

Avvisa la morte quando la cerchi potrebbe ignorarti

ama le sorprese, ti allunga la vita anche se non vuoi.

Il padre di mia madre prende le distanze, ribadisce

con foga che l’acqua in fiamme separa dal mondo

e il profilo del paese è solo un asilo per cani randagi.

Quel vecchio guerriero scuote le inferriate del tempo

risale la collina: non aggiunge altro, né torna indietro.

Pequeña sinfonía para perros

Tendremos cuidado de no mostrar los caninos, lo azul

mitigado entre los brazos, el silencio se desborda, le tira

la cola al lobo que se arma de valor, levanta

el cuello y el aullido avanza en el aire matutino.

¡Estrella que escrutas con un ojo solamente invita

al ángel a levantarse de las espinas! Sabía más

que nosotros el gato quieto en el sol. No entrenados

sin respeto por el oído ajeno: padres maestros

amigos, nos la entonamos solos variando el ritmo

y la sinfonía insomne levanta ciudades en miniatura.

He quemado ramos hierba seca los zapatos con tacos

consumidos que ya no saben adónde llevarnos.

Oscila la noche y en el sussurro se vuelve a ser

lo que nunca hemos sido, tranquilas barcas sabiendo

que precipitarán en el mar en tormenta. En los abismos

los peces fijan los ojos saltones en los espacios nuevos

donde podrán ocultarse, divertirse. ¿Cuánto queda?

Avisa la muerte cuando la buscas podría ignorarte

ama las sorpresas, te alarga la vida aunque no quieras.

El padre de mi madre guarda las distancias, repite

con calor que el agua encendida separa del mundo

y el pueblo por su aspecto es sólo un refugio para perros callejeros.

Ese viejo guerrero sacude las rejas del tiempo

sube la colina: no agrega nada más, ni se regresa.

Chiamo da un altro pianeta

Un tuono e l’alba ci sveglia, una sorella esige

un armadio per i vestiti, la consolo dicendole

che presto (avrò avuto dieci anni) aiuterò lei

e gli altri fratelli. I morti spiano non chiudono

mai gli occhi. La luce mitraglia il paese, alza

la croce franata nelle case, rileva le impronte

del branco: la via è già qui e scalfisce la pelle.

Procedo masticando quello che mi devi

tra specchi dai grovigli inestricabili, tra vicoli

alterati da rosse venature, da disegni primitivi.

Foglie gialle resistono affusolate al ramo

godono del freddo, della calma. Ha le doglie

l’aria e il figlio che germoglia teme il padre

la malinconia dei nostri corpi convalescenti.

Tutto è perduto? Il vento sbaraglia i giorni

non per questo rintanati in casa

escono dal tetto e sotto la pioggia bruciano

sogni per fare altri sogni. Chiamo da un altro

pianeta: l’universo ci osserva? simili ma distanti.

Un rimbombo gli anni futuri, ciò che siamo stati.

Llamo desde otro planeta

Un trueno y el alba nos despierta, una hermana exige

un armario para los vestidos, la consuelo diciéndole

que pronto (tendría yo diez años) la voy a ayudar a ella

y a los otros hermanos. Los muertos espían no cierran

jamás los ojos. La luz ametralla el pueblo, levanta

la cruz desmoronada sobre las casas, recoge las huellas

de la manada: el camino está aquí y rasguña la piel.

Procedo masticando lo que me debes

entre espejos de inextricables enredos, entre callejuelas

alteradas por vetas rojas, por dibujos primitivos.

Hojas amarillas resisten ceñidas a la rama

disfrutan el frío, la calma. Tiene fuertes dolores

el aire y el hijo que germina teme al padre

la melancolía de nuestros cuerpos convalescientes.

Todo está perdido? El viento desbarata los días

no por ello encerrados en la casa

salen del techo y bajo la lluvia queman

sueños para hacer otros sueños. Llamo desde otro

planeta: ¿el universo nos observa? semejantes pero

lejanos. Un estruendo los años futuros, lo que hemos sido.

Nota

I tre scelti provengono dall’ultima parte dell’antologia Desde otro planeta, quella che raggruppa i testi provenienti dall’ultimo libro di Alessio Brandolini Nello sguardo del lupo (La Vita Felice, 2004).

Le traduzioni sono di Martha Canfield.

Alessio Brandolini

è nato nel 1958 a Frascati e ha vissuto i suoi primi vent’anni a Monte Còmpatri. Vive a Roma, dove si è laureato in Lettere moderne. Ha pubblicato le raccolte poetiche: L’alba a piazza Navona (in 7 poeti del Premio Montale, 1992), Divisori orientali (2002,  Premio Alfonso Gatto – Opera prima), Poesie della terra (2004, poi anche in spagnolo Poemas de la tierra , 2004, 2^ edizione 2014), Il male inconsapevole (2005), Mappe colombiane (2007), Tevere in fiamme (2008, Premio Sandro Penna), Il fiume nel mare (2010, Finalista Premio Camaiore) e Nello sguardo del lupo (2014). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e pubblicati su riviste italiane e straniere. In Costa Rica sono state pubblicate due antologie poetiche: En el ojo del lobo (2009) e Desde otro planeta (2014) entrambe nella traduzione di Martha Canfield. Nel 2013 ha pubblicato il libro di racconti Un bosco nel muro (Empirìa).Traduce dallo spagnolo e dal 2006 coordina Fili d’aquilone, rivista web di “immagini, idee e Poesia”. Nel 2011 ha fondato la casa editrice Edizioni Fili d’Aquilone.

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